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Rai: privata, una rete un editore, anche Mediaset. E Sky…

Riforma Rai. Quella di Renzi è normale operazione di potere contro Berlusconi e opposizione interna. La riforma vera sarebbe altra.

La foto di di Marco Benedetto

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ROMA – Rai? C’è solo un modo per riformare la stessa Rai e tutto il sistema televisivo, da cui la riforma della Rai non può prescindere:

1. spaccare in più reti tv Rai, Mediaset e Sky, riducendo ciascuna, per capirci, alle dimensioni di La7.

2. applicare il principio che ogni editore tv non può possedere più di una rete

3. Fissare un tetto al numero di reti o alla dimensione di un operatore satellitare.

4. Soggetti privati meglio che pubblici gestiranno impianti e satelliti come loro attività principale, come era prima che una legge, 25 anni fa, imponesse che ogni operatore radio e tv avesse i suoi impianti di diffusione.

5. Che tutto questo per ora non è possibile ma è l’unica strada se si vuole un pluralismo garantito dal mercato.

Sette editori nazionali tv monorete e due o tre editori satellitari sono forse un po’ troppi per il mercato italiano? Qualcuna soccomberà o chiuderà, anche se l’esperienza di Urbano Cairo con La7 dimostra che con una sola rete e tanta bravura ci si può riuscire.

In tutto le reti tv nazionali in Italia sono 12 per concessione non perché sia giusto e naturale ma solo perché 12 è quattro volte 3 che è il numero di reti di Berlusconi e Rai. Che 3 è il numero teorizzato da Berlusconi come dimensione competitiva necessaria per tenere testa a Rai che ne aveva 3. Che Rai, partita con una rete quando comandavano solo i democristiani, passata a due quando i socialisti andarono al governo, arrivò a 3 quando i comunisti entrarono nell’arco costituzionale. Che due soggetti con tre reti ciascuno e tutti gli altri con una sola è una anomalia che in nessun mercato sarebbe accettata, tranne, ma non ho elementi precisi, in America Latina.

Ma non è scritto da nessuna parte che dodici debbano restare, nonostante il riferimento biblico.

Non si dimentichi che dovrebbero essere 10, con Rai e Berlusconi ciascuno con solo due reti, se la Corte Costituzionale fosse stata coerente con se stessa e avesse imposto rispetto verso la sua sentenza storica che poi Berlusconi e tutti i partiti uniti hanno demolito. La geniale trovata di Antonio Pilati che i limiti al pos di reti non valevano più in sposa di digitale terrestre resta una geniale trovata su cui si è basato il contrattacco alla Corte Costituzionale ma non risulta che in America, dopo l’avvento di cavo e satellite, abbiano modificato le regole sul numero di network.

Quello del limite delle frequenze è stato sempre un caposaldo della giurisprudenza costituzionale italiana, dalla prima sentenza del 1960 che, in nome del pluralismo, negò a Angiolillo la sua Tempo tv, salvando il monopolio Rai. Il principio che le frequenze disponibili per la tv erano troppo poche per garantire il pluralismo cadde pezzo a pezzo a partire dal 1974, con la sentenza per la tv cavo Telebiella. Sempre si è parlato di frequenze come presupposto del pluralismo, ma di risorse come se i soldi non fossero ancor più determinanti nella diffusione di notizie e opinioni.

Il dibattito svolto martedì 26 gennaio 2016 in Senato, promosso da Maurizio Gasparri, che ha dato nome alla riforma della Tv di inizio millennio, è stato prezioso per capire che per ora l’unica cosa possibile per avere una certa pluralità di opinioni in Rai è tutelare la vecchia santa lottizzazione, che garantiva e garantisce infatti, in modo un po’ rigido e burocratico ma efficace, il pluralismo dentro la Rai.

Dentro la Rai, insisto, perché fuori il sistema codificato da Maurizio Gasparri nel 2004 funziona. Non solo la sinistra è più che decentemente rappresentata da La7 e Sky, ma, si è appreso al dibattito di cui, la stessa Mediaset da una importante mano al Governo Renzi. Berlusconi avrà il suo tornaconto, ma sembra che sia proprio così.

