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Emanuela Orlandi, flop del film: ecco tutte le “verità” smentite dagli atti processuali

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ROMA – Emanuela Orlandi, il mistero continua e la verità… nonostante una massiccia dose di “aiutini” televisivi, “La verità sta in cielo” scende già dal sesto al decimo posto nella classifica degli incassi e degli spettatori. E le possibilità di farne anche un serial – per la Rai o Mediaset – si afflosciano.

Il giro delle sette chiese, soprattutto Rai (che lo ha coprodotto),  per battere la grancassa e fare pubblicità massiccia al film che pretende di avere risolto il mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi non ha dato i frutti sperati. Non solo perché l’argomento è ormai fin troppo sfruttato, negli ultimi 11 anni senza sosta soprattutto televisiva, ma anche perché il regista Roberto Faenza e il suo accompagnatore fisso Pietro Orlandi, che nel film interpreta se stesso mentre una sua figlia interpreta Emanuela, pur trattati sempre con i guanti bianchi e vari salamelecchi, continuano a essere colti in fallo da conduttori pur gentili e ossequiosi come Bruno Vespa e Pippo Baudo.
Dopo Bruno Vespa a Porta a Porta, a Domenica in Baudo ha rimbeccato con un “ma su questo non ci sono prove” il suo ospite Faenza. E’ successo quando il regista ha sostenuto che secondo un “testimone” Emanuela è sepolta nelle fondamenta di un palazzo di Torvajanica costruito da una società di Enrico Nicoletti, personaggio che, pur senza condanne specifiche, si usa indicare come “cassiere della banda della Magliana”. A Faenza non è rimasto che ribattere:
“se anziché avere archiviato l’inchiesta celebrassero il processo le prove ci sarebbero”.
Il regista ignora però che la magistratura ha già appurato che (anche) quella “testimonianza” è fasulla se non altro perché il palazzo indicato NON è stato costruito dall’impresa edile di Nicoletti, impresa che per giunta la magistratura ha anche appurato che a Torvajanica non ha mai edificato alcunché.
Dal canto suo Pietro Orlandi ha rincarato la dose delle sue ormai abituali affermazioni temerarie, diffusissime su Facebook,  che accusano il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone di avere voluto l’archiviazione dell’inchiesta perché manovrato dal Vaticano, accusato a sua volta da Pietro di fare di tutto per scongiurare che la verità sulla sorte di Emanuela venga finalmente a galla perché il colpevole è qualche prelato. Pietro rincara la dose sperando probabilmente di essere querelato da Pignatone per poter  passare da martire e garantirsi così un’ottima pubblicità. La famiglia Orlandi avrebbe due martiri: Emanuela, definita da Pietro “martire della Chiesa in senso letterale”, e Pietro martire della giustizia serva del potere.
Di fronte a queste pesanti accuse contro Pignatone, l’anfitrione televisivo Baudo non ha reagito come ha fatto invece Vespa a Porta a Porta quando ha stoppato le stesse affermazioni dello stesso Orlandi con un secco:
“Non diciamo sciocchezze! Un magistrato della caratura di Pignatone…”.
Baudo forse non ricordava che nella puntata del 4 dicembre dell’allora suo programma televisivo Novecento uno dei suoi ospiti, l’avvocato ed ex magistrato Ferdinando Imposimato, legale della signora Maria Pezzano madre di Emanuela e Pietro, assicurò Baudo e i telespettatori con queste parole:
“Alì Agca due anni fa è stato graziato dal nostro presidente della Repubblica e ha potuto così tornare in Turchia. Perciò Emanuela tornerà di certo a casa perché chi l’ha rapita per scambiarla con Agca non ha più motivo di trattenerla ancora come ostaggio”.
Ricordiamo che Agca è il terrorista turco condannato all’ergastolo perché nel 1981 aveva ferito gravemente a colpi di pistola papa Wojtyla. E ricordiamo anche che per anni e anni, finché nel settembre 2005 dal cilindro di “Chi l’ha visto?” non è saltato fuori il nome di De Pedis per cambiare copione, si è sostenuto che Emanuela era stata rapita per essere scambiata con Agca.
