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Crozza è in guerra ma lo bacchettano, al furbone Hollande…

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MILANO – Crozza e Hollande, due pesi e due misure da parte della “opinione pubblica” in Europa, come due pesi e due misure sono stati adottati nei confronti degli attentati di Parigi – Bruxelles e Ankara – Istanbul.

François Hollande e Maurizio Crozza, un capo di Stato e un comico, hanno detto entrambi esattamente la stessa cosa: “Siamo in guerra!”. Ma mentre il primo è stato applaudito da tutti, al solito grido di “Armiamoci e partite!”, Crozza è stato invece gelidamente ignorato o bacchettato con la non lieve accusa di avere inventato “la par condicio tra i trolley e i droni”. Dove per trolley si intendono quelli utilizzati dai terroristi dell’Isis nella strage all’aeroporto di Bruxelles e i droni sono invece gli aerei senza pilota usati dalla Nato, dagli Usa, Francia e Inghilterra per controllare e se del caso bombardare obiettivi in Afganistan, Siria, Iraq e non solo, mentre Israele li usa per controllare a tappeto soprattutto Gaza e a volte lanciarvi missili.

I droni sono usati in segreto anche l’Italia: la loro base principale è quella di Amendola in Puglia e servono per sorvegliare rotte marittime a rischio di pirateria, come quelle del Corno d’Africa, ma anche per le ricerche e la liberazione, senza pagare riscatto alcuno, dei nostri cittadini rapiti nei Paesi senza pace.

Maurizio Crozza ha osato far notare che secondo un giornale inglese, l’Indipendent on Sunday, che ha ricevuto la notizia da fonti del Parlamento britannico, i raid dei droni di Usa, Francia e Inghilterra hanno provocato dal 2004 almeno mille morti. Un raid del 4 ottobre 2015 ha massacrato una ventina di persone tra medici, infermieri e ricoverati dell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, in Afganistan, nonostante che il personale si sia affannato ad avvertire gli americani che stavano bombardando non i talebani, ma un ospedale! E in Afganistan la presenza Usa, mimetizzata con la Nato, dura ormai da ben 14 anni. Più ddella guerra nel Vietnam, eppure non se ne vede ancora la fine. Nel frattempo, più o meno  200 milioni di euro al giorno vengono inceneriti nel calderone di questa guerra senza fine.

E meno male che Crozza non ha citato un rapporto di Human Rights Watch, datato agosto 2013, secondo il quale gli attacchi Usa in territorio yemenita avrebbero ucciso decine di civili. Da 2003 ad oggi sono passati tre anni. E ci sono stati altri morti innocenti colpiti per errore dai droni Usa. Per esempio, nella mattina del 13 dicembre del 2003 un corteo nuziale è stato scambiato per una colonna di Al Qaeda: risultato, 10 persone uccise sul colpo e altre 5 morte appena arrivate in ospedale.  E a proposito di Al Qaeda: è stato appurato che tra i suoi principali finanziatori c’è quel Kuwait per liberare il quale dall’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein (debitamente autorizzata dall’ambasciatrice americana April Glaspie) gli Usa misero in piedi  una coalizione militare, compresa l’Italia, che segnò la prima guerra americana all’Iraq.

Ma torniamo a Hollande. Che lui e la sua Francia siano in guerra, per volontà e decisione di Parigi, è noto da mezzo secolo. Dal ’67 al ’70 la Francia “è in guerra” in Nigeria finanziando il sanguinoso tentativo di secessione del Biafra, tentativo costato più o meno un milione di morti. Parigi non puntava a “esportare la democrazia” nel Biafra, ma a importare dal Biafra a condizioni di favore il petrolio che vi si trovava in abbondanza. Il copione è stato ripetuto di recente armando in Libia la “rivoluzione democratica” contro Gheddafi, finito ucciso in modo oltretutto oltraggioso. L’intervento in Libia è stato anche un dispetto alla nostra Eni, che in Libia aveva ottimi rapporti.

Quanti morti abbia provocato il soffiare parigino sul fuoco libico non è noto, ma è sotto gli occhi di tutti sia la continua diaspora di libici che fuggono dall’inferno di casa loro soprattutto verso le coste italiane e sia la frantumazione della Libia in vari pezzi, alcuni dei quali controllati proprio dall’Isis. Ma la responsabilità francese è probabile che cada sulle nostra spalle, perché sono in molti a volere che le castagne dal fuoco appiccato dai francesi le cavi l’ Italia, col rischio di scottarci le mani a Tripoli e dintorni o a casa nostra con qualche strage modello Parigi o Bruxelles.

