Pino Nicotri

Elezioni presidenziali in Iran: Trump critica accordo nucleare e favorisce il nazionalismo estremista

Hassan Rouhani

Hassan Rouhani

San raffaele

TEHERAN – Il 19 maggio, vale a dire tra un paio di settimane, in Iran si andrà a votare per eleggere il nuovo presidente della Repubblica, che prenderà il posto del moderato e pragmatico Hassan Rouhani. L’infelice dichiarazione del 18 aprile di Donald Trump di voler rivedere entro 90 giorni gli accordi nucleari con Teheran – faticosamente raggiunti appena un paio d’anni fa durante la presidenza Obama e dallo stesso Trump subito definiti “il peggior accordo mai negoziato” –  rischia di far vincere le elezioni al nazionalismo estremista, bloccando così ancora una volta la distensione con l’Occidente e una maggiore liberalizzazione nel Paese.

Si tratta delle politiche iniziate coraggiosamente 20 anni fa da Mohammad Khatami, bestia nera della destra e dei nazionalisti, nel corso della sua presidenza, iniziata il 2 agosto 1997 e conclusa il 3 agosto 2005, ma  sabotate da George Bush figlio con il suo discorso del  29 gennaio 2002, il primo dopo l’attacco delle Twin Towers.
 
Con quel discorso Bush coniò infatti la disgraziata espressione “Asse del Male” e affermò che era formato dall’Iraq, dalla Corea del Nord e dallo stesso Iran, accusato assieme agli altri due di sostenere il terrorismo internazionale e di minacciare la pace mondiale producendo o puntando a produrre bombe atomiche.
L’accusa di Bush piombò sull’Iran come un fulmine a ciel sereno e gli iraniani si sentirono feriti nell’orgoglio nazionale e traditi nelle aspettative di un maggiore benessere grazie al riavvicinamento agli Usa e all’Occidente. I nazionalisti anti occidentali ebbero tutto il tempo di sfruttare il risentimento popolare per far vincere  le successive elezioni a Mahmud Ahmadinejad, al quale Bush aveva di fatto spianato la strada.
Ferocemente avversato dalla destra, Khatami aveva iniziato una serie di grandi riforme, anche a favore delle donne e della libertà di stampa, e contava di completarle una volta che la sua parte politica avesse vinto le elezioni anche nel 2005 e consolidato così a sufficienza il suo potere. Ma, come è noto, gli otto anni di governo di Ahmadinejad hanno bloccato tutto e portato indietro le lancette dell’orologio dei rapporti Iran/Occidente.
 
Ora c’è il rischio che dopo il barcamenarsi dell’attuale presidente Hassan Rouhani, che ha il merito di essere arrivato a un faticoso accordo con gli Usa e l’Europa permettendo così la fine delle sanzioni e l’inizio di un maggiore benessere, diventi presidente Ebrahim Raisi, il volto più duro del regime. In qualità di viceprocuratore pubblico di Teheran, Raisi in passato si è distinto per le condanne a morte facili e qualche esecuzione di massa. Raisi ha fatto parte della famigerata Commissione della morte, responsabile secondo l’Human Rights Documentation Center e il rapporto di Amnesty International del 2 Novembre 2007 di avere ordinato nel 1988, sulla base di una fatwa dell’allora Guida Suprema ayatollah Ruhollah  Khomeini, il massacro di oppositori e prigionieri politici con un bilancio stimato tra le 8 mila e le 30 mila vittime. 
 
