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Aborto, indulgenze, scomunica, ricordi pericolosi nella storia della Chiesa

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L’ aborto è un “gravissimo” peccato da perdonare e assolvere, come ha deciso papa Francesco nella sua recentissima istruzione ai confessori, o è il “nuovo nazismo” e la “nuova Shoà” come ha invece tuonato il suo predecessore papa Wojtyla il 5 giugno 1991 e nel settembre 2005?

Condanna quella di Wojtyla di una durezza senza pari e quindi senza possibilità di appello né perdono, punita  irrimediabilmente dalla scomunica, sia per la donna che per il medico, come il pontefice polacco ci ha tenuto a ribadire per iscritto e a chiare lettere nel febbraio 2005 nel suo libro Memoria e Identità.

Smagnetizzare o archiviare di già la Memoria così cara a Wojtyla? Cambiare l’Identità ad essa legata e strenuamente  difesa e voluta da quel pontefice? O far finta di niente, come se quella damnatio più dura delle pietre non sia mai stata né gridata né scritta?

E che fine faranno le obiezioni di coscienza di cui si avvalgono i medici cattolici antiabortisti per  non fare il proprio dovere professionale? Dopo la novità voluta da Francesco la loro obiezione di coscienza come potrà avere ancora motivo di esistere a fronte di una pronta assoluzione dal peccato d’interruzione di gravidanza?  Si ribelleranno anche al Papa?

Domande certo non retoriche, né inopportune o  fuori luogo, né anticlericali e tanto meno offensive e/o malevole. Ed è strano che nessuno le ponga. Il 1991 e il 2005 non sono anni del Medioevo. Dal ’91 sono passati infatti solo 25 anni e dal 2005 appena 11. Per giunta, a differenza di Francesco papa Wojtyla è stato dichiarato santo, e a tempo di record.

Che valore e che futuro può avere l’apertura “laica” di Francesco sull’aborto se il suo autore non  condanna o almeno non dichiara esplicitamente superata la dottrina di segno drammaticamente opposto del papa “santo subito!”, cioè di Karol Wojtyla? E’ evidente che se non c’è un chiarimento che suffraghi in modo indelebile il sorprendente giro di boa dell’attuale pontefice, rendendo così irreversibile il cambiamento, c’è il molto concreto rischio che il suo insegnamento finisca alle ortiche quando il suo posto sul trono di Pietro sarà occupato da un successore. Francesco ha “sdoganato” o almeno “depenalizzato” per la prima volta l’aborto il 1° settembre dell’anno scorso, quando nella  Lettera Apostolica di varo del nuovo Anno Santo denominato Anno Giubilare della Misericordia ha scritto:

“Tutti i sacerdoti del mondo, non soltanto dunque i «missionari della misericordia», durante il Giubileo potranno assolvere il peccato di aborto”.

Una dizione che allo “sdoganamento” o alla “depenalizzazione” dalla scomunica dell’aborto poneva il limite della durata del Giubileo, vale a dire 12 mesi o poco più. Limite posto anche alla competenza per il peccato d’aborto non più solo dei “missionari della misericordia“, istituiti appositamente per l’anno giubilare da Francesco, che così li ha definiti:

“Saranno sacerdoti a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica”.

Prima infatti l’aborto rientrava tra i peccati dei quali poteva occuparsi esclusivamente la Sede Apostolica, vale a dire il Papa o i suoi stretti collaboratori. La settimana scorsa è arrivata invece la sorpresa. Pur continuando a definire l’interruzione della gravidanza “un gravissimo peccato”, Francesco nella Lettera Apostolica a conclusione del Giubileo ha annunciato:

“Perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto”.

Parole chiare, che privano i medici obiettori di coscienza di ogni ragionevole, e accettabile, ulteriore obiezione, che a questo punto è solo una scusa. Infatti, se sono convinti di commettere un peccato operando una pur legittima richiesta d’interruzione di gravidanza, possono farsi assolvere in fretta e senza più problemi da un qualunque sacerdote.

