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Terremoto. “Ci deportano”. Con le navette su e giù? Far West Norcia

La foto di di Lucio Fero

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ROMA – Terremoto, quelli che hanno paura di essere niente meno che “deportati”. Era martedì e in sincrono i grandi quotidiani ospitavano e declinavano la stessa cronaca, la cronaca di uomini e donne che insieme lamentavano e gridavano: “Non ci cacciano, da qui noi non ci cacciano”. Erano cronache da Norcia, un gruppo di cittadini, un gruppo nutrito, chiedeva di avere le tende lì, in paese. E non la stanza in un albergo sulla costa o a qualche decina di chilometri di distanza.

Appena il giorno dopo i telegiornali inquadravano le maxi tende (tensostrutture) che si gonfiavano in un grande spiazzo a Norcia, tendoni con dentro brandine e posti letto. In neanche una giornata avevano chiesto e ottenuto le tende. E in tv andava la mini intervista della signora che era felice della tenda sotto casa, sia pur casa terremotata

Non solo le tende. Nella stessa giornata era pubblica ed ufficiale l’operazione navette. I terremotati che scelgono di andare a dormire un albergo lontano dai paesi e dai borghi oggi inabitabili saranno, se vogliono, riaccompagnati ogni mattina appunto al paese e al borgo con dei bus. Potranno se vorranno per tutto il giorno badare alle cose, agli animali, agli affari, alle botteghe per quel che ne è rimasto. A sera verranno, se vorranno, riaccompagnati dai bus a dormire, solo a dormire, al caldo e al sicuro degli el.

Una “deportazione” con le navette che fanno su e giù ovviamente non è una deportazione. Nessuno caccia nessuno. Gli sfollati (sul cui numero si danno letteralmente i numeri) se vogliono possono restare sotto i tendoni (ma reggeranno al freddo?). Se vogliono possono andare a dormire in el e restarci. Se vogliono possono fare i pendolari in navetta. Nessuno caccia nessuno se non nelle interviste sui giornali.

Eppure chi ha subito il terremoto ha ragione di aver paura. Non della deportazione, che non esiste e che anzi è inventata e gridata ad arte, ma dell’abbandono sì. E’ questa una paura concreta, fondata. Prima o poi le popolazioni terremotate vengono lasciate a se stesse, è una esperienza vissuta più volte. Non sempre ma è accaduto spesso. Abbandonate alla burocrazia, abbandonate al calo di attenzione e solidarietà. E’ una paura che corre sotto la pelle e corrode, consuma, confonde.

Così che si possa confondere il dormire le notti al caldo e al sicuro con le new town. Dopo il terremoto de L’Aquila la scelta fu di non ricostruire negli stessi luoghi i luoghi come erano. La scelta fu di “nuove città”. Che sono state edificate ma in realtà non sono mai nate, sono luoghi senza vita pur essendo abitati, la gente li vive come luoghi falsi. La scelta delle new town (la vera “deportazione”) è stata fin da subito neanche presa in esame, cancellata, rifiutata. La scelta di oggi è di ricostruire come era, dove era. Se ne è capace, è questo che l’Italia farà.

E allora perché tanta paura? In gran parte perché aver paura è umano, comprensibile, in queste circostanze perfino ovvio. In parte però anche perché vige in Italia l’obbligo della diffidenza (se ti dicono che c’è la navetta vogliono fregarti…se non ti danno la tenda è perché ci guadagnano…). Un obbligo della diffidenza rispetto a tutto e tutti che prescinde dalla logica anche degli interessi (perché dovrebbero fregarti, con quale vantaggio per chi?…perché, cosa ci guadagna chi a levarti dalle tende?). Un obbligo della diffidenza che non si fa domande e neanche cerca risposte, che sa e basta. Per esempio sa e basta a pelle e naso la magnitudo delle scosse…

Un obbligo alla diffidenza che discende, è figlio del come viviamo la vita collettiva: ogni mattina alzarsi per fregare qualcuno, ogni mattina evitare di essere fregati da qualcuno…Ci appare un modo molto astuto di vivere. Non lo è, è il modo più faticoso, dispendioso e autolesionista di vivere associato.

Talvolta, sulla paura e sull’obbligo alla diffidenza si innesta anche qualche specificità sociale. Accade ad esempio a Norcia, ed è solo un esempio. Nel disastro del terremoto, nel mare di giustificati bisogni che la gente di lì ha, anche si insinua un piccolo Far West tra allevatori e albergatori. Gli allevatori che accusano le autorità di aver tolto le tende “per non danneggiare il turismo”, insomma sindaco e Protezione Civile e governo che se ne fregano delle stalle e pompano gli el (non quelli fuori ma quelli dentro Norcia e dintorni).

Come ognuno comprende fantasmi, solo ectoplasmi di pensieri. Eppure, in minima parte, anche di questi fantasmi è fatta la protesta anti “deportazione”, il rifiuto di andare anche solo a dormire altrove. Scriveva Massimo Gramellini su La Stampa: “Si sbagliano, ma hanno ragione”. Stavolta Gramellini ha ragione: la voglia di restare sui luoghi è umana, naturale, ancestrale. Ma si sbaglia Gramellini: il grido “ci deportano” non è pieno solo di questa voglia di restare, è invece costruito, artefatto e propagandato da una cultura del rifiuto. Quella che trasforma, trucca e vende da “deportazione” l’andare, volontario, a dormire in el andando e tornando con le navette.