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Madri in affitto, gli orrori: bimbi non ritirati, abortiti..

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ROMA – Per una legge che renda appunto legali e riconosciute nei loro diritti civili le coppie gay dovrebbe trattarsi di sfondare una porta aperta. In questo paese la porta aperta non è di fatto, ma ciò non toglie che ragione, equità e civile coscienza dovrebbero aver sfondato quella porta. I rapporti d’amore omosessuali non possono essere considerati da uno Stato civile e laico come amori inferiori, loschi e comunque da “punire” con legislazione e norme diverse dai rapporti d’amore e convivenza eterosessuali. Quindi sì alle unioni civili e sì anche al matrimonio gay se ai gay (non tutti in verità) dovesse piacere chiamare così la loro unione.

Più complicata, meno netta, più soggetta al dubbio la questione dell’adozione da parte di coppie gay. Nessuno oggi, al di là di pregiudizi ideologici, può davvero scientificamente dire (ammesso che esista una scienza esatta in materia) se l’interesse del minore adottato viene realizzato e favorito dall’avere due mamme o due papà quando l’alternativa è non averne nessuno o se l’interesse del minore viene messo a rischio da una pedagogia familiare ovviamente omo. Molti i pro e molti i contro. Comunque sull’adottabilità di bimbi senza genitori da parte di coppie gay chi scrive sommessamente pensa che il rischio vada corso e che quindi sia data alle coppie gay (a certe garanzie e condizioni) la possibilità di adottare.

Adottare gli orfani e adottare anche il figlio naturale di uno dei partner della coppia gay. La donna che è stata madre e poi scopre di essere gay e vive con un’altra donna: quest’ultima abbia il diritto di adottare la prole della compagna. E lo stesso per gli uomini omosessuali.

Dove però c’è presunzione, quasi protervia ideologica e un certo qual furore incosciente è nel non mettere chiare e insormontabili barriere al possibile, probabile, uso da parte di coppie gay di madri e uteri in affitto per diventare genitori. Qui è evidente che si privilegia la voglia di essere genitori ad ogni costo e senza alcuna remora, è evidente che si tramuta un anche comprensibile bisogno in un inaccettabile diritto.

Dibattito astratto, residuo di omofobia mascherata e incartata in progressismo di facciata? Un articolo del Corriere della Sera di Monica Sargentini informa di alcuni orrori che si producono nel consentire di affittare madri o, quel che potrebbe accadere da noi, nel far finta di non vedere come si realizza ciò che è stato in teoria vietato.

“Brooke Lee Brown, 34 anni, morta facendo figli per conto terzi…otto gravidanze, cinque su commissione…solo tre mesi di pausa…a pochi giorni dal parto di due gemelli lo scorso otto ottobre la placenta si è rotta…”. L’orrore numero uno è creare della macchine da riproduzione che vanno…in avaria. Delle macchine umane che muoiono. Dice: ma sono libere e pagate scelte degli individui: dai 135 mila ai 200 mila dollari e negli Usa ormai duemila l’anno. Non ci sembra in questo caso corretto parlare di libera scelta, più corrispondente al reale è parlare di riduzione a condizione schiavile. Che tale e resta anche se corre contratto e denaro. Perché allora, se si può vendere l’utero, non anche il polmone o altro organo?

“Melissa Cook, 47 anni, e Britneyrose Torres aspettano tre gemelli m i genitori committenti pretendono che ne abortiscano uno. Loro si sono rifiutate, nonostante il contratto le obblighi a farlo…”. Orrore numero due: i bimbi commissionati e abortiti.

Orrore numero tre: “sono ben 81 i genitori intenzionali che hanno cambiato idea e non hanno ritirato il bambino”.

Gli orrori, si può quasi definirli i sacrifici umani sull’altare della incontrollata libido di genitorialità. Orrori commissionati da coppie eterosessuali ed omosessuali. Con eguaglianza e parità di diritti e doveri simili possibili orrori vanno bloccati, perseguiti e puniti. In nome dei civilissimi diritti della madri in affitto che muoiono di eccesso di parti, dei bambini commissionati e poi abortiti, dei non ritirati. Chi non protegge questi diritti civile non è e perciò non va protetto ma messo in condizione di non nuocere.