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Terremoto, i salvi per “miracolo”. Allora per i morti dio cattivo?

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ROMA – Terremoto, cronache televisive e testi su carta stampata e pomeriggi dolenti in studio tv e anche parole e pensieri di chi sta nelle tende, in strada, di chi c’era e ora racconta. Spesso, molto spesso, troppo spesso ricorre la parola “miracolo”.

“Miracolati” vengono definiti e spesso si definiscono quelli che non sono morti, quelli che si sono salvati, quelli che non sono stati sepolti dalle macerie, quelli tirati fuori dalle macerie, quelli che una stanza più in là. un metro più in là e…

Certo è un modo di dire qualche volta, solo un modo di dire. Ma non il più delle volte. Il più delle volte, quasi sempre nella inconsapevolezza di chi lo fa, è l’emergere e il manifestarsi di un pensiero, di un pensare pochissimo o per nulla religioso (nonostante il costante riferimento a santi o divinità protettori e vigilanti). Un pensiero magico invece che religioso.

Scrive Enzo Bianchi su La Stampa:

“Sentire che ai sopravvissuti Dio avrebbe fatto la grazia di non essere travolti dal terremoto fa intendere che al contempo Dio la grazia l’avrebbe negata a chi invece è morto. Chi si è salvato potrebbe gridare al miracolo, ma quanti sono rimasti schiacciati dalle macerie, a cominciare da tanti bambini, avrebbero conosciuto solo il volto di un Dio irato”.

Già, c’è qualcosa, più di qualcosa, di inconsciamente violento nell’adottare il “miracolo” quale dis tra chi si salva e chi no. Il “miracolo” suppone, postula un dio che dice: a te sì, a te no. Un dio che salva a piacere dal terremoto è anche il dio che presiede al terremoto stesso (a meno che non si voglia supporre un dio sottomesso al terremoto, un Dio che subisce la natura). Quindi un dio che sa del terremoto e si assume la responsabilità di non evitarlo. Infatti il suo sapere e volere il terremoto si evidenzierebbe proprio nella manifesta volontà di salvare questo sì e quello no.

Un dio, se così fosse, non solo irato ma anche capriccioso e crudele. A questo dio, che non è quello cristiano, mostrano ingenuamente di credere gli anziani e gli uomini e le donne di quei paesi che elaborano la categoria del “miracolo” come forma del giudizio divino tra chi deve sopravvivere e chi no. A questo dio, che non è quello cristiano, inconsapevolmente e per pigrissimo conformismo lessicale si riferiscono spesso, troppo spesso, le cronache giornalistiche.

Il dio dei vangeli direbbe al riguardo: perdonali perché non sanno quello che fanno. Incolpevoli, colpevoli di nulla se non di improprio sincretismo tra superstizione e devozione, moltissimi italiani credono di pensar cristiano e invece pensano magico. Qualche indulgenza in meno meriterebbe chi questo pensiero magico lo eleva a canone della comunicazione di massa. Come che sia, liberi tutti di pensare secondo personale credenza o bisogno.

Ma ricordandosi e non omettendo che, se c’è “miracolo” a salvare, contemporaneamente c’è volontà divina di non salvare. La volontà del dio che partecipa al terremoto, se mai esiste un dio che partecipa ai terremoti, salva e uccide. Il cristianesimo, il dio del cristianesimo, non fa questo. Non sta lì a scagliare il terremoto e neanche a salvare questo e seppellire quello. E neanche sta lì a guardare il dopo terremoto. Il dio cristiano non presiede ai terremoti non più di quanto non faccia il tifo per questa o quella squadra di calcio (nonostante sia infiniti i segni della croce entrando in campo…).

Il dio che “miracola” e condanna, che sceglie dal mazzo chi vive e chi no per un terremoto è un dio capriccioso che si blandisce con offerte e sacrifici. Non è il dio cristiano, nonostante molti si facciano, in strada e in tv, il segno della croce in suo nome.