Lucio Fero

Valeria Fedeli, i danni alla scuola della ministra che piace alla scuola

Valeria Fedeli, i danni alla scuola della ministra che piace alla scuola

Valeria Fedeli, i danni alla scuola della ministra che piace alla scuola (foto Ansa)

ROMA – Valeria Fedeli, quella signora dalla inconfondibile chioma da pochi mesi ministra (ci tiene tanto alla “A” finale) della Pubblica Istruzione, insomma della scuola e università. Contro di lei una sciocca e rumorosa campagna di denigrazione basata sulla esiguità dei titoli di studio conseguiti, esiguità rispetto alla funzione svolta. Se sottoponessimo tutti gli uomini e donne con incarico e attività pubbliche al vaglio della quantità e qualità dei titoli di studio conseguiti, sarebbe una strage. Con in testa i parlamentari dell’opposizione. Non sfuggirebbero alla strage i giornalisti. Non solo occorre accontentarsi di quel che passa il convento, non automatico poi è il nesso tra titolo di studio e capacità di gestire la cosa pubblica.

Eppure la campagna contro la Fedeli priva di laurea fu rumorosa e di successo, fino a diventare quasi un pubblico assunto, un pubblico dire e sentire. Rumorosa e di successo una campagna scioccamente antipatizzante contro la ministra, silenzio invece assoluto o quasi sui danni che la ministra sta infliggendo alla scuola. Il coro del silenzio lo ha interrotto in isolato scritto Mattia Feltri su La Stampa. Ha colto una fragorosa sciocchezza pensata e pronunciata dalla ministra. Una sciocchezza, una impreparazione e limite culturali ben più profondi di una laurea mancata.

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Ha detto la ministra Fedeli rispondendo ad uno studente, niente meno che al presidente del parlamentino degli studenti toscani, tal Bernard Dika, che si “adopererà perché nei programmi di insegnamento vi sia più attualità”. E detta così sembra soltanto una piatta ovvietà. Ma il contesto dà il senso alla frase, lo studente aveva lamentato troppa storia sui babilonesi e assiri e greci…e nulla sulla Siria o Palestina di oggi. Il ministro dell’Istruzione,, pardon la ministra, se consapevole di cosa sia scuola avrebbe dovuto dire al ragazzo che la scuola non fa cronaca o attualità, non informa. La scuola, se è scuola, forma. E che quindi, caro ragazzo, in ottima fede e intenzioni, hai confuso missione, ruolo e luogo. E che quindi, caro ragazzo, non saprai e capirai mai nulla dei palestinesi o della Siria di oggi se prima non hai conosciuto, studiato, metabolizzato i concetti entro i quali esiste quella branca del sapere chiamata storia. E che lo studio dei babilonesi non è in alternativa alle notizie su Assad. E che la storia non è serie di notizie…

Avrebbe dovuto dire così la ministra e invece ha detto al ragazzo: bravo, hai ragione, cercheremo di fare meno babilonesi e più attualità. Eccolo il danno alla scuola. Eccola l’incompetenza. O meglio la soggezione, la partecipazione, la condivisione da parte della ministra di una sub cultura pedagogica che interpreta e predica la scuola e l’intero percorso formativo come un deserto di concetti e di strutture del pensiero e una lussureggiante foresta di esperienze, stimoli e socialità. La ministra sottoscrive e timbra (in assonanza va detto con il sindacato dal quale proviene e con buona parte degli addetti ai lavori e della pubblica opinione) un’idea pedagogica che fa il paio con l’altra idiozia che fortemente circola, quella dell’io non c’ero ai tempi di…che ne posso sapere, che interesse posso avere? L’idea della storia che è più storia se è più attualità dovrebbe esercitare il suo fascino entro i confini dei talk-show televisivi e entro il perimetro culturale delle triennali in scienza delle comunicazioni. Invece la ministra ne fa un dover essere di cultura e di programma.

Non è l’unico danno della Fedeli. In silenzio-assenso (e che assenso!) della pubblica opinione da quando è ministra ha rapidamente smontato l’obbligo secondo il quale chi otteneva finalmente una cattedra fissa nella sua carriera di prof garantiva in cambio tre anni di prof sempre lo stesso alla sua classe di alunni. E ha ridato legittimità e impulso alla transumanza di prof che vanno in cattedra in una città e subito iniziano la pratica per il rientro nella città di provenienza, a casa loro.

Non si segnalano mobilitazioni e cortei e scioperi a difesa della continuità didattica, anzi. E non si segnalano allarmi, indignazioni, angosce per lo smontaggio ministeriale del senso dell’insegnamento della storia, e non solo della storia. La ministra compiace il luogo comune degli studenti sulle attualità, rassicura i “clienti” genitori che la scuola moderna e attuale pialla rendimenti, non presenta asperità, soprattutto viene incontro alle maestranze, alle loro esigenze di vita e di lavoro. Le maestranze, i prof che sono, secondo dottrina e cultura della ministra Fedeli, la cosa più importante per cui la scuola c’è. La scuola serve ai prof e un po’ ai genitori e un po’ meno di un po’ agli studenti. Eccolo il danno. Ma tutto tace, la ministra che fa danni alla scuola alla scuola piace.

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