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Canone Rai in bolletta: più soldi a giornali e online se…

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ROMA – Canone Rai in bolletta può significare più soldi per giornali, inclusi quelli on line. Dalla pioggia di milioni, che verrà alla Rai dal pagamento del canone Rai con la bolletta della luce, potrebbe forse arrivare un po’ di sollievo per i giornali.

Basterebbe che il Governo, invece di incamerare quei pochi o tanti milioni che riterrà eccessivi per i conti Rai e tali da turbare gli equilibri del sistema televisivo italiano, compensasse i milioni in eccesso con un abbassamento degli indici di affollamento di pubblicità sui tre canali Rai che contano: Raiuno, Raidue e Raitre e non, come ha detto Matteo Renzi quasi per burla, su Rai 5 e sul canale per i bambini.

Gli editori dei giornali sembrano distratti, forse impastoiati dai tanti veti incrociati di quel condominio che è la loro associazione, LA FIEG, e forse anche da qualche conflitto di interesse, forse anche invertito e incrociato rispetto alle apparenze, forse non si muovono per paura di essere accusati di portare acqua al mulino di Berlusconi. Sono anche talmente mesmerizzati dal mantra del taglio dei costi che non sembrano accorgersi di come senza crescita dei ricavi la fine, tutt’altro che inevitabile, diventi un po’ più possibile e probabile.
Perdono sul fronte della pubblicità, incapaci di denunciare le micidiali e anche un po’ suicide politiche commerciali della Rai.

Perdono anche sul fronte di internet, dove continuano a spendere milioni per mantenere in vita Audiweb, una ricerca sugli utenti dei siti in Italia che è una contraddizione in termini. Nel settore, internet, dove la audience è misurabile nelle dimensioni e nel tempo con precisione nucleare, la certificazione del traffico dei siti è affidata a un sondaggio di opinione. Un po’ come se per i risultati elettorali ci si basasse sugli exit poll invece che sullo spoglio delle schede.
Spendono in modo un po’ suicida alcuni di quei milioni di euro che risparmiano applicando cristianamente i meccanismi di solidarietà sulle paghe dei dipendenti.

Attraverso il direttore generale della Fieg, Fabrizio Carotti, hanno chiesto la loro fettina in una sede istituzionale, ma è una presa di posizione un po’ troppo formale e burocratica, quando un tema del genere impone una azione politica, una pressione corale degli editori e dei giornali, per imporre al Governo e ai politici un cambio di rotta.

I termini del teorema della devoluzione del canone Rai ai giornali si possono riassumere così:

1. Con il nuovo sistema di riscossione del canone, la Rai si troverà sommersa da milioni di euro. C’è chi, pur in mezzo a tanti dubbi e cavilli, ha calcolato come minimo 300, chi fino a 900.

2. La Rai gode di doppie entrate, da canone e da pubblicità. La prima fonte di introiti è stata bloccata per decenni dalla demagogia: dopo l’avvento della tv commerciale nessuno ebbe il coraggio di cambiar nome al canone, da canone a tassa per la licenza di uso della tv ad esempio, come fanno in Inghilterra.
La seconda fonte di entrate una volta era calmierata da un tetto concordato di anno in anno con gli editori (ma una volta a capo della Federazione editori c’era Giovanni Giovannini, per il quale mi onoro di avere lavorato, che da giornalista diede ai giornalisti la settimana corta, da editore salvò i giornali due volte, la prima facendo saltare i costi di produzione del numero del lunedì, la seconda con la alluvione di soldi pubblici delle leggi del 1981 e del 1987).
Il tetto Rai non c’è più ma c’è un limite di affollamento degli spot più basso della tv commerciale, che Berlusconi – con la maestria di un tempo – si costruì a uso e consumo negli anni dell’apogeo, proteggendolo da ogni minaccia.

3. Il sistema della pubblicità è retto dal principio dei vasi comunicanti. Dove la pubblicità televisiva è limitata, come in Germania, i giornali hanno retto la crisi meglio che da noi, dove il tornado Sky si è aggiunto al devastato panorama del Paese con più spot di tutta l’Europa unita e dove i prezzi Rai hanno messo in ginocchio anche internet.

Gli editori, per completare l’opera, hanno mosso le loro peraltro spuntate armi contro Google, che invece è il loro migliore alleato nel web e hanno accolto come un vecchio amico Murdoch, padrone di Sky, che zitto zitto si è ritagliato una fetta di mercato pari a Repubblica o Corriere della Sera, andando a incidere proprio sui loro clienti e sul budget dei loro lettori.

4. Probabilmente Renzi scremerà dai conti della Rai i milioni di euro ritenuti non necessari per un servizio pubblico da Paesi dell’est. Questo è il sogno di Berlusconi che persegue l’obiettivo di una Rai francescana dal lontano 1990 quando ottenne dell’allora potentissimo Craxi di fare sostituire con Gianni Pasquarelli, in nome del risparmio sui costi, Biagio Agnes, che invece perseguiva una strategia molto spinta di programmi belli e costosi con il dichiarato obiettivo di mettere Berlusconi fuori mercato.

Se il consigliere delegato della Rai Antonio Campo Dall’Orto sarà capace di attuare i suoi propositi, la Rai avrà bisogno di molto meno denaro, con grande soddisfazione di Berlusconi e anche un po’ di Murdoch.
Berlusconi perché il suo modello di tv è in crisi e anche lui, come gli editori dei giornali, è in loop da taglio dei costi; è tanto disorientato che l’unica opzione che sembra vedere è quella di vendere al francese Bollorè (Vivendi).
Murdoch perché il suo modello sembra essere, almeno per ora, quello vincente; in ogni caso più deboli sono le offerte di Rai e Mediaset maggiori sono le sue chanches.

5. Se Renzi lasciasse in Rai una parte del surplus da canone e contemporaneamente imponesse un abbassamento degli indici di affollamento della Rai, ci sarebbe un travaso di pubblicità verso gli altri attori sul mercato, in base al principio di cui al punto 3; i primi a trarne vantaggio sarebbero Mediaset e Sky, ma una parte andrebbe ai giornali e anche al sistema internet.

Non sarà mai tanto quanto potrebbe essere, se Renzi avesse a cuore i giornali quanto ha a cuore Berlusconi e Murdoch e avesse forza e coraggio per porre limiti più severi anche a loro. Purtroppo non ci si deve illudere e ci si deve accontentare ma c’è da credere che il gioco valga la candela.

Il sistema dei giornali ha perso, dal 2009, metà dei ricavi, chi più chi meno. Gli amministratori dei giornali, chi più chi meno, hanno fatto un egregio lavoro di adeguamento dei costi ai sempre minori ricavi. I sindacati di giornalisti e personale poligrafico hanno cooperato come mai nella storia.
Anche pochi milioni di pubblicità in più sarebbero un toccasana, consentirebbero investimenti nelle tecnologie su cui si basa internet ad esempio. O semplicemente migliorerebbero i conti senza bisogno di non pagare i fornitori per abbellire la posizione finanziaria netta, proiettando sugli investitori di Borsa una immagine più rassicurante, con quel che seguye.