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Morta affogata nella luce della luna, strozzata dal reggiseno: il necrologio che Carrie Fisher avrebbe voluto

Morta affogata nella luce della luna, strozzata dal mio reggiseno: ecco il necrologio che Carrie Fisher avrebbe voluto

Morta affogata nella luce della luna, strozzata dal mio reggiseno: ecco il necrologio che avrebbe voluto Carrie Fisher (nella foto col vestito di Leila sotto cui il regista George Lucas le proibì di portare il reggiseno)

“Dite che sono morta affogata nella luce della luna, strozzata dal mio reggiseno, penso che sarebbe un necrologio fantastico”, scrisse Carrie Fisher nel 2008. L’attrice, nota come la Principessa Leila di Star Wars, è morta il 23 dicembre 2016 per un colpo al cuore mentre era in volo da Londra a Los Angeles. Doveva proprio iniziare a lavorare al seguito di quel libro,  Wishful Drinking, da cui è tratta la citazione.

Il lbro, elaborato da uno spettacolo di cui Carrie Fisher era unica protagonista, racconta la sua vita di diva figlia di divi, in lotta con la droga e il disturbo bipolare.

La frase conclude una pagina di ricordi, riferiti a quando, appena diciannovenne, girava il primo Star Wars. Era il primo giorno di riprese per Carrie Fisher. Arriva George Lucas, il regista e ideatore della serie, la guarda, guarda il vestito che abbiamo visto addosso a Leila nel film, e le dice:

Non puoi portare il reggiseno sotto quel vestito”.

Carrie chiede perché. George Lucas risponde:

“Perché…non ci sono indumenti intimi nello spazio”.

Aggiunge che le galassie sono zone libere da mutande e reggiseni:

“Cosa succede se vai nello spazio e diventi senza peso? Quando il tuo corpo si dilata? Ma il tuo reggiseno non si dilata e così tu finisci strangolata dal tuo reggiseno”.

Per questo, fu la conclusione di Carrie Fisher, “quale che sarà il modo in cui me ne vado, voglio che si dica che sono annegata nella luce della luna, strangolata dal mio reggiseno”.

Per completare il racconto,  quando proprio era necessario, Lucas le consentì l’uso di un po’ di nastro adesivo sotto i vestiti. In compenso, visto che lei non era altissima, quando doveva fronteggiare il suo futuro spasimante, Ian Solo interpretato da Harrison Ford, Lucas la faceva salire su una cassetta di legno.

A volte nascere belle, nel posto più meraviglioso del mondo, ricche, circondate da persone famose e destinate alla fama in prima persona può essere una sfortuna. Tutti ci siamo innamorati un po’ di lei negli anni 80, quando esplode sullo schermo nella parte della principessa Leila di Guerre Stellari, con la sua tunica bianca, quella  buffa pettinatura con due ciambelle ai lati della testa, e un mitragliatore laser per uccidere i soldati dell’Impero Galattico.

Ma lei, Carrie Fisher, ha sempre riso un po’ di questa fama: “Nessuno si è innamorato di me, tutti si sono innamorati della principessa Leila, che casualmente è una che mi somiglia”.

Carrie nasce a Beverly Hills nel 1956 da due personaggi di un certo peso. La mamma è Debbie Reynolds, una deliziosa attrice sempre impegnata in commedie romantiche e sentimentali (verrà infatti sopranominata “la fidanzatina d’America”): è quella che danza con Gene Kelly in “Cantando sotto la pioggia”. Il padre è il cantante Eddie Fisher (il più famoso all’epoca), un tipo molto belloccio: infatti scapperà per andare a sposarsi con la più bella e la più turbolenta attrice di quegli anni, e cioè Liz Taylor.

Carrie nasce in questa famiglia, con tutti i grandi di Hollywood che girano per casa e che la tengono sulle ginocchia. Non finirà mai gli studi, pianta tutto per fare l’attrice. La sua prima parte importante, quando non ha ancora vent’anni, è in “Shampoo”, insieme a Warren Beatty e Julie Christie. E siamo nel 1975, ma la sua fama mondiale scatta solo due anni dopo, con il ruolo appunto della principessa Leila in Guerre Stellari diretto da George Lucas, un amico di famiglia.

In quegli anni vengono messe in vendita anche bamboline con le sue sembianze, magliette e tutta la paccottiglia che accompagna questi successi. Un evento mondiale, senza dubbio

Ma non tutto va per il verso giusto. Durante le riprese di “Blues Brothers”, nel 1980, viene quasi licenziata perché troppo dedita alla cocaina. Arriva sul set e non ricorda le battute, a volte dà l’impressione di non sapere nemmeno dove si trova. La cosa curiosa è che a dirle di smettere di usare la cocaina (“Vacci piano”) è proprio il protagonista del film, John Belushi, che poi sarà stroncato da quella stessa droga.

La verità è che a Carrie hanno diagnosticato già a ventiquattro anni un pesante disturbo bipolare. Cosa che lei non ha mai accettato. Solo a 28 anni, quando finisce in overdose, ammette di avere una malattia. Ma l’accettazione definitiva avviene solo qualche anno più tardi, dopo un esaurimento nervoso.

Negli anni Settanta l’incontro con l’uomo della sua vita: Paul Simon, del duo Simon e Garfunkel. Dopo qualche contrasto Simon si mette per conto proprio e diventa in poco tempo una star: è il cantautore più famoso, e più bravo, d’America, quasi alla pari con Bob Dylan. Paul è basso, introverso, timido. Lei invece è la bella di Guerre Stellari. Entrambi sono nevrotici. Difficile immaginare che l’unione possa essere un successo.

E infatti fra il 1977 e il 1983 i due si incontrano e si lasciano molte volte. Lui è in tournée, lei in giro per il mondo a girare la saga delle Guerre Stellari.

Ma, nonostante tutto, nonostante le separazioni e le risse, c’è qualcosa che li attira uno verso l’altro. Sono anni in cui tutti pensano che si possa fare tutto. Ci sono il femminismo, le droghe, gli psicofarmaci. La musica rock, la libertà sessuale. Così, nel 1986, nella casa di lui a New York, affacciata su Central Park, si sposano. Una cerimonia privata, i genitori non sono presenti. In compenso c’è il meglio di Hollywood (una decina di persone), compreso George Lucas.

Il matrimonio dura meno di un anno, ma resta nella testa dei due come la cosa più importante della loro vita: da quel momento praticamente non parleranno d’altro. Simon nelle sue canzoni e Carrie nei suoi libri.

Si scopre infatti scrittrice e anche brava. Una delle sue opere “Wishful Drinking” diventa uno spettacolo teatrale, che avrà lei stessa come interprete.

Le parole con cui comincia questo libro racchiudono tutta le delusioni di questa ragazza che sembrava destinata a qualcosa di meraviglioso e che invece è passata da una disavventura all’altra: “La mia vita è stata rovinata da Star Wars, dai miei genitori, dalla fama, dalla droga, da Hollywood e da Paul Simon” . Insomma, da tutto quello che le è capitato di buono (droga a parte).

Lui, Simon, non ha mai voluto parlare di questa storia d’amore, ma si sa che gli ha ispirato almeno una decina di canzoni, fra le più belle del suo repertorio. Fra queste c’è “Graceland”, dal contenuto abbastanza misterioso. Un contenuto che lui si rifiuta di spiegare da almeno tre decenni.

Carrie Fisher, però, che nonostante tutto conserva molta ironia, l’ha commentata subito: “E’ curioso accendere la radio alla mattina e sentire uno che dopo trent’anni ancora si lamenta di te”.

 

 

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