Blitz quotidiano
powered by aruba

Elezioni Usa, stanotte pianeta si gioca il sedere. Trumpiani d’Italia 25%

La foto di di Mino Fuccillo

Leggi tutti gli articoli di Mino Fuccillo

ROMA – Elezioni Usa, elezioni del presidente americano, voto per la Casa Bianca: stanotte il pianeta si gioca il sedere. Se lo gioca in Florida e come se l’è giocato lo sapremo intorno all’una di notte. Se la Florida non dice all’una il come, lo dirà un’ora dopo il North Carolina. O forse lo dirà addirittura alle quattro del mattino il Nevada.

Se lo gioca il sedere il pianeta, mica solo gli Stati Uniti. E se lo gioca il sedere l’intera comunità che abita la Terra perché uno dei due candidati, Donald Trump, rappresenta e incarna la rivolta. Se vince Trump vince e va a capo della nazione più potente e del paese guida dell’Occidente la rivolta di popolo. La rivolta di popolo contro i Parlamenti, la democrazia, la delega, le Costituzioni. La rivolta di popolo contro l’idea alla base dei sistemi politici e sociali nell’Occidente negli ultimi due secoli e mezzo, e cioè l’idea che la volontà popolare debba essere libera ma debba scorrere libera entro gli argini delle istituzioni.

Se Trump diventa presidente degli Usa vince l’idea che la volontà popolare non ha e non deve avere argini. Neanche quelli dei diritti umani (Erdogan). Men che mai gli argini dell’equilibrio dei poteri (Putin). Neanche a parlarne degli argini dei diritti universali dell’uomo, dipende da che uomo è (Orban e nel suo piccolo Salvini). Neppure gli argini del possibile e plausibile (Grillo). Se vince Trump, vince l’idea che la volontà di popolo è onnipotente e ciò che vuole se lo prende, magari barricandosi nel nazionalismo (Le Pen). Magari occupando suo “spazio vitale” (ancora Putin ed Erdogan). Magari in nome dello Stato Chiesa (l’attuale governo polacco).

Se vince Trump vince l’idea che la democrazia è definitivamente stanca e ha stancato. C’è sul pianeta, particolarmente nelle democrazie occidentali, una rivolta di popolo contro quell’organizzazione del vivere comune che ha preso le mosse nel 1789 in Francia e ha conosciuto i suoi massimi successi nei trenta anni dalla fine delle Seconda guerra mondiale fino agli anni ’90 del secolo scorso.

Rivolta di popolo, si badi bene di popolo. E la cosa non sorprenda. In secoli e secoli di storia quell’entità che chiamiamo popolo ha saputo essere tante cose: nazionalista, rivoluzionaria, reazionaria, guerrafondaia, pacifista, egualitaria, imperialista, millenarista, pauperista, consumista…Tutto ha saputo essere, quasi mai se non mai democratica. Democratiche sono state più o meno nei secoli ultimi le istituzioni, democratici sono stati più o meno i gruppi dirigenti, le élites quando hanno saputo farsi carico dell’interesse generale, quando hanno saputo coniugarli e declinarlo con l’interesse di ceto.

Il popolo no, il popolo non ha mai di suo e per così dire d’istinto amato la democrazia liberale, i Parlamenti, la delega, gli argini istituzionali. Non ha mai digerito fino in fondo l’idea di limiti ed argini come fondamento e condizione prima delle libertà politiche ed economiche e in fondo della stessa convivenza civile. Il popolo ha sempre amato chi gli assicura che tutto può volere. E che, se quel tutto non arriva, è colpa di qualche entità maligna che glielo nega e lo sottrae per sé e solo per sé (gli ebrei, i negri, la finanza, la globalizzazione, la Casta…).

Se vince Trump, l’Occidente come si è riconosciuto tale allo specchio negli ultimi 250 anni allo specchio, quell’Occidente è al capolinea. E non è un’esagerazione. Sono tanti che dicono che se vince Trump in fondo non succede niente. Quante volte, praticamente sempre, questa rassicurazione ha immediatamente preceduto i grandi cambiamenti e traumi della storia. Il contemporaneo quasi sempre è miope se non cieco di fronte alla qualità storica dei giorni che vive.