Ma torniamo alle sempre più pesanti accuse di Pietro Orlandi. Che evidentemente ignora o finge di non sapere che la richiesta di archiviazione è stata firmata anche da altri due magistrati, Simona Maisto e Ilaria Calò, anche se un altro magistrato, Giancarlo Capaldo, ha rifiutato di farlo, e che l’archiviazione Pignatone l’ha solo chiesta. E’ stata infatti ordinata da un altro magistrato, il Giudice per le indagini Preliminari (GIP) Giovanni Gi0rgianni, e confermata dalla Corte di Cassazione. Pietro ignora o finge di non sapere che perfino sua madre, Maria Pezzano, nel ricorso contro la richiesta di Pignatone e in Cassazione contro la decisione di Gi0rgianni ha chiesto che la si piantasse con l’inutile pista banda della Magliana/De Pedis e che si puntasse invece su ben altro. Tutti, anche la madre di Emanuela e Pietro, marionette del Vaticano e annessi e connessi?
A questo punto la strategia di Pietro Orlandi e di Faenza – che non a caso ha anche dichiarato che della “Verità sta in cielo” vorrebbe fare un serial televisivo – è sufficientemente chiara: far passare come prove non raccolte dalla magistratura quelle che invece sono “prove” non solo già raccolte dagli inquirenti, ma anche già cestinate perché rivelatesi non vere. In questo modo il regista e l’Orlandi spingono la gente “che vuole giustizia” ad andare a vedere il loro film perché si crei la pressione necessaria per tentare di fare riaprire l’inchiesta giudiziaria.
L’inchiesta non verrà certo riaperta per ripestare nel mortaio la stessa acqua già pestata per anni e anni, ma la mancata apertura servirebbe a far passar il film come una denuncia delle omertà e complicità del potere che non vuole la verità perché la teme. Insomma, sarebbe un’ottima pubblicità. Utile per il progetto di serie televisiva desiderata da Faenza e continuare così ancora anni con quello che ormai da troppo tempo è diventato l’Emanuela Orlandi Show. Show lanciato da “Chi l’ha visto?” nel settembre 2005 con la messa in onda di una telefonata “anonima”, priva delle affermazioni che ne dimostravano tutta la debolezza, fatta da qualcuno che ha voluto indicare nel contenuto della tomba di Enrico De Pedis la chiave per risolvere una volta per tutte il mistero della scomparsa di Emanuela.
Per esigenze di audience prima televisiva e ora anche cinematografica, De Pedis è stato fatto fatto diventare non solo “il boss della banda della Magliana” per antonomasia, quando invece è stato assolto perfino dall’accusa di esserne stato un sia pur semplice gregario, ma anche il rapitore e l’assassino di Emanuela! Questo avanzamento di grado e carriera post mortem De Pedis lo deve alla giornalista Raffaella Notariale, ex dell’immancabile “Chi l’ha visto?”, che,  spinta ufficialmente dall’allora regista di quello stesso programma televisivo Pier Giuseppe Murgia – che ha scritto il soggetto del film assieme a Notariale e Faenza – si è messa in caccia sulla pista De Pedis scoprendo infine nel 2006 la “superteste” Sabrina Minardi, ricoverata in una casa di cura per malattie mentali e tossicodipendenze ultra ventennali.
In una prima intervista, del 2006, Minardi nega di sapere alcunché su banda della Magliana, scomparsa della Orlandi e annessi e connessi. Due anni dopo però, Minardi vira di 180 gradi e diventa un fiume in piena, dopo un anno rincara la dose con la stessa Notariale. Promossa sul campo anche lei: in realtà e per sua stessa ammissione d’alto bordo amica anche di De Pedis per non più di due anni anche perché nel frattempo espatriata in Brasile, viene fatta passare per “l’amante di De Pedis per almeno dieci anni”.
