Opinioni

Mistero di Repubblica: perché la rubrica di Michele Serra è in prima senza titolo ma sopra la testata?

Mistero di Repubblica: perché la rubrica di Michele Serra è in prima senza titolo ma sopra la testata?

Mistero di Repubblica: perché la rubrica di Michele Serra è in prima senza titolo ma sopra la testata? Il tormento di Cesare Lanza (nella foto)

Ho espresso più volte la mia meraviglia perché un grande giornale come “La Repubblica” ha preso a pubblicare in prima pagina, addirittura sopra la testata, la rubrica di Michele Serra, “L’Amaca”.

Alcuni mi dicono: ce l’hai con Michele Serra? Ce l’hai con La Repubblica? Né con l’uno, che d’ora in poi chiamerò Miki per dimostrargli la mia simpatia, né con il grande giornale fondato da Scalfarone. Anzi, mi interrogo su me stesso.

Sono vecchio, ottuso, rottamato o da rottamare al più presto? Oppure sono semplicemente all’antica e mi ostino a credere in certe regole, inviolabili, del giornalismo? Mi piacerebbe la seconda che ho detto, ma non escludo la prima. Comunque sia, eccoci al nodo: La Repubblica pubblica, addirittura sopra la testata, una rubrica quotidiana di Michele Serra, che si chiama “L’amaca”.

Confesso: le scelte di “Repubblica” mi intrigano, soprattutto come lettore, ma anche – un po’ – come ex direttore di giornali. Cosa avrei fatto, io, al posto di Mario Calabresi? Come lettore mi spiace che eccellenti firme del glorioso giornale del Fondatore, Eugenio Scalfari, e del suo successore, “Topolino” Ezio Mauro, debbano essere mortificati come subalterni a Serra; tanto per fare qualche nome, Massimo Giannini e Stefano Folli, che direbbero qualcosa di più interessante, nei loro territori politici, rispetto al coccolato Michele Serra. O Francesco Merlo, maestro di scrittura. O Sebastiano Messina, maestro d’ironia. O Corrado Augias, maestro di colti equilibri. O Vittorio Zucconi, maestro nei reportage. O Gianni Mura, erede di Brera e maestro di sport? Aggiungo, come ex direttore: se proprio s’ha da fare, quella stramaledetta rubrica, perché non affidarla, a turno, secondo gli argomenti, a quei maestri (e l’elenco sarebbe lungo!) di giornalismo, di cui Repubblica dispone?

Mi conforta una lettera di Giovanni Valentini:

“Ai quattro punti della tua sintesi sull’Amaca di Serra in prima pagina su “Repubblica”, ne aggiungerei un altro, a mio avviso decisivo: l’impropria collocazione in sovratestata. Una scelta del genere significa dichiarare ogni giorno che il giornale non ha di più e di meglio da proporre ai suoi lettori. Una sovraesposizione che, come ti ho già scritto, è un obbrobrio giornalistico, uno sfregio storico. E per di più, questo diventa l’unico elemento visibile nelle copie esposte l’una sull’altra in edicola. Già Ezio Mauro provò per qualche tempo a pubblicare nella stessa fascia superiore alcuni improbabili “francobolli” tipografici, con titoletti e fotine, che soffocavano e occultavano la testata. Ma quello, almeno, poteva risultare un richiamo, un arricchimento. Direi, in sintesi: un giornale senza testata è un giornale senza testa”.

 

Ecco perché la scelta di mettere l’Amaca in quella stravagante collocazione non mi piace.

1. Preferisco le notizie in prima pagina, non rubrichette e commentini.

2. Serra è un discreto scrittore, ma non ha la qualità di un Montanelli o di un Fortebraccio (memorabili sul Giornale e sull’Unità.

3. Con superbia fastidiosa non propone neanche un titolo!

4. Questa è la riflessione più importante: Serra (peraltro come la maggior parte dei critici) non interviene mai sul fatto del giorno, ma – senza particolare acume – su episodi di giorni, settimane, anni e secoli prima (triti e a volte noiosi).

 

Fino a qualche tempo fa, era pubblicata nella pagina delle lettere, nella stessa veste. Non la leggevo mai, nonostante la simpatia per Miki. I motivi erano, e rimangono, due.

Il primo: perché dovrei affaticarmi a leggere qualcosa che mi viene presentato senza titolo e non mi dà alcuna idea del contenuto?

