Maurizio De Luca

Umberto Ambrosoli presidente della Lombardia: segno di una Italia che si rinnova

Umberto-Ambrosoli

Umberto Ambrosoli (LaPresse)

ROMA – Umberto Ambrosoli che si presenta come capolista “civico” del centrosinistra alle prossime regionali della Lombardia è un’occasione per tutti. Un’occasione, per noi tutti e soprattutto per Milano e la Lombardia, per cercare di pareggiare un conto sempre aperto con questo bravo e tormentato giovanotto milanese.

Lui è creditore (anche se forse, conoscendolo, preferirebbe non se ne parlasse proprio) di tutto quel non è stato per anni riconosciuto a suo padre, Giorgio Ambrosoli, liquidatore della Banca Privata Italiana fatto uccidere su mandato di Michele Sindona una notte d’estate del 1979 sul marciapiede di fronte a casa da un killer venuto dagli Stati Uniti.

Suo padre aveva combattuto con rigore e intransigenza contro le truffe finanziarie di Sindona, che aveva avuto al proprio fianco tanti complici come i gruppi ed i capi devianti della massoneria, della mafia italo-americana, del Vaticano e della Democrazia cristiana. A me, cronista di tanti scandali prima a Panorama, allora diretto da Lamberto Sechi, poi all’Espresso diretto da Livio Zanetti, è capitato in quegli anni di conoscere bene Giorgio Ambrosoli, di condividere le sue ricostruzioni coraggiose che mettevano a n**o le porcherie di Sindona, di apprezzare l’intelligenza e il puntiglio di Silvio Novembre, maresciallo della guardia di finanza, infaticabile e rigido collaboratore strettissimo di Ambrosoli.

San raffaele

Umberto, o meglio Betò come lo chiamava con affetto il padre sorridendo compiaciuto sotto i baffi, allora aveva pochi anni e naturalmente guardava tutti dal basso verso l’alto. Però già allora vedeva con chiarezza l’ombra delle carogne che minacciavano per telefono il padre. Quando Giorgio fu u****o, lui seppe dell’assassinio del suo papà guardando un telegiornale in un autogrill mentre rientrava in tutta fretta a casa dalle vacanze con la madre, la sorella e il fratello. Non si accorse allora che nessuna autorità politica era presente ai funerali del padre a Milano. L’ha capito però dopo, quando anche non pochi compagni di scuola gli hanno chiesto perché mai il padre non fosse stato un po’ meno intransigente e un po’ più furbo nel ricostruire i conti avvelenati delle banche di quel Sindona, che pur di sbarazzarsi del liquidatore incorruttibile lo fece uccidere per strada a Milano.

Ne abbiamo parlato spesso e a lungo, Betò ed io, e forte è stato sempre il suo giusto risentimento contro i tanti potenti che per anni hanno voltato le spalle a suo padre, arrivando perfino a trescare con i suoi avversari. Mai ha dimenticato la frase insensata sussurrata in televisione da un sorridente Giulio Andreotti che quell’Ambrosoli “era uno che le grane andava a cercarsele”.

Un giorno di primavera nella cucina di casa sua assieme al fratello e alla sorella che chiedevano a lui, più piccolo ma forse più profondo nelle analisi e nei sentimenti, perché mai il padre avesse affrontato tutti i rischi dell’incarico affidatogli dalla Banca d’Italia, senza quasi dar segno di preoccuparsi dei figli “che pur diceva di amare tanto”, Umberto rispose guardandomi fisso, quasi a cercare una conferma da parte di una persona che pur aveva conosciuto e apprezzato l’impegno di Giorgio: “Nostro padre non poteva fare diversamente. Conosceva il suo dovere e condivideva fino in fondo i suoi valori. Se si fosse arreso, non sarebbe stato un buon padre, anzi quel padre rigoroso e sincero che finché ha potuto ci ha educato in nome dei suoi grandi valori e che noi ancora tanto amiamo”. Il fratello e la sorella annuirono, io mi emozionai e lo ringraziai per essere riuscito a trovare una risposta che era fatta di grande sentimento e profonda verità.

La proposta di eleggerlo presidente della Lombardia può concludere, a parer mio, una storia ingiusta, lunga ormai più di trent’anni di un nome e di una famiglia volutamente da tanti dimenticata. Umberto merita di essere eletto, non come orfano di un avvocato che è stato, suo malgrado, protagonista virtuoso di una delle tante putride vicende che hanno caratterizzato la storia nascosta nel sottosuolo della Repubblica.

La sua elezione, di giovane uomo giusto e intransigente, equilibrato e serio, preparato e intelligente, può davvero essere (e lo dico con convinzione contravvenendo per la prima volta nella mia vita a una tradizione personale di non schieramento elettorale a favore di questo o quel candidato) un segno forte di giustizia, il segnale di una nuova, intelligente e positiva pubblica ricostruzione, tra i valori più puri e cristallini, di un Paese che finalmente ha capito tutta la sua storia e che ha bisogno di una convinta ripartenza.

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