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Burkini in spiagga consigliato a chi non vuol rischiare di ammalarsi di melanoma, cancro della pelle

La foto di di Pino Nicotri

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Burkini in spiaggia. Il Consiglio di Stato della Francia ha riconosciuto che il divieto del cosiddetto burkini viola le libertà fondamentali delle persone, come del resto era facilmente intuibile. È evidente che il sindaco di Nizza, imitato da una ventina di colleghi, ha emesso l’improponibile divieto per rappresaglia contro la terribile strage provocata nella sua città lo scorso 14 luglio dal camionista Mohamed Lahouaiej-Bouhlel (80 morti sul colpo e 200 feriti, molti dei quali gravi), che sarà anche stato musulmano ma ha agito perché malato di mente e non per fanatismo politico o religioso.

Se il Consiglio di Stato fosse stato più veloce, la Francia si sarebbe evitata la vergogna supplementare dei poliziotti maschi che sempre a Nizza, qualche giorno dopo avere costretto una bagnante a uscire dall’acqua e non usare quel costume, hanno costretto un’altra donna, che se ne stava in spiaggia, a cambiare abbigliamento. Nulla è più incivile di uomini che, per giunta in divisa, costringono una donna a spogliarsi sia pure parzialmente e in pubblico. Per non parlare dell’inciviltà di chi li ha applauditi. Senza contare che il cosiddetto burkini è stato adottato da anni dal governo australiano, laico e non confessionale, come divisa per le musulmane che sulle spiagge vigilano sulla sicurezza delle bagnanti, pronte a soccorrerle in caso di problemi in mare.

La polemica sul burkini è nata male ed è strano che nessuno se ne sia accorto. Burkini, anche se è un prodotto australiano brevettato ed è un marchio registrato fin dal 2004 come Burqini (con la q e non col k), è infatti un termine che fonde le due parole burka e bikini. Due parole, nessuna delle quali c’entra nulla col costume in questione. Il bikini non c’entra nulla perché è un costume di soli due pezzi, che copre solo il seno e il . Il burka non c’entra pure nulla perché copre tutto, anche l’intero viso di chi lo indossa, mentre invece il cosiddetto burkini non copre affatto la faccia, la lascia completamente scoperta. È coperto il capo e sono coperte le orecchie, come accade col velo detto hijab, esattamente come in quasi tutte le rappresentazioni della Madonna che fanno bella mostra di sé con una sorta di hijab sul capo non solo nelle basiliche e nelle chiese cristiane, ma anche nelle case private, nei musei e in una infinità di angoli di strade, nicchie di muri e di rocce ed edicole votive del vasto mondo cristiano, dalle Filippine al Sud America passando per l’intera Europa.

Nessun sindaco di Nizza o di altro centro balneare si sarebbe mai sognato di proibire la sosta in spiaggia o il mettere i piedi in mare a suore e monache, che di fatto indossano l’equivalente del burkini, o a donne mormoni, induiste, ebree ortodosse, ultraortodosse e chassidim, il cui vestiario non è molto dissimile da quello proibito dal sindaco di Nizza. Vestiario che comunque, in spiaggia o altrove, non è certo libero né libertario nei confronti del corpo femminile.

Avere tirato in ballo il burka e il bikini per indicare un tipo di vestiario che non ha nulla a che vedere con nessuno dei due è la prova del sarcasmo usato spesso verso “gli altri”, in questo caso “le altre”. Il fatto che quel costume e quel termine siano stati brevettati e registrati in Australia nel 2004, dalla stilista Aheda Zanetti, non ci esime dal renderci conto che è un termine sbagliato, di stampo goliardico, doppiamente derisorio per la donna.

Negli Usa quel costume si chiama “splashgear” e in Francia “maillot océanique”, vale a dire “costume da bagno oceanico”. Ed è il risultato finale dei tentativi iniziati fin dal 1993 in Turchia e poi in Egitto nel 2000 di realizzare un costume da bagno accettabile anche dalle musulmane più tradizionaliste. Non a caso gli egiziani lo chiamarono “costume da bagno sharia” o anche “hijab da nuoto”.
Islam e polemiche becere a parte, il cosiddetto “burkini” è comunque utile a chiunque in spiaggia o in barca, in ogni caso al sole, non voglia abbronzarsi o rischiare di ammalarsi di melanoma, cancro della pelle. Dal quale in effetti è provato che protegge. Checché ne dicano il sindaco di Nizza e i suoi avventati emuli.