Il GIP Giovanni Gi0rgianni ha letteralmente demolito la “supertestimone”  Minardi. A pagina 37 della sua sentenza di archiviazione il GIP ha infatti  affermato, se non altro perché risulta per certo anche da intercettazioni di telefonate con Notariale:
“La Polizia Giudiziaria segnala che “Sabrina Minardi sta cercando in tutti i modi di ottenere un guadagno dalle sua edichiarazioni fatte ai media in ordine alla scomparsa di Emanuela Orlandi. La donna infatti sa che il clamore suscitato dalle notizie che in questo periodo si susseguono in tv e sui giornali potrà essere un’ottima pubblicità per il suo libro”;
“Alla valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni rese dalla Minardi si è giunti per le palesi e macroscopiche incongruenze che la caratterizzano”.
Ovvio dunque che, se De Pedis è il rapitore, Nicoletti essendo il suo cassiere s’è certamente prestato a far sparire il cadavere di Emanuela nelle fondamenta di un suo palazzo.
Ma perché proprio a Torvajanica? Per il semplice motivo che Torvajanica è il teatro dove la “superteste” Sabrina Minardi, le cui “rivelazioni” sono l’asse portante del film di Faenza, pur nella confusione di ben quattro sue versioni una diversa dall’altra e una delle quali vede Emanuela ancora viva, ha voluto situare la prigionia della ragazzina vaticana prima della sua misteriosa scomparsa.
Minardi come prigione non ha saputo scegliere di meglio se non la casa al mare dei propri genitori… Tant’è che nella cartella n. 4038717 degli atti dell’inchiesta ci sono le intercettazioni telefoniche, ignorate da Faenza, nelle quali si sente Cinzia Minardi, sorella di Sabrina, smentirla perché se Emanuela fosse stata tenuta davvero prigioniera in quella casa, dei loro genitori, lei se ne sarebbe accorta.
Ma tant’è… the show – and the film – must go on. A Sabrina la trovata dei cadaveri impastati nel cemento delle fondamenta di un palazzo è stata molto probabilmente suggerita dal ritrovamento di varie ossa di persone nei resti di una costruzione. Peccato però che si tratti di gente fucilata dai tedeschi in ritirata verso la fine della seconda guerra mondiale.
Delle quattro versioni fornita dalla Minardi, Faenza per ingolosire il pubblico ha scelto la più truce: non quella di Emanuela portata viva all’estero, ma quella del cadavere di Emanuela e di un’altra persona (prima del piccolo Domenico Nicitra, che però a quell’epoca era invece vivo, libero e beato, poi di Mirella Gregori) gettati in una betoniera. E per spingere la gente ad andare a vedere isi corsa il film Faenza ha denunciato più volte il pericolo che venisse sequestrato su richiesta
“ dei familiari di una  persona nominata nel film, vogliono impedirne la diffusione”.
E’ evidente l’allusione ai due fratelli e alla vedova di De Pedis. Che per evitare altra pubblicità al film non avevano nessuna intenzione di chiederne il sequestro, si sono solo limitati a chiedere di poterlo vedere in anteprima.
