Blitz quotidiano
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Meluzzi da Berlusconi ai 30 punti di Kirill: amore, verità..

ROMA – Alessandro Meluzzi, psichiatra napoletano cresciuto a Torino, intenso frequentatore dei salotti tv, è diventato famoso in politica perché 1994, ancor giovane psichiatra, sconfisse Sergio Chiamparino nel collegio di Mirafiori diventando parlamentare per Forza Italia prima edizione. Alessandro Meluzzi, oggi sessantenne, ha al suo atttivo 20 anni di ospitate televisive, una traiettoria politica da Berlusconi alla Udr di Cossiga e Mastella, ai Verdi con uno spruzzo di D’Alema, consulenze criminologiche in processi di alto profilo come quelli a Rudy Guede e Massimo Giuseppe Bossetti.

Ora è passato alla Fede, vanta un “maestro” un po’ controverso come don Gelmini e è stato nominato Primate della Chiesa Ortodossa Italiana, in mezzo alle polemiche che sono tipiche di queste litigiosissime sette. C’è stato chi ha detto che sono tutte balle, c’è chi parla di “ridicolo”che quelli della setta di Meluzzi “fanno teatro“, ma è difficile scegliere dove sia la verità, dopo 2 mila anni in cui i preti di tutte le religioni si sono dati allegramengte fuoco in nome del loro vero Dio. 

Ora Meluzzi pontifica, come un vero prete, anche se sposato con prole. Conferma di avere una opinione di sé molto alta e parlando in terza persona di chi sia “il vero Meluzzi”, vola alto:

“Che possa piacere o non piacere, è sempre lo stesso e uno solo: ricercatore d’amore e mendicante di verità. Un amore per la condizione divino-umana dell’uomo che non può non includere e mettere al centro il Divino nella storia umana. Se in una casa, in una famiglia o in una polis Dio non è al primo posto, è sempre tutto fuori posto. Intendo dire, insomma, che senza una prospettiva e un orizzonte nell’eterno, non vi è né cura dell’uomo, né ricerca della Verità e quindi neppure politica e buon governo.

“Il che non significa naturalmente che le democrazie non debbano essere laiche, proprio perchè non possono non riflettere il pluralismo religioso e valoriale di una società complessa, che include tra l’altro anche l’agnosticismo e l’ateismo”.

Come si è avvicinato alla Chiesa Ortodossa?

“Oserei dire che è stata la Chiesa Ortodossa che si è avvicinata a me. Infatti la mia esperienza di cattolico di rito orientale della Chiesa Melchita, divenuto diacono all’ombra di uno dei miei principali maestri, Don Pierino Gelmini, Esarca mitrato della Chiesa Greco-Cattolica Melchita, si è interrotta quando, dopo la sua morte, la Congregazione per la Dottrina della Fede della Santa Sede mi ha comunicato che un ex massone da quasi 15 anni non poteva essere diacono, in quanto fuori dalla comunione con la Chiesa Cattolica per sempre. L’essere cristiano è un fatto di comunità e di comunione. Ho dovuto quindi ricercare una comunità ecclesiale che mi accogliesse con tutta la mia povera storia, e con cui celebrare in serenità il mistero dell’Eucarestia. Di qui l’incontro e l’accoglienza nella Chiesa Ortodossa Italiana e nell’espressione della Chiesa antica Orientale di P. Adeodato Mancini”.

L’ortodossia e Putin. Crede che ci potrà essere un incontro tra voi e Mosca?

“L’incontro con Mosca nel nostro caso sarebbe con il Patriarca di tutte le Russie Kirill, uno dei grandi leader spirituali del nostro tempo, il cui ruolo giganteggia ancora di più dopo l’incontro con il Romano Pontefice. Ritengo la Chiesa Ortodossa Russa la vera madre di ogni ortodossia cristiana con i suoi 160 milioni di fedeli e una straordinaria tradizione ecclesiale e teologica, che insieme alla grande filosofia e letteratura russa, fa di questo popolo il vero argine della civiltà cristiana in questo terzo millennio e di Mosca, come profetizzato da Soloviev o da Berdjaev, la vera terza Roma dopo Roma e Bisanzio.

“A questa luce si comprende anche il ruolo di Vladimir Putin sullo scenario planetario, che insieme alle sue indiscutibili capacità, ne fa il più grande leader geopolitico di questo primo ventennio del XXI secolo. Per ciò che ci riguarda, vi è un cordiale dialogo fraterno quotidiano con la Chiesa Ortodossa Russa nella sede di Torino, leggibile sui nostri siti web”.

Cosa pensa del suo “corrispettivo” nella Chiesa Cattolica, Papa Francesco? Il paragone sembra sproporzionato ma questo dicono le caselle degli organigrammi.