Con Trump presidente l’Occidente cambia strada, lascia quella delle democrazie liberali e imbocca quella dei confini, dei dazi, delle nazioni, delle supremazie, del nulla e nessuno ci impedirà di volere ciò che vogliamo e di prenderci ciò che vogliamo ci spetti.

Rivolta di popolo, lo si ripeta e lo si ripeta. E’ la volontà popolare espressa in forma di corpo elettorale che chiede l’archiviazione se non il processo e condanna della democrazia parlamentare, della democrazia come argini e limiti altrimenti democrazia non è. Rivolta e volontà di popolo. Non popolo disorientato o “pancia” elettorale di popolo. No, popolo cosciente e volente nel buttare a mare dopo averlo demolito il sistema di vita associata e collettivo chiamato democrazia.

Rivolta di popolo perché venga altra e ben diversa democrazia. La parola usata è la stessa ma la sostanza è l’opposto. Rivolta di popolo perché nessuno, tranne il leader, possa legiferare senza sentire il popolo. Via i corpi intermedi, i Parlamenti, la stampa, le istituzioni di garanzia. Via i patti internazionali, la finanza internazionale, l’economia a dimensione planetaria. Via tutto quello che può fare argine alla “sovranità”. Cioè all’onnipotenza (anche muscolare) della volontà popolare. La rivolta di popolo in atto impetra un leader guida che scovi e persegua i sabotatori e gli accaparratori delle ricchezze e del luminoso destino dei popoli (l’America torna grande di Trump appunto o il distruggi L’Europa unita della Le Pen o certi marcati tratti del leave inglese). E poi, intorno al laeder, il popolo in una sorta di assemblea in seduta permanente.

Rivolta di popolo come attesta anche il dato che stima e calcola i “trumpiani d’Italia”. Eugenio Scalfari ha scritto di aver letto di una rilevazione d’opinione che fissa i tifosi di Trump presidente stanotte intorno al 25 per cento della popolazione. Credibile, per difetto. Beppe Severgnini sul Corriere della Sera ha provato con efficacia a stendere un identikit del “trumpiano d’Italia”.

“Il candidato repubblicano ha detto che i messicani sono violentatori, ha proposto di impedire l’ingresso negli Usa a una intera religione, ha incitato all’odio razziale, ha lasciato intendere che le armi nucleari vanno usate, ha applaudito Putin, ha invocato il protezionismo, ha dichiarato che il riscaldamento globale è un complotto cinese, ha chiesto l’arresto dell’avversaria, ha proposto una punizione per le donne che abortiscono, si è vantato di essere un predatore sessualE, è accusato da 12 donne di molestie, ha dichiarato bancarotta sei volte e si è vantato di non pagare le tasse…eppure c’è in Italia chi tifa per lui…”.

“Trump sarebbe un terribile presidente…il trumpista lo sa e, se non lo sa, lo sospetta. Ma il gusto dispettoso di sostenere un candidato grottesco prevale sul buon senso. Se l’establishment lo detesta (s)ragiona il tifoso italiano, qualcosa di buono. Forse. Ma non si vede cosa. Consegnare l’America a un tipo così è come affidare lo Shuttle a un gorilla. In teoria potrebbe farlo decollare e atterrare. Ma meglio non provare. Il Trumpista tutto questo lo sa. Ma le sue avversioni sono più forti della sua prudenza”.

Ben detto e scritto, ma quello descritto è solo un tipo, una fattispecie del trumpista italiano. Ce n’è d’altro tipo, quelli che appunto la democrazia non la sopportano proprio più e lo gridano ogni sera nei talk show popolari, lo attestano ai seggi del voto popolare, lo cantano e ricantano nell’intercalare del lamento quotidiano contro lo Stato. Trump sarà il presidente, se vince, non solo degli Usa. Ma anche di tutti loro.

E anche il presidente di una sorta di Internazionale dei popoli contro le democrazie: nazionalisti britannici, Le Pen e destra francese, Alternativa per la Germania, governi polacco, ceco, slovacco, ungherese, Putin, Erdogan e qualcuno dei vari aspiranti italiani al seggio in questa Internazionale. Una Internazionale che al suo pieno dispiegarsi farà apparire, al confronto, il regime cinese del partito unico come formula più moderata e temperata di governo  e di Stato.