Faenza per far credere che il suo film racconta solo verità certe ha dichiarato che sono stati appositamente ingaggiati ben nove avvocati, alcuni fatti arrivare apposta chissà perché dall’Inghilterra, che hanno passato al setaccio tutte le carte dell’inchiesta (oltre 20 mila pagine) controllando anche le virgole. Abbiamo già visto che agli avvocati sono sfuggite stranamente una serie di intercettazioni, assai imbarazzanti per Minardi e Notariale. Ora aggiungiamo che tra le altre è sfuggita anche la seguente, il cui sunto è contenuto nella cartella numero 4038717 delle oltre 800 che costituiscono le carte dell’inchiesta. Nella telefonata si parla del fatto che Minardi dalla versione del cadavere di Emanuela buttato in una betoniera è passata a dire ai magistrati che il cadavere è stato gettato in mare, salvo poi cambiare ancora idea e “rivelare” che Emanuela è stata portata viva all’estero. Il neretto è nell’originale:
Sunto: “Raffaella Notariale chiama Sabrina e discute animatamente con Sabrina in merito alla nuova versione data da Sabrina ai magistrati sul rapimento di Emanuela ORLANDI. La NOTARIALE propone di inviare via fax una lettera all’A.G. nella quale dovrà descrivere la conversazione avuta con Sabrina e l’intenzione di quest’ultima di riparlare coi magistrati per ritrattare ciò che ha dichiarato nell’ultimo interrogatorio. La NOTARIALE è molto amareggiata e risentita con Sabrina che ha cambiato versione dei fatti e le fa capire che potrebbe essere radiata dall’Albo dei giornalisti per questa vicenda. Sabrina, che visibilmente si sente in colpa, dice: “Io già so’ pentita..molto..da molti ..da molte ore..so pentita..anzi mentre stavo là dentro”. Notariale le dice che la richiameranno i magistrati in Procura e che faranno un processo e si comprende che cerca di farla impaurire: “Sono cazzi tuoi Sabrina… perché è penale… e non si scherza col penale. Sabrina insiste dicendo: “Va bene, glielo dico, però.. se io non so’ sicura de riconosce il palazzo..c’è qualche  problema?”. Sabrina si giustifica dicendo di essere stata messa alle strette dai magistrati per non essersi ricordata del palazzo di Trovajanica. La giornalista le dice che con questa nuova versione dei fatti il libro andrà al macero. Sabrina risponde: “No..no..no..so sicura più che mai…so sicura più che mai..non faccio più cazzate!”. Le due donne continuano a discutere. Alla fine la Notariale le dice che invierà questo fax ai magistrati e invita Sabrina a dire realmente ciò che sa. Sabrina risponde: ‘Dai … dai … facciamo cercherò di essere convincente il più possibile!”
Che Notariale possa essere radiata dall’Albo dei giornalisti per un cambio di versione della Minardi è una affermazione che è meglio non commentare. Quello che è grave è che la giornalista la rifila alla”superteste” per farle cambiare versione coi magistrati! Sabrina nel giustificarsi con Notariale afferma che per farla parlare i magistrati l’hanno minacciata di metterla con le altre detenute, che sicuramente non avrebbero gradito di avere tra di loro un’“infame”, come i detenuti definiscono i pentiti, e quindi con lei avrebbero reagito duramente. Se fosse vero quel che dice Minardi, saremmo in presenza di una gravissima intimidazione. Aggravata dal fatto che pur essendo fin dall’inizio una rea confessa di avere aiutato De Pedis nel rapimento e nella detenzione di Emanuela, tant’è che a un certo punto è stata raggiunta anche lei da un’informazione di garanzia, cioè da un’accusa, Minardi durante le sue “confessioni” non è mai stata sentita in presenza di un avvocato.
A tutti e nove gli avvocati, compresi quelli fatti arrivare da Londra, sono sfuggite anche le intercettazioni nelle quali monsignor Francesco Salerno, in pensione dopo una bella carriera in Vaticano a occuparsi anche di finanze, nel corso di telefonate a una sua amica e a una nipote spiega loro di avere saputo da Pietro Orlandi in persona che negli anni in cui lavorava nella banca vaticana IOR  si occupava di “soldi sporchi”. Grazie anche a questa ennesima distrazione del plotone avvocatizio  Pietro e Faenza possono continuare il giro delle sette chiese e dintorni in tutta tranquillità: senza correre il rischio che qualcuno guasti loro la festa con domande imbarazzanti. Distratto anche il giornalista Gianluigi Nuzzi, che nella sua encomiastica recensione spara la notiziona che il film risponde finalmente alla domanda
“Allora perché il corpo di De Pedis riposa tra santi e cardinali?”,
quando è invece appurato ormai da anni che tra i sepolti in S. Apollinare non c’è n’è neppure l’ombra, così come è stato appurato già negli anni ’95-’97 dal magistrato Andrea De Gasperis che quella sepoltura, per quanto sorprendente, non aveva nulla di illegale e non nascondeva nessun retroscena “misterioso”.
Comunque il film una cosa che dice il vero ce l’ha: il titolo. “La verità sta in cielo”, se non altro perché di sicuro non sta in questo film.