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Renzi verso..l’Elba: Santa Alleanza e Processo a emendamento

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ROMA – Matteo Renzi e il suo governo non sono proprio alla fine. Ma al 2018 non ci arrivano. Il tempo che resta loro è decisamente minore. E soprattutto ridotta, ormai quasi angusta è la “agibilità politica”, quel che Renzi e il suo governo potranno ancora fare. Meno quantità e soprattutto meno qualità del governare sono a loro disposizione. Come ebbe a dire Churchill su più drammatiche e importanti questioni, non è “l’inizio della fine ma di certo la fine dell’inizio”.  E quando scocca “la fine dell’inizio” diventa solo questione di tempo.

Sarà forse sulla Libia, quando l’Italia qualcosa dovrà fare e quando un nostro militare dovesse tornare in una bara…Sarà forse come contraccolpo violento e ingovernabile appunto di eventuale voto britannico a giugno per lasciare l’Europa, insomma Brexit (per la prima volta i sondaggi danno in vantaggio i Sì alla separazione)…

Oppure sarà a seguito di un quorum o quasi quorum (improbabili) sul referendum anti trivelle, oppure sarà a seguito del cattivo risultato elettorale del Pd alle elezioni comunali (possibile, quasi probabile), oppure ancora durante e dopo il referendum che cambia il Senato e le Regioni…

Prima o poi nel 2016 la Santa Alleanza, quale che risulti alla fine la “campagna di Russia” di Renzi, troverà il modo di spedire Napoleone all’Isola d’Elba.

La Santa Alleanza: M5S di Grillo, Lega Nord di Salvini, Fratelli d’Italia di Meloni, Forza Italia di Berlusconi, Sel e/o Sinistra Italiana in termini di sigle politiche. Tutti quelli che a vario titolo e con vari argomenti ma comunque concordi nell’obiettivo hanno chiesto governo se ne vada con ignominia a seguito dello “scandalo petrolio”.

La Santa Alleanza probabilmente non oggi, non qui e ora otterrà la vittoria. Ma si è formata, si è saldata. Ed è questo quel che conta. Napoleone-Renzi, il despota sovvertitore è solo. Prima o poi lo inchiodano. E prima o poi lo spediscono all’Elba (per Waterloo ci si sta organizzando). Quindi”sereni”, come diceva il caporale di Rignano, prima o poi, più prima che poi si torna all’ancien regime, a come andava prima dell’Insolente, l’insolente dell’ordine costituito.

L’ancien regime, quello dove non c’è limite alla spesa pubblica e alle tasse. E dove ogni categoria o individuo sa che deve inseguire i soldi pubblici e fuggire le tasse di Stato. Vince chi prende di più e si fa prendere di meno. Ma anche per quelli che perdono, qualcosa c’è. E’ l’ancien regime cui sono abituati e affezionati i sindacati, sia quelli dei dipendenti che quelli degli imprenditori. Abituati e affezionati le rappresentanze di categoria e di interessi, i governi e le clientele locali, le Caste di governo e di territorio, l’opinione pubblica, la gente. E’ l’ancien regime che…finché dura fa verzura. Fino a ieri, anzi oggi, è durato, perché non dovrebbe ancora?

Napoleone-Renzi è a un passo da l’Elba. Perché questa “misurazione” dello stato delle cose, perché questa che non è una sensazione/valutazione ma è una nozione, una presa d’atto della realtà. Il perché è squadernato dalla vicenda “scandalo petrolio”. Cioè dall’istituzione di fatto di un Processo non della pubblica opinione ma in una indagine giudiziaria di un emendamento del governo e del Parlamento.

Un atto di legge va a processo e nessuno rileva l’enormità della cosa. Non era mai accaduto ma appare pacifico che accada. La grandezza di questa amnesia selettiva ma generale del diritto e della democrazia è la misura della reazione di rigetto del paese nei confronti di Napoleone-Renzi.

“Traffico di influenze” la ragion giuridica per cui si mette sotto processo un atto di governo e di Parlamento che sblocca cantieri, perforazioni, tubazioni tutti fermi. “Traffico di influenze” perché vi sono niente meno che ripetuti contatti tra i portatori di interessi, le imprese, e i membri del governo e del Parlamento.