Poco meno di metà del sistema televisivo italiano è comunque rappresentato da Rai e Rai non vuol dire solo informazione ma soprattutto spettacolo, intrattenimento. I giornalisti sono tanti in Rai e costano ma anche i divi e le ballerine, le scenografie e i collegamenti. Se qualcuno ha fatto zapping fra Rai1 e Canale 5 a Capodanno si è reso facilmente conto della differenza di impegno profuso dai due concorrenti. In quella differenza ci sono appalti, appalti, appalti, in parte di sicuro determinati da competenze provate ma il ricordo del cognato di Fini, diventato produttore per parentela per me e emblema della vera ragione del pluralismo per cui lottano i partiti.

Prendete i bilanci di Rai e Mediaset. Hanno ricavi equivalenti, risultati economici assai divergenti. In quella forbice c’è indubbiamente l’obbligo del servizio pubblico, l’informazione locale ad esempio, con un numero importante di giornalisti. C’è anche la ricchezza dei mezzi impiegati per offrire spettacoli migliori di tutti a quanti passano quel che gli resta della vita davanti alla tv e anche questo è servizio pubblico. Ci sono anche tanti sprechi ruberie soldi ai partiti.

Certo per i partiti contano i minuti di passaggi dell’onorevole, fa parte della politica. Hillary Clinton si garantisce visibilità in tv con gli spot che le comprano i soldi che le procura il marito Bill. Così almeno in parte fa Donald Trump. Da noi costa meno, paga lo Stato e ha i suoi vantaggi di pulizia, ma quella dei minuti in tv è una ossessione che nasce fra i politici italiani contemporaneamente alla tv. Non ci trovo nulla di immorale, è il loro mestiere. Ricordo una esperienza diretta. Era il 1967. Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat. Seguivo il suo viaggio in Liguria e Piemonte per la agenzia Ansa e mi avevano piazzato su una macchina con il consigliere diplomatico e con Italo De Feo, suocero di Emilio Fede e all’epoca vice presidente della Rai ancora monorete. Cosa ci faceva il vice presidente della Rai al seguito di Saragat? Oltre a essere suo amico personale, era stato nominato in Rai dal comune partito, il Psdi, di cui Saragat era stato fondatore. Il suo compito, dopo ogni giorno di viaggio, era contrarre con quelli del telegiornale a Roma lo spazio assegnato al Presidente della Repubblica.

Credo però che per i partiti ancor più dei minuti contino gli appalti. Se anche quei denari non vanno nelle casse comuni, se anche non vanno in tasca a qualche politico o parente, servono a mantenere in vita una rete di cortigiani, fiancheggiatori, propagandisti che fanno da cassa di risonanza, ali d’appoggio al partito e alle sue idee. Per questo manteniamo un apparato costosissimo ministeriale di finanziamento di film che pochi guardano e all’estero snobbano. Per questo per legge la Rai produce film che nemmeno manda in onda né in sala.

Non si sono ancora, non ci siamo ancora resi conto che la gente non la coglioni più di tanto. Basta pensare al successo del Pci negli anni ’70, della prima Lega e di Beppe Grillo nel silenzio quasi assoluto di tv e giornali. Non si può non pensare che tutto quel sistema di propaganda culturale e intellettuale sia solo un gigantesco spreco, che vale per i contribuenti qualche punto di Irpef.
Cosa fa Renzi il Terribile? Fa quello che in parte ha fatto e in parte non ha fatto Berlusconi. Mette le mani su questa miniera di potere e denaro e lascia il minore spazio possibile agli avversari, più interni che esterni, probabilmente. Deve essere tanto convinto della propria eternità da non pensare che quanto sta costruendo possa un giorno finirei mano al nemico. Berlusconi non violo il patto non scritto che voleva un Tg è una Rete Rai comunque alla opposizione. Renzi sta mettendo le premesse per farlo. Può diventare merce di scambio politica, può diventare regime. Fa bene Gasparri a agitarsi. Farebbe bene anche Renzi a pensarci.