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Referendum Costituzionale, buone e cattive intenzioni. Cosa rischiamo

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ROMA – Se le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, è altrettanto vero che anche le vie del paradiso possono essere lastricate di cattive intenzioni. Le strade del bene sono a volte perverse. Nel caso del referendum costituzionale, le ‘cattive’ intenzioni sono sia quelle di chi intende liberarsi di un’opposizione fastidiosa e superflua sulla via della conquista del potere, che quelle di chi vorrebbe ‘mandare a casa’ l’uomo solo al comando. In entrambi i casi, ‘cattive’ le intenzioni lo sono non in senso morale, ma perché non coerenti con la natura del referendum costituzionale, da esse strumentalizzato invece di essere sfruttato come una grande opportunità democratica in un momento di grave e conclamata crisi della rappresentanza.

Non che si debba sfuggire al contrasto, alla lotta per e sulla Costituzione, che implica sempre uno scontro paradossale tra contendenti i quali – resisi conto dell’impossibilità di sopraffarsi – sono però d’accordo sulla necessità di stabilire una solenne , durevole piattaforma di principi comuni. Il pericolo è che il referendum di Ottobre ( o Novembre…) perda completamente di vista questo obiettivo e, invece che stimolare la condivisione di valori ‘fondanti’, esalti la divisione netta , non tra visioni del mondo, ma tra fautori del Capo e suoi ostinati – anche se insidiati da mille rèmore – detrattori. Pro-contro, si-no,innovazione a tutti i costi ‘versus’conservazione di qualcosa che forse non c’è più, detrattori e adoratori della Carta ‘più bella del mondo’.

Si getta il referendum – uno dei rari strumenti di partecipazione previsti dalla Costituzione – nel crogiolo ribollente della contesa politica tra soggetti, i partiti, non esattamente in buona salute. Quale lo stato del confronto , dopo le amministrative? La sconfitta di Renzi si tradurrà in un indebolimento del fronte del si, o non ne determinerà un rafforzamento? E le truppe del no, non si sentiranno imbaldanzite da questo apparente successo? Da un lato il rischio di un progressivo surriscaldamento della contesa, favorito da un’ estate che si annuncia torrida.

Dall’altro – si spera – una riflessione più pacata sull’opportunità di ricondurre il referendum alla sua natura originaria , quella che dovrebbe tradursi in un precario ma indispensabile armistizio costituzionale. Il solo paradiso possibile ? E’ troppo,a questo punto, chiedere agli avversari un minimo di onestà intellettuale e lungimiranza politica ? Non si tratta di ‘conquistare’ a una causa parti dell’elettorato, attraverso slogan e comparsate sui media, ma di coinvolgere i cittadini-elettori facendone non l’oggetto ma il soggetto attivo della discussione sulla Costituzione, che finalmente, dopo essere rimasta nell’ombra per decenni (chiusa in un armadio dal quale la si estraeva a seconda delle stagioni) viene in primo piano. Prima ancora che di manutenzione, la nostra Carta ha bisogno di una rinnovata attenzione da parte dei cittadini.

Come scriveva Zagrebelsky, ‘La Costituzione non dice, ma siamo noi a farla parlare’: noi i cittadini, e non solo gli addetti ai lavori, gli interpreti ufficiali. L’attenzione del pubblico – si spera – è pronta a rivolgersi più che all’esito puro e semplice del conflitto ( ‘tifando’ pro o contro), alla natura vera della situazione che lo ha generato: si tratta di accertare, in un momento di crisi profonda del consenso e del comune sentire verso la cosa pubblica, quale sia lo stato di salute della Costituzione e, quindi, della Repubblica che su di essa si fonda. L’esigenza di un revisione della Costituzione ( anche profonda, più incisiva addirittura di quanto i nostri volenterosi riformatori possano immaginare ) è tuttavia condizionata da un paradosso, o un circolo vizioso, che occorre innanzi tutto spezzare. Da un lato, l’esigenza della riforma nasce dalla disgregazione del processo di integrazione politica che non riesce più a produrre decisioni significative.

Dall’altro lato, la stessa riforma presuppone il massimo di integrazione, la massima possibile capacità di decidere. Occorrono, di fronte al serpente che si morde la coda, dosi da cavallo di buon senso , responsabilità, lungimiranza politica. Il solo paradiso possibile, a questo punto,non è quello di una Assemblea Costituente, ma di una serie di adeguamenti basati su accordi – chiamiamoli pure compromessi – che nascano sotto il velo di un’incertezza condivisa, ad esempio di fronte all’esito di una competizione elettorale. Chi si appresterà a decidere sul referendum, si chieda allora, e prima di tutto, se i contenuti, i tempi, i modi della riforma costituzionale in atto rispondano o meno a questa esigenza.