Un passo indietro, un esempio: quando governo e Parlamento discutevano e scrivevano legge che riguardavano e interessavano i magistrati la Anm (Associazione nazionale magistrati) incontrava quasi in seduta permanente governo e Parlamento e centinaia, migliaia di telefonate per informarsi su come andava e suggerire come doveva andare sono intercorse. Era “traffico di influenze” quello?

No, ovviamente. Quella era una “buona causa”, la buona causa degli operatori di giustizia che collaborano con governo e Parlamento nella stesura di leggi, ed emendamenti (talvolta i sindacati di riferimento li scrivono gli emendamenti). Lo faceva la Anm, lo hanno fatto e lo fanno Cgil, Cisl e Uil (anzi danno gran scandalo di non poterlo fare più come prima). Lo fa Confindustria, Confcommercio, Confagricoltura, Confartigianato. Lo fanno, se glielo fanno fare, le Associazione dei Consumatori e quelle animaliste e quelle ambientaliste. Lo fanno le associazioni dei risparmiatori/investitori delle banche fallite, quelle dei padri separati, quelle degli esodati. Ci si incontra, si tratta, si suggerisce, si preme con e sul governo e Parlamento per ogni fabbrica, azienda o territorio che abbia qualche problema. Anzi l’incontro, il “tavolo”, lo si reclama.

Ma queste sono tutte “buone cause”. Mentre quella del petrolio in Val d’Agri è cattiva causa, mala causa e cosa. Solo così si spiega perché la stessa attività di premere, informarsi, vigilare, controllare, suggerire a governo e Parlamento sia cosa buona e giusta in tanti casi e invece “traffico di influenze” in altri. E’ democrazia, anzi buona democrazia collegiale in alcuni casi, in altri è “traffico di influenze” da mettere sotto inchiesta. La differenza? Ma è evidente: la buona o la mala causa.

E chi lo decide se è buona o mala causa? Ma che domande: la Magistratura. Non da sola, ma guidata ovviamente dal senso comune. E il senso comune dice che il petrolio è mala causa e mala cosa. Se c’è un pozzo di petrolio o gas non può che derivarne danno, quindi chi si occupa e lavora ad aprirlo quel pozzo è sospetto. Sospetto, appunto di “traffico di influenze”.

Che, dimenticano volentieri le cronache, per essere “illecito” portare “vantaggio in denaro o altra utilità patrimoniale”. Ed eccolo, evidente, il vantaggio in denaro: Eni, Total ci guadagnavano se aprivano. Così finalmente il cerchio si chiude e abbiamo la teoria completa.

Eccola: due attività, una sospetta e nociva quasi per definizione, quella degli idrocarburi, e l’altra, quella legislativa, si incontrano in un emendamento “criminogeno” perché sbocca cantieri e pozzi. Da qui cronache veramente fantastiche raccontano niente meno che ci sono stati incontri e contatti tra membri del governo e rappresentanti delle compagnie petrolifere. Di solito infatti di investimenti da 1,5 miliardi i governi si disinteressano e devono disinteressarsi…

E poi si può leggere delle “rivelazioni” di contatti “riservati”. C’era Berlusconi al governo e poi Monti al governo quando da anni e anni Tempa Rossa viene ufficialmente e pubblicamente dichiarata “strategica” per l’Italia. Si vede che è sopravvenuta la necessità di tenere segreti i comunicati ufficiali.

E si può leggere che niente meno ci si incontrava ai convegni e ci si informava su chi ci andava ai convegni per per vedere se era o no il caso di andarci. E si può leggere e ascoltare del grande complotto governo petrolio talmente grande che è ancora tutto fermo e chiuso. E si può vedere trionfante l’equazione “se vogliono aprire un cantiere è per far danno e rubare”, quindi aprire un cantiere è peccato/reato.

Qualcuno, pochi, sui giornali sussurra l’obiezione per cui una Procura che indaga su un atto parlamentare non è proprio normale, non funziona così, non dovrebbe, la magistratura dovrebbe processare gli eventuali ladri, non gli emendamenti. Ma son sussurri a fronte dell’altissimo volume delle altre moltissime voci che fanno coro. E questa disparità tra il flebile e l’assordante ancora una volta è la misura di quanto Renzi sia vicino alla sua Isola d’Elba.