Blitz quotidiano
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Migranti. Non ci sono solo diritti e gli italiani lo sanno..

Migranti, diritti e doveri. Dove è il confine? Anche gli italiani emigravano, e continuano a emigrare. Per gli italiani, però, ieri come oggi, prima i doveri poi i diritti

Migranti. Non ci sono solo diritti e gli italiani lo sanno..

ROMA – Migranti, diritti e doveri. Dove è il confine? Anche gli italiani emigravano, e continuano a emigrare. Per gli italiani, però, ieri come oggi, prima i doveri poi i diritti. Per gli immigranti, più a parole che nei fatti spesso, diritti senza doveri. Da questo capovolgimento di valori nascono incomprensioni, tensioni, spesso una vera e propria guerra tra poveri.

In una specie di porta girevole, immigranti partono, immigranti entrano. Fra quelli che entrano, una parte sostituisce gli italiani in mestieri che gli italiani stessi vanno a fare nel Nord Europa o in America: cuochi, pizzaioli o anche medici e infermieri.

Una parte dei nuovi immigranti arriva in massa, sulla  spinta della guerra e della crisi economica, che tormentano il mondo arabo.  Questa è la novità: l’arrivo in massa, di solito via mare, che è il modo mediaticamente più efficace, ma anche via treno e camion, alle frontiere del Nord Est. Non chiedono di entrare: entrano, poi chiedono il matenimento di promesse che nessuno ha fatto ma che ritengono implicite nel differenziale di benessere.

Per loro, la parola chiave, ripetuta da chi giustifica l’invasione di massa di immigrati, cui il nostro Paese sta a fatica cercando di far fronte è diritti. È il mio diritto a entrare a casa tua, quando decido io, quando serve a me, contro il tuo dovere ad accogliermi sempre. Porta bandiera di questa teoria è il Papa Francesco,

il quale finora non sembra avere ancora trasformato i giardini del Vaticano in una tendopoli stile Calais.

C’è tanta demagogia, in tutto questo, c’è tanta ideologia, senza molto rispetto né per gli italiani né per gli stessi migranti.

Quello che però non viene ricordato è che gli italiani, a differenza dei nuovi “migranti”, dovevano sottostare a regole rigide. Così è oggi: il pizzaiolo disoccupato che si ubriaca e fa a pugni con uno svizzero, lo portano di peso al confine senza nemmeno chiederli come si chiama.

Uno sguardo al passato illumina. Prendiamo il Belgio, terra di destinazione di moltissimi italiani. Gli italiani potevano entrare in Belgio solo ed esclusivamente in virtù di un preciso accordo e seguendo regole ferree. Tale accordo, il “Protocollo italo-belga” del 1946, conosciuto anche come “accordo minatorecarbone” aveva le sue radici nelle conseguenze della seconda guerra mondiale. Ecco cosa prevedeva tra le altre cose tale accordo:

 Innanzitutto veniva fissato (nel preambolo) un numero preciso di lavoratori: 50.000;

 Vi era un vincolo sull’età (massimo 35 anni, art. 5) dei lavoratori;

 I lavoratori avevano garantito un contratto di lavoro uguale a quello dei lavoratori belgi (art. 3);

 I lavoratori dovevano essere incensurati (art. 12); era permessa un’eccezione per condanne lievi;

 Il consolato belga, dopo aver esaminato le liste dei potenziali lavoratori (sempre art. 12), si riservava il diritto di concedere o meno il visto;

 I potenziali lavoratori erano sottoposti alla partenza ad esame medico e controllo della polizia belga (ancora art. 12). Un accordo con precisi diritti e doveri, che potevano vincolare o meno la possibilità di ingresso nel Paese.

Il ricordo del passato e anche la consapevolezza del presente aiutano a distinguere l’invasione clandestina che affligge le coste italiane da quello che i nostri connazionali hanno dovuto affrontare nei periodi di crisi del dopoguerra e anche dopo.