Qui non si tratta di essere codardi o di lasciare nei guai un nostro alleato della Nato, ma di far notare che nel mondo civile le proprie responsabilità non si usa scaricarle sugli altri, soprattutto se amici o alleati, due vocaboli che hanno un significato ben diverso da gregari e subalterni. E tra le responsabilità NON italiane, ma degli Usa, Inghilterra e Francia, c’è anche quella di avere dato più di un “aiutino” ai “rivoluzionari democratici” che puntano ad abbattere Bashar al Assad in Siria esattamente come fatto con Gheddafi in Libia. “Rivoluzionari democratici” che di  democratico non hanno assolutamente nulla  e che sono finanziati soprattutto dall’Arabia Saudita perché in realtà appartengono al molto retrogrado – e quindi pericoloso – ramo wahabita dell’Islam, ramo al quale  appartengono i sauditi anche perché è nato nella loro terra.  In Siria non è stato fatto altro che mettere in pratica una delle opzioni, la più radicale, che il think tank Saban Center for Middle East Policy, emanazione della Brookings Institution, con sede a Washington, ha suggerito a Obama per “liberare” l’Iran dall’attuale regime. Il Saban Center è composto da personaggi molto bene inseriti nelle istituzioni politico militari Usa, compresa la Casa Bianca e la Cia, e per l’Iran ha suggerito a Obama la propria “valutazione delle opzioni per un cambio di regime”.

La soluzione del Saban Center adottata alla chetichella dai Paesi occidentali impegnati in Siria contro Assad è quella della creazione di zone franche e di corridoi “umanitari”. Ma, esattamente come avvenuto con Bin Laden e i suoi talebani, creature notoriamente saudite e statunitensi messe in piedi per logorare con successo l’allora Unione Sovietica in Afganistan, i vari spezzoni armati islamisti fondamentalisti, dall’Isis ad Al-Nusra ad Al Qaeda, stanno tentando di mettersi in proprio. Impossibile che riescano a fare qualcosa di diverso da qualche altro macello in Medio Oriente e qualche altra strage in Europa, intanto però ci provano e comunque servono.

Gli Usa sperano che il tracollo di Assad permetta di impedire ai russi di continuare a usare come loro base navale il porto di Tartus (al tempo delle Crociate Tortosa), messo a loro disposizione fin dal 1971, cioè in piena Guerra Fredda. I russi, al contrario, sperano di poter conservare non solo l’accesso a Tartus, unica base di appoggio navale rimasta loro nel Mediterraneo, ma di poter usufruire dell’intera fascia costiera da Tartus a Latakia. Si tratta infatti della parte della Siria dove sono in forte maggioranza gli alawiti, popolazione della quale fanno parte Assad e i detentori di quasi tutto il potere statale anche se nell’intera Siria gli alawiti sono una minoranza. Minoranza che negli anni Venti del secolo scorso durante il mandato francese riuscì a far nascere un suo piccolo Stato. Si tornerà dunque all’antico?

Intendiamoci: non voglio sottovalutare né giustificare i “trolley” della morte in Europa. Anzi, è bene stare in guardia, ma senza perdere la testa né arruolarci dietro la bandiera di Hollande, che sia quella dei suoi interessi politici personali o quella della Francia intera.

Ci sono altre due cose che non quadrano ed è il caso di farlo notare senza timidezza. La prima cosa è che il rullo di tamburi sulla “grande capacità organizzativa e militare dell’Isis in Europa” è un’esagerazione fuori luogo, esattamente com’è un’esagerazione il parlare di pericolo che l’Isis o simili conquistino il Medio Oriente e perfino l’Europa (esagerazione messa bene in luce da Franco Cardini nel suo libro, bello e duro, “L’ipocrisia dell’Occidente. Il Califfato, il terrore e la storia”). Come stanno dimostrando le indagini e gli arresti finora effettuati, gli attentatori di Bruxelles sono in pratica gli stessi di Parigi. Con un po’ più di intelligence e di intelligenza potevano almeno in parte essere bloccati prima.

Prova provata che, per quanto siano in grado di spargere ancora terrore e morte, questi tagliagole dell’Isis non sono poi così tanti e neppure così organizzati. Le Brigate Rosse e Prima Linea, che funestarono l’Italia con una marea di attentati negli anni ’70 e primi anni ’80, erano più organizzate: oltre ad avere, al contrario dell’Isis, salde basi nelle fabbriche e nelle Università, mai si sarebbero sognate di usare bombe contro la folla e kamikaze, segni evidenti di debolezza non solo organizzativa, né di utilizzare sempre e solo gli stessi uomini per compiere le azioni più clamorose. Potevano infatti disporre di centinaia di clandestini in armi e dell’appoggio più o meno diretto e comunque sempre disponibile di almeno 100 mila persone.

La seconda cosa che vale la pena far notare è che anche all’interno della stessa Nato ci sono discriminazioni assurde e perniciose. “Je suis Paris”, dopo le stragi di novembre va benissimo. “Je suis Bruxelles” dopo le recenti stragi va benone. Ma perché nessuno dice “ Je suis Istanbul” e neppure “Je suis Ankara”? Un (altro) attentato ha fatto ad Istanbul cinque (altri) morti il 19 di questo mese. Il 13 c’erano state le 37 persone uccise con un altro attentato ad Ankara. Poi ci sono gli attentati precedenti. Qualcuno in Europa se n’è accorto? Qualcuno in Europa, a partire dal Papa, ha esecrato? Qualcuno in Europa ha innalzato cartelloni o striscioni o foglietti di carta con scritto “Je suis Ankara” prima e “Je suis Istanbul” dopo?

No, non lo ha fatto nessuno. Perché?

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  • Crozza inventa par condicio tra droni (noi) e trolley Isis
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