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Trump presidente: cominciano gli anni ’30, del secolo dopo

La foto di di Mino Fuccillo

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ROMA – Trump presidente e non per due voti qua, due voti là. Trump presidente degli Usa per manifesta e massiccia volontà popolare. Il calendario dice nove novembre, diceva lo stesso giorno e lo stesso mese il 18 brumaio quando Napoleone fa il colpo di Stato e diventa Primo Console, diceva lo stesso giorno e lo stesso mese quando cadeva il Muro di Berlino. Trump non è Napoleone, il suo non è un colpo di Stato e non cade nessuna dittatura o corroso regime. Ma il calendario con le sue coincidenze ammicca e allude alla sostanza di questo nove novembre: Trump presidente è la storia che gira, non la politica che cambia.

Dal 1946 fino al 2016 nei paesi che chiamiamo Occidente (a lungo dominanti ed egemoni sul pianeta) si è vissuto all’interno di un patto sociale condiviso. C’erano le attività economiche che fornivano costanti e progressivi incrementi del reddito, così costanti e progressivi che le generazioni si sono abituate a considerarli dovuti e automatici. C’erano le libertà civili, politiche e religiose, anch’esse in crescendo. E c’era il consenso ad escludere, a mettere ai margini della vita pubblica cose e pensieri quali il nazionalismo, il protezionismo, l’identità della terra e del sangue. E c’era l’accettazione, ovviamente anche di popolo, dell’assioma che fu di Churchill “La democrazia è un pessimo sistema, a parte tutti gli altri che sono peggio”. Reddito e Welfare crescenti in Occidente sostenevano come due pilastri la cultura e i valori della democrazia parlamentare.

Funzionava, ha funzionato alla grande. Mai in millenni di storia e solo in Occidente in quei 70 anni uomini e donne che hanno avuto la fortuna di nascerci e viverci hanno goduto di maggiori libertà, consumi, redditi, protezione sociale, diritti. Mai. Ma non funziona più. Libertà e reddito ci sono ancora. Però quest’ultimo presenta agli occhi delle opinioni pubbliche l’insostenibile difetto di aver smesso di crescere. Quel che non c’è più è l’accettazione della delega come mezzo della volontà popolare. Reddito e Welfare stagnanti hanno reso agli occhi degli elettorati le democrazie e i Parlamenti un ostacolo, un orpello, un nemico.

Ma non solo questo, non è solo economia. Parole, concetti, valori messi in quarantena per 70 anni perché giudicati come complici di due devastanti guerre mondiali sono tornati a circolare non solo liberamente ma anche con serena collettiva accettazione. Il nazionalismo appunto, con il suo corollario del “noi” e del “loro” da applicare in ogni circostanza: il commercio, la finanza, i confini, le risorse naturali, l’immigrazione…E poi il protezionismo, i dazi, i confini. E poi l’identità, la stirpe, il sangue degli avi, la terra sacra. E quindi gli altri che la “calpestano”. E quindi i “noi” per primi. Come nel leave britannico, come nello slogan di Trump.

Settanta anni, i settanta magnifici anni dell’Occidente sono finiti. Li ha sepolti la volontà popolare. E si aprono altri anni. Anni che possiamo chiamare gli anni Trenta…del secolo dopo.

Gli anni Trenta del secolo scorso albeggiano alla luce cupa della grande crisi economica del ’29. Milioni di disoccupati senza nessuna assistenza pubblica, fabbriche che chiudevano a raffica da un giorno all’altro, gente che si buttava dai balconi, fame vera per strada e nei campi, commerci internazionali paralizzati, depositi e risparmi in banca che diventavano davvero carta straccia. Gli anni Trenta del secolo dopo galleggiano al loro apparire nella palude di una crisi economica decisamente minore in quantità del danno ma decisamente maggiore in qualità del disastro sociale.

La grande crisi del ’29 è molto aspra ma colpisce ceti e popolazioni in larga misura non ancora opulenti. Quindi dà ad una politica (che poi arriverà) di spesa e investimenti pubblici margini per reagire e recuperare, almeno là dove la risposta non è già stata quella dei regimi autoritari. La lunga crisi dal 2007 in poi tocca ceti e popolazioni opulente, blocca i loro redditi e consumi, li rende insicuri dei loro “diritti acquisiti” e nel suo corso si fa crisi più sociale che economica. Non sembrano esserci margini di reazione e recupero all’interno dei parametri delle democrazie parlamentari, lo attesta questo nove novembre 2016 americano.

Negli anni Trenta del secolo scorso, con l’eccezione delle due democrazie anglosassoni, in tutto il resto dell’Occidente i popoli furono incantati e convintamente entusiasti del nazionalismo, delle bandiere, dell’anti parlamentarismo, del “noi” e del “loro”. Negli anni Trenta del secolo scorso i popoli, molti popoli democraticamente vollero fare a meno delle democrazie e sostituirle con qualcosa per cui altro termine non c’è che regimi. Non necessariamente dittatoriali, ma regimi. Imperniati sul capo, sulla guida. Capo e guida che deve essere uno fuori e anti establishment, uno che conforta il popolo dicendo che tutto è possibile, che il popolo tutto può e lui lo farà, lo realizzerà. Contro tutti i nemici, interni ed esterni.

Negli anni Trenta del secolo scorso crisi economica ed elettorati portarono al disprezzo delle democrazie e alla voglia di popolo dei regimi. Negli anni Trenta del secolo dopo accade la stessa cosa, in maniera meno drammatica ma perfino più virulenta. Negli anni Trenta del secolo scorso andò a finire nel peggiore dei modi. Non è detto e non sta scritto che anche stavolta, predicare disastri mondiali è tanto azzardato quanto inutile.

Però far finta di essere saggi è stupido. Trump non è certo Hitler del Terzo millennio ma la sua cultura e suoi valori sono quelli della democrazia è guaio, malattia e sporcizia. “Vado lì a ripulire tutto…” annuncia. Ripulire perché invasi dagli stranieri, dai professori, dagli intellettuali, dai politicanti. Chiudo le frontiere alle merci del resto del mondo, rompo i trattati commerciali, me ne frego del clima…”. Trump è l’America bianca contro tutti, l’America isolazionista e con in mano “il bastone più duro” da picchiare sulla testa del sistema interno di convivenza e assimilazione.

Trump non è impreparato e ignorante, anzi. E’ preparatissimo e conscio della sua missione, americana e planetaria: spezzare le reni alla democrazia parlamentare. Gliel’ha detto l’elettorato americano di fare così, è questo il suo mandato. Per questo i suoi anni da presidente degli Usa sono gli anni Trenta del secolo dopo.

Anni che gli altri, i non “trumpiani” di ogni angolo d’Occidente dovranno resistere alla tentazione finto saggio e falso intelligente di viverli in apnea. Hillary Clinton h concluso alla peggio: non presentandosi sul palco, mandando a casa e rinviando a…Insomma proprio e soltanto, in piccolo, la reazione del vivere in apnea e anche Trump passerà…

Hillary Clinton è stato un politico modesto (ha chiuso) e un candidato antipatico. Ma non ha perso per questo. Ha perso perché le democrazie parlamentari stanno da troppo tempo solo e soltanto aspettando che “passi la nottata” e anche ora molte voci si leveranno a consigliare calma e gesso e a vivere in apnea gli anni di Trump. Quattro, otto anni in apnea..? Troppi per non soffocare.