Il secondo: dovrei leggere solo perché la firma è di Miki, discreto scrittore, e alla rubrica definita “L’amaca”, viene attribuita una fascinosità, almeno per me, assolutamente resistibile? No, consideravo, e considero, questa proposta giornalistica come un atto di superbia inaccettabile. Elitaria. Snobistica. Altezzosa. Insomma, neanche paragonabile alla celebre battuta di Alberto Sordi: “Perché io so io e voi nun siete un c.”

Il direttore de La Repubblica, il giovane Mario Calabresi, ha adesso trascinato Miki dalle pagine interne addirittura alla prima, nientepopodimenochè sopra la testata. Oibò! Mi sono fatto un bagno, non esageriamo, un bagnetto di umiltà e ho cercato di capirne le ragioni. Quindi, pur pesando 130 kg, ho provato a inerpicarmi fino ai cieli di Miki e ho letto tutto, fino ad esaurirmi. La domanda era: come si spiega questa provocazione per i lettori, questo ennesimo tentativo di tenerli lontani – sotto la nuova direzione – dal grande giornale che con Scalfari conobbe glorie e quantità di copie vendute senza precedenti?
Le mie fonti, qualche amico all’interno del giornale temerariamente guidato da Calabresi, mi dicono che il motivo fondamentale è questo: una certa dispettosità perché Massimo Gramellini si trasferisce da La Stampa al Corriere della Sera, e lì alloggerà, anche lui in prima pagina, con la sua rubrica. Quindi, il desiderio di anticipare il Corrierone.

Stento a crederlo: qualcuno può pensare che i lettori – in fuga dovunque, dai quotidiani di carta stampata – possano essere interessati alla disfida tra le chiacchiere di Miki e di Gramellini? Resto convinto che un giornale debba innanzitutto pubblicare notizie, dare un “buco” come si diceva una volta in gergo, ai concorrenti. Forse non sbaglio del tutto, se è vero che le tirature dei giornali sono in caduta libera e si consolidano invece quelli poveri, senza risorse (il Fatto Quotidiano, La Verità…), che si ostinano meritevolmente a cercare notizie, possibilmente in esclusiva.

È opinione diffusa, anche la mia, che i giornali quotidiani di carta stampata siano destinati a sparire, si dice che non cercano più notizie perché le notizie sono “bruciate” dalla televisione e, ancor più, all’istante, da internet e dai social network. Verissimo e aggiungo: le notizie non si cercano più anche perché la stragrande maggioranza dei quotidiani appartengono a editori impuri, ovvero ad editori a cui stanno a cuore, più che le vendite dei giornali, altri prioritari interessi. Molti giornalisti si sono rassegnati, spesso cercando di evitare terreni scomodi e informazioni che potrebbero risultare imbarazzanti per gli editori.

Si dice anche, e concordo, che i grandi giornali saranno destinati a diventare fogli di opinioni, riservati a quote ristrette di lettori. Domando: la rubrica di Miki e quella di Gramellini (sono curioso di vedere come sarà pubblicata) sono considerate una ghiotta attrazione per lettori desiderosi di opinioni, cultura, qualità letterarie? Con tutto rispetto per i due rubrichisti, direi che sia La Repubblica – che ammiro anche quando sono in disaccordo – e sia il Corriere della Sera, hanno firme più prestigiose e importanti su cui contare. Perché, dunque, questo spreco? Chiedo soccorso a chi sappia darmelo.

Inerpicandomi a leggere, ho trovato nell’ “Amaca” solo banalità. Di più: Miki e Calabresi mi perdonino la severità, “L’amaca” propone sempre il commento possibile il giorno prima, o, addirittura nei mesi precedenti. Troppo facile! Esempio: Miki scrive, come milioni di volte è già stato scritto da tutti, che la Sinistra è a pezzi, in frantumi? Propongo un riferimento preciso, ricordando che una volta facevo il direttore e qualche ideuzza mi veniva: il commento di Miki, uno che sa scrivere discretamente, o anche di Gramellini, quando ci sarà, dovrebbe essere dedicato al fatto del giorno più problematico e inquietante. Ecco un’ideuzza, valida anche domani: la vendetta di quel giovane che ha sparato al ragazzo che uccise con l’auto sua moglie. L’opinione che mi piacerebbe leggere (pur non condividendo la scelta di dare uno spazio smisurato ad una rubrica) è questa: quale sarebbe la pena giusta? Ecco un tema su cui le opinioni si dividono certamente e su cui una mente particolare, uno scrittore profondo potrebbe regalarci suggestioni interessanti.

Consentitemi, concludendo, di proporvi un pensiero di Jorge Louis Borges: “Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”.

To Top