A dirla tutta, anche le recenti frasi a favore dei protestanti e – giustissimamente – a favore della dignità delle donne – “Dio vuole donne libere con dignità” – andrebbero spiegate e sistematizzate meglio, con una decisa virata e frattura con il passato della stessa Chiesa.  Per quanto riguarda le donne, non è il caso di citare la voluminosa letteratura che attesta come la Chiesa le abbia  sempre volute subalterne. Basta citare la vecchia formula del matrimonio e la mancanza di diritti di voto, di proprietà, eredità e accesso ai pubblici uffici che hanno caratterizzato la donna soprattutto nello Stato pontificio – che, ricordiamolo, è esistito fino a meno di 200 anni fa – oltre che nell’Italia fino alla fine del fascismo, a suo tempo ratificato dalla Chiesa con i Patti Lateranensi.

Per non parlare del divieto per la donna di esercitare il sacerdozio. Divieto giustificato col fatto che Gesù ha avuto solo apostoli maschi, il che significa non voler tener conto della subordinazione e  della mancanza di libertà della donna nella società ebraica di quei tempi. E’ come vietare l’uso dei telefonini, dei treni e degli aerei, dei computer e dei rasoi elettrici perché ai tempi di Gesù non esistevano.

Senza rivangare  troppo il passato,  basta dare una veloce lettura all’articolo di Carlo Augusto Viano che su Micromega del maggio 2014 già si occupava delle aperture in tema di donne dello stesso Francesco e di alcuni suoi predecessori di pochi decenni prima. Viano ricorda, Storia alla mano, come “il posto delle donne nella storia del cristianesimo è sempre stato subordinato a quello degli uomini e le ‘aperture’ di Francesco non sembrano contenere in realtà novità rilevanti”.

Per quanto riguarda invece l’affermazione che i cattolici potrebbero imparare dai protestanti, senza addentrarci in dispute teologiche – non è questa la sede adatta – ciò che dispiace è quanto si può capire osservando con attenzione il grande colonnato del Bernini a quattro file e tre corsie di piazza S. Pietro, colonnato che vuole simbolicamente dotare la basilica di braccia ecumeniche, capaci di abbracciare il mondo intero.

Ricordiamo che La Riforma protestante è nata a causa della vendita delle indulgenze. Nel 1517 papa Leone X  volendo ricostruire la basilica di S. Pietro, ma non aveva i soldi necessari, motivo per cui ricorse al bando che garantiva in tutto il mondo una speciale indulgenza per chi avesse fatto un’offerta in denaro alla Chiesa. L’indulgenza, già utilizzata durante le Crociate,   era di fatto uno sconto o un condono, proporzionale all’atto di penitenza, delle pene che il credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio. Leone X le mise in vendita in cambio di offerte in danaro, cosa che scandalizzò Martin Lutero fino portarlo alla Protesta, detta appunto luterana, e alla conseguente nascita del protestantesimo o luteranesino che dir si voglia. Osservando però da vicino le 283 colonne doriche alte 12 metri e gli 88 pilastri di marmo travertino di Tivoli che completano trionfalmente la basilica di S. Pietro, baricentro della cristianità o almeno del cattolicesimo, ci si rende conto che non si tratta di opere  monolitiche, non sono cioè state ricavate ognuna da un unico grande pezzo di marmo. Osservandole da vicino si nota bene che sono state invece costruite “a fette”, impilando uno sull’altro dischi di marmo. Il che vuol dire che il costo delle due grandiose “braccia” della basilica è stato enormemente inferiore di quanto sarebbe risultato se fossero composte da colonne monolitiche.

Bernini ha iniziato i lavori  nel 1656, cioè un secolo e mezzo dopo la decisione presa da Leone X. Perché ha fatto ricorso all’espediente delle colonne “a fette” anziché monolitiche? Per far prima? Per risparmiare? Perché  la vendita delle indulgenze, certo non interrotta, non aveva reso e non rendeva abbastanza? O perché si usava rubare, dentro e fuori il Vaticano,  già a quei tempi?

L’unica cosa certa è che ci si resta davvero male a rendersi conto che la miccia del protestantesimo è stata accesa per una banale questione di costi di una basilica imponente sì, ma costruita al risparmio, se non more solito rubando sulle spese. Imponente sì, ma non davvero eccezionale come si usa credere e ci si aspetterebbe quando arrivando in piazza S. Pietro ci lascia davvero stupiti.