“Considero Papa Bergoglio un grande leader storico, sintesi di un’antica e profonda intelligenza gesuita e la teologia della liberazione latino-americana del XX secolo. Il suo terzomondismo, che sta destrutturando una certa curialità romana, e perturbando l’episcopato italiano, abituato a una permanente alleanza tra trono e altare, probabilmente lascerà la Chiesa Cattolica alla fine di questo pontificato irreversibilmente diversa dal suo inizio.

“Credo che questo complessivamente sia un bene, anche se turba molti benpensanti. Apre tra l’altro definitivamente lo spazio a un vero pluralismo religioso in Italia, simile a quello di altri grandi paesi occidentali, come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, che un certo conformismo clericale nazional-popolare aveva sempre rifiutato. Ma la ricchezza delle diversità migliora, io credo, il rapporto tra i cittadini e la dimensione del sacro.

“Alla base dell’ ”unum sint” ecumenico c’è una pluralità di approcci e rappresentazioni che garantisce, nella centralità di un unico Cristo, un corpo mistico unitario in cui ogni membra, anche la più piccola e periferica, dà un contributo alla costruzione del tempio e regno di Dio in questo mondo. Per la mia personale sensibilità teologica, contenuta peraltro in più di venti monografie edite da case editrici cattoliche (OCD, Piemme, Edizioni Paoline), ho molto amato Joseph Ratzinger, il più profondo teologo e filosofo cattolico degli ultimi 5 secoli”.

Crede che la Chiesa Ortodossa possa avere un rilevante seguito in Italia?

“Credo che alcuni aspetti delle tante chiese ortodosse presenti in Italia (rumena, russa, bulgara, ucraina, del Patriarcato di Costantinopoli, greca, per non contare tutte le chiese antico-orientali) e tra queste la Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala che prega, parla e annuncia il vangelo in italiano, abbiano peculiarità che possano arricchire le sensibilità cristiane e pastorali degli italiani. Per esempio nel valore di un clero sposato e con famiglia, e che come San Paolo non rappresenta una burocrazia separata bisognosa di IOR vari, ma capace di auto mantenimento con il lavoro personale. Oppure la prassi di celebrare un secondo o terzo matrimonio religioso, anche penitenziale, “per economia teologica” senza passare attraverso mortificanti e anacronistici tribunali ecclesiastici.

“Per non parlare poi delle forme dell’Eucarestia, della preghiera e di una profonda sensibilità mistica al ricevimento del vangelo e della vita dei sacramenti. Una dimensione che considera, per esempio, il peccato, inevitabile nella nostra condizione umana, non tanto un reato per cui essere giudicati e magari perdonati, ma una malattia profonda del se’ che può essere curata. E che vede quindi la chiesa più come un medico che come un tribunale. Per non parlare poi della fine di alcune storiche esclusioni, tutte cattoliche, e post risorgimentali, verso mondi massonici, carbonari, mazziniani, socialisti o repubblicani, che hanno scavato in Italia storici fossati e muri anacronistici tra laici e credenti”.

La politica italiana può avere un ruolo nell’ortodossia?

“Io credo che la rivendicazione di pluralismo religioso tra italiani, di cui la Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala è portatrice, guardi al mondo politico con due richieste. La prima è di mantenere sempre, nella costruzione di un nuovo umanesimo, la persona umana al centro di ogni scelta e di ogni progetto. Non le cose, le strutture, i capitali o i mezzi o le ideologie, ma le persone, nella loro irriducibile pluralità, da vedere sempre come vero fine e obiettivo della politica che, come ebbe a dire un pontefice romano, è la più altra forma di servizio.

“E poi lo sguardo a quei valori non negoziabili che riguardano la difesa della vita in tutte le sue forme, che la deliberazione congiunta in trenta punti tra il Patriarca Kirill e Papa Francesco ha posto come base del dialogo planetario tra Ortodossia e Cattolicesimo Romano. E a questi irrinunciabili trenta punti a cui anche la Chiesa Ortodossa Italiana Autocefala guarda, come punto di giunzione storica e di unità per una profezia di un mondo futuro segnato dal valore della pace, ma anche di quella ricerca della Verità, senza la quale non vi può essere nessuna vera libertà e neanche una condizione umana degna di questo nome. Questi trenta punti sono il puro progetto di lavoro della nostra piccola ma vitale comunità ecclesiale, presente in venti regioni.

Non voglio dimenticare neanche che questa Chiesa Ortodossa Autocefala, cioè autonoma, si definisce italiana. Anche perché ricorda che nell’universalità cristocentrica dell’essere chiesa, vi è un sentire nazionale che fa parte della storia millenaria di questo straordinario popolo. Di una penisola gettata a ponte da Dio tra l’Europa e il centro del Mediterraneo. Senza una salda tradizione di valori autenticamente nazionali, com’è nella tradizione ortodossa, non vi può essere nessun vero ecumenismo e neanche nessun confronto fecondo con l’Europa e con le sfide della globalizzazione. Proprio perché una pianta senza radici cadrà al primo vento e temporale della storia”.