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Vaccari, risarcimento sproposito. E altre perle di giudici

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ROMA- Ivana Vaccari, informa il Corriere della Sera, avrebbe vinto la sua causa con la Rai, almeno in primo grado. Il giudice del lavoro secondo la notizia riportata dal quotidiano milanese avrebbe condannato la Rai a pagare alla Vaccari un risarcimento in denaro pari a un milione di euro. Un milione! Tondo, tondo.

Il peccato della Rai, dell’azienda di cui la Vaccari era ed è dipendente? Il “demansionamento”. Cioè nella stragrande maggioranza dei casi riguardanti i giornalisti il passaggio appunto da una mansione all’altra. Principio di tutela contro eventuali, e rare, punizioni “politiche” che si è tradotto e incistato, soprattutto in Rai, nell’imbullonamento a vita nella qualifica, sede, conduzione conquistate. Non importa se sono passati decenni e sei invecchiato, non importa devi restare a “condurre”. Non ci può essere più bravo e più adatto di te, se ti spostano o sostituiscono tu vai dall’avvocato specializzato e quello va dal giudice del lavoro che gli e ti dà ragione e soldi.

Un milione tondo tondo ad Ivana Vaccari. Auguri a lei e complimenti. Della sua specifica vertenza non abbiamo competenza, diamo per buono che abbia subito qualche torto. Ma un milione, un milione! Otto anni di stipendio lordo di un buon giornalista in Rai. Un milione sulla base di una intervenuta “invalidità” a seguito dello spostamento di mansione. Una invalidità “a seguito delle sofferenze psicologiche”. Un milione anzi più, tanto vale il dispiacere di un giornalista perché gli hanno interrotto o deviato la carriera? Una delusione professionale è malattia invalidante? Un milione e più, un risarcimento che è uno sproposito.

Infatti non c’è stato licenziamento o allontanamento dal lavoro, solo “demansionamento”. Ma il giudice del lavoro applica ai giornalisti lo stesso metro di giudizio appunto che applicherebbe ai minatori del Sulcis o ai raccoglitori di pomodori in Puglia o all’operaio alla catena di montaggio se ce ne sono ancora. Se un minatore lo sposti dalla sala controllo all’ultima galleria in fondo non fai un favore alla sua salute e chiaramente lo punisci. Lo stesso se uno lo sposti dal trasporto cassette alla raccolta a mano nei campi oppure una volta dalla sellatura auto alla verniciatura dove respiravi il peggio. Ma un giornalista…Non è che se lo sposti da una sedia all’altra, da un incarico all’altro ottieni che muoia di fatica. E comunque la mansione in una redazione è cosa ben diversa dalla mansione in una fabbrica, miniera, campo…

Ma la magistratura del lavoro finge di non saperlo. E il giorno in cui la magistratura del lavoro appunto smetterà di sentirsi in dovere di raddrizzare il legno storto del lavoro appunto arriverà a comprendere l’ovvio. Una cosa è risarcire l’operaio, il bracciante, il minatore vessato dal padrone. Altra è risarcire il giornalista che non andava d’accordo con il capo. Equiparare le due cose è ridicolo, risibile, ingiusto. Ed è anche svilire il principio di tutela cui il giornalista ha diritto: la tutela della libertà professionale. La libertà, non la carriera.

Il risarcimento sproposito, e non è il primo. E la cronaca recentissima offre altre perle di magistratura. Quella che scova e arresta terroristi islamici e 48 ore dopo cadono tutte le accuse di terrorismo perché basate, niente meno, che su foto del Colosseo negli smartphone degli arrestati. Quella con cui si condannano “le cene eleganti” di Berlusconi nella quale si può leggere, testuale, “perverse pulsioni sessuali, in particolare saffiche”. L’omosessualità femminile è “perversa pulsione ”? Quella dove si legge che tornaconto criminale di un sindaco era “procurarsi consenso con atto amministrativo”. E cosa altro fanno tutti i governi, tutti i partiti, tutti gli eletti, tutti gli amministratori se non cercare di procurasi consenso con atto amministrativo? Cosa vuol dire quel magistrato che ha steso quella frase, che la politica, la stessa amministrazione della cosa pubblica è di per sé attività criminogena?

Ma forse, anzi probabilmente, anzi di sicuro tali collane di perle giudiziarie sempre più inanellano i nostri giorni non a seguito di missioni o intenti che i magistrati si assegnano. E neanche, tanto meno, a seguito di militanze, progetti, piani, ideologie, supplenze, protagonismi…Succede con quasi assoluta certezza perché il “demansionamento” della qualità professionale che è facilissimo riscontrare nel ceto politico, non difficile da constatare tra giornalisti e operatori della comunicazione, evidente tra medici, avvocati, ingegneri…

La diminuita qualità della prestazione professionale che si riscontra in tutte le professioni con tutta ovvietà si riscontra anche nella prestazione professionale della magistratura. Ecco perché, ecco come. Tutti più o meno “demansionati” nella qualità professionale e senza neanche un padrone cattivo che ci abbia costretto, ci siamo demansionati da soli in un paio di decenni. Che facciamo, chiediamo un risarcimento?