Di fronte alle passate imprese di Raisi e alle conseguenze di un’eventuale sua elezione impallidisce anche la repressione con decine e decine di morti delle manifestazioni di protesta che nel 2009 accolsero la rielezione di Ahmadinejad e la regressione dei rapporti con gli Usa.
Dopo avere dichiarato alla fine del suo secondo mandato che non si sarebbe più candidato alle presidenziali Ahmadinejad ci ha ripensato e s’è messo in lista per le elezioni del 19 maggio. Ma l’attuale Guida Suprema Alì Khamenei, passato da suo sponsor ad avversario, nei mesi scorsi ha espresso un velato parere negativo contro un’eventuale sua ricomparsa in scena e, visto che l’ex presidente si è candidato egualmente, ne ha fatto bocciare la candidatura dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, l’istituzione alla quale spetta il compito di vagliare le candidature e decidere quali possono ammesse e quali debbano essere scartate. 
La speranza di sbarrare la strada a Raisi poggia su vari candidati: l’attuale vicepresidente Eshaq Jahangiri, Mohammad Bagher Qalibaf, che nella sfida del 2013 era arrivato secondo dopo il vincitore Rohani; l’attuale sindaco di Teheran Qualibaf, passato indenne attraverso l’accusa di corruzione, secondo la quale il Comune avrebbe venduto a metà del prezzo di mercato un’area residenziale a un gruppo di privati; Mostafa Aqa-Mirsalim, vicepresidente durante le presidenze sia di Rafsanjani che di Khatami; Mostafa Hashemi-Taba, ministro della cultura durante la presidenza Rafsanjani.
Candidature anti Raisi tutte vane se Trump annullerà o ridurrà la portata degli accordi con l’Iran sul nucleare e riprenderà magari le sanzioni. Ipotesi non improbabili stando alle bellicose dichiarazioni di uomini dello staff del presidente Usa. Il più esplicito è stato Mike Pompeo: messo a capo della Cia il 23 gennaio, in un’intervista al Weekly Standard è stato più che esplicito nel dire ciò che pensa dell’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran durante la presidenza Obama: 
Non vedo l’ora di smantellare questo accordo disastroso con il più grande Stato sponsor del terrorismo del mondo”.
Intanto però in questi due anni Teheran, oltre a stringere accordi economici con vari Paesi europei, in particolare con l’Italia, ha iniziato una collaborazione con il Belgio proprio in campo nucleare: il ministro degli Esteri belga Didier Reynders ha infatti dichiarato che il suo Paese è interessato a espandere la cooperazione con l’Iran nel campo dell’energia e dell’uso civile del settore nucleare, in particolare nel campo della medicina. E la vittoria dell’Oscar da parte del film “Il viaggio”  del regista iraniano Asghar Farhadi ha stimolato una discreta ripresa del turismo occidentale in Iran, che ha migliaia di siti archeologici e storici di estremo interesse. 
In Italia il disgelo con l’Iran ha visto la nascita nell’agosto dell’anno scorso dell’Associazione di Amicizia Parlamentare Italia-Iran, presieduta dall’onorevole Daniela Sbrollini e nata in seguito al convegno “Italia – Iran, un modello di cooperazione”, tenuto alla nostra Camera dei deputati con oltre 150 partecipanti. L’Associazione è molto attiva nell’organizzare e patrocinare incontri e iniziative di vario tipo con gli iraniani.
Dopo l’estate infine arriverà in libreria edito da Mimesis l’interessante romanzo Viaggi o in direzione dei 270 gradi”, scritto 21 anni fa da Ahmad Dehqān e incentrato su come la gioventù iraniana ha vissuto la tragedia dei sette anni di guerra con l’Iraq, alla quale Dehqān ha partecipato di persona combattendo anche in prima linea.
“Il romanzo di Dehqān sarà uno stimolo a conoscere la realtà iraniana andando oltre gli stereotipi e le propagande pro e contro l’Iran che lo dipingono sempre in modo riduttivo oltre che fin troppo interessato”,
afferma il traduttore del romanzo in italiano, vale a dire il giovane Michele Marelli, milanese figlio del giornalista Tiziano Marelli e specializzato in lingua iraniana all’Università di Teheran.  Dehqān nel 2008 stava lavorando con il regista Jafar Panahi a un film tratto dal  suo racconto “Io sono l’assassino di tuo figlio”, ma il regista venne arrestato per “attività antigovernative” e condannato a sei anni di arresti domiciliari e 20 di interdizione dalle attività lavorative di regista e sceneggiatore.
“Non è escluso che “Viaggio in direzione dei 270 gradi” riesca invece a diventare un film”,
afferma Marell.
“Ci sono infatti già dei contatti con registi anche italiani, ma per scaramanzia è meglio non parlarne. Occuparsi dell’Iran al di fuori delle propagande oggi non solo non è facile, ma è anche sabotato in varie maniere”.
A cominciare dalle maniere del nuovo inquilino della Casa Bianca e del suo entourage e da candidati iraniani come Raisi.
To Top