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Fassoni Accetti già condannato, José Garramon caso chiuso

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ROMA – Quello di Josè Garramon è un caso chiuso e Marco Fassoni Accetti non potrà più essere processato per la sua morte. Fassoni Accetti è già stato condannato una volta 30 anni fa per avere ucciso il ragazzin10o appena tredicenne e non potrà più essere giudicato per lo stesso reato.

Diverso sarebbe il caso se Fassoni Accetti si auto accusasse di avere rapito e ucciso Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: finora si è autoaccusato di avere partecipato al loro rapimento “consenziente” e il Procuratore della Repubblica lo ha messo sotto processo per auto calunnia. Di fronte a una dichiarazione, peraltro impensabile, come quella di avere ucciso lui le due ragazze, la Procura di Roma dovrebbe aprire una nuova inchiesta: ma siamo nel mondo dell’assurdo e comunque il caso Garramon non c’entrerebbe niente se non per il legame temporale. Tanto la morte di Josè Garramon quanto quelle di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono avvenute in quel maledetto 1983. Nient’altro.

Il caso Garramon quindi è chiuso e non trova riscontro quanto la signora Maria Laura Garramon afferma da quasi tre anni, che ha fatto riaprire le indagini – o che i magistrati le hanno detto che le hanno riaperte – sulla morte di suo figlio Josè, investito e ucciso a soli 13 anni con un furgone Ford Transit guidato da Marco Fassoni Accetti il 20 dicembre 1983 nella pineta di Castelporziano. Marco Fassoni Accetti è il fotografo e regista amatoriale romano che nel marzo 2013 si è autoaccusato del “rapimento consenziente” di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, e Mirella Gregori, sua coetanea romana, scomparse quando avevano 15 anni, in quello stesso 1983. Poiché non sono stati trovati elementi nuovi a carico di Fassoni Accetti, eccetto alcune stranezze e carenze investigative presenti negli atti processuali e rese pubbliche da Blitz, ha senso dire che le indagini sono state riaperte? Lo chiediamo a Antonio Buttazzo, avvocato penalista del foro di Roma e opinionista di Blitz.

L’articolo 414 del codice di procedura penale dispone che, dopo il provvedimento di archiviazione emesso dal Giudice delle Indagini Preliminari (GIP), questi può autorizzare la riapertura delle indagini su richiesta del Pubblico Ministero motivata dalla esigenze di nuove investigazioni.

La situazione descritta dalla signora Garramon non sembrerebbe tuttavia riconducibile a questa fattispecie, dal momento che la vicenda relativa alla morte del figlio si è conclusa non già con un provvedimento di archiviazione, bensì con una sentenza di condanna del responsabile per il reato di omicidio colposo all’esito di un processo in cui Fassoni Accetti era imputato del più grave reato di omicidio volontario.

Pertanto, anche qualora emergessero elementi nuovi a carico di Fassoni Accetti, la riapertura delle indagini non sarebbe possibile.”

Per quale motivo?

Nel nostro ordinamento vige il principio cosiddetto del “ne bis in idem”, in virtù del quale nessuno può essere sottoposto a processo per il medesimo fatto per più di una volta. Detto principio è cristallizzato, in particolare, nella disposizione di cui all’articolo 649 del codice di procedura penale, disposizione secondo la quale “l’imputato prosciolto o condannato con sentenza o decreto penale divenuti irrevocabili non può essere di nuovo sottoposto a procedimento penale per il medesimo fatto, neppure se questo viene diversamente considerato per il titolo, grado o circostanza, salvo quanto disposto dagli articoli 69, comma 2 e 345”.

Sarebbe a dire?

“Sarebbe a dire che se anche le indagini fossero state  riaperte, escludo che potrà essere instaurato un nuovo procedimento a carico di Fassoni Accetti per i medesimi fatti. Non è inoltre possibile neanche ipotizzare un giudizio di revisione ex articolo 629  e seguenti del codice di procedura penale in quanto la norma statuisce che  “è ammessa in ogni tempo a favore dei condannati – ripeto: a favore e non a sfavore dei condannati –  nei casi determinati dalla legge, la revisione delle sentenze di condanna […] irrevocabili, anche se la pena è già stata eseguita o estinta. In ogni caso gli elementi a sostegno della domanda di revisione devono essere tali da dimostrare, se accertati, che il condannato deve essere prosciolto. Esiste quindi un principio normativo che impedisce la revisione in peius, cioè in peggio. In meglio sì, ma in peggio no. Assolutamente no”.

Il cronista insiste, ma data la delicatezza dell’argomento vuole essere sicuro di avere capito bene e di spiegare bene ai lettori. Marco Fassoni Accetti per l’uccisione di Josè è stato a suo tempo processato per omicidio volontario, ma i giudici hanno ridotto l’accusa in omicidio colposo e omissione di soccorso, condannandolo a soli 18 mesi per il primo reato e a soli quattro per il secondo. Tale condanna è stata infine confermata in appello, su ricorso del solo condannato. I genitori di Josè infatti non hanno fatto ricorso in appello. Un’eventuale riapertura delle indagini e conseguente eventuale rifacimento del processo non  possono portare a una condanna più grave: giusto?

“Giusto. Fassoni Accetti è stato condannato per i reati di omicidio colposo ed omissione di soccorso e la relativa sentenza di condanna è oramai divenuta definitiva. Pertanto, poiché non esistono strumenti idonei a modificarne il contenuto, Fassoni Accetti non potrà subire un nuovo processo e quindi una condanna più grave di quella già comminata”.

Scusi, detto in estrema sintesi e prosaicamente: cosa rischia Fassoni Accetti con questo insistere suo e della Garramon sulla vicenda del 20 dicembre ’83?

In estrema sintesi: niente. Non rischia niente”.

Chi potrebbe ordinare un nuovo processo e in base a cosa?

“Non vi sono soggetti e/o strumenti tali da consentire, nel nostro ordinamento, ed in deroga a principi costituzionalmente garantiti, che sia sottoposta nuovamente a processo una persona per il medesimo fatto”.

Avere omesso di soccorrere il bambino investito in pieno da un furgone a una velocità ritenuta sui 70 chilometri orari equivale ad averlo lasciato morire deliberatamente. È usuale una condanna così lieve, cioè ad appena quattro mesi di detenzione?

“All’epoca dei fatti, il reato di omissione di soccorso aggravato dalla morte della persona non soccorsa era punito con la pena della reclusione fino a 6 mesi. Pertanto, 4 mesi di reclusione non sono una pena cosi mite come si potrebbe ritenere, soprattutto se si guardano quelli che erano i limiti edittali delle pena all’epoca dei fatti”.

La signora Garramon, sudamericana come lui, è stata ricevuta da Papa Francesco e ha poi dichiarato che “Papa Francesco mi aiuterà”. Come può il Papa intervenire in eventuali indagini e processi italiani?

“Il Papa non ha alcun potere di intromissione e comunque il Vaticano non ha giurisdizione per reati commessi in Italia”.

L’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, nata dalle clamorose “confessioni” di Fassoni Accetti, è stata archiviata perché il “reo confesso” è stato ritenuto talmente inattendibile e bugiardo da finire con l’essere accusato di calunnia e autocalunnia, inoltre è in corso la perizia per accertare se Fassoni Accetti sia in grado di intendere e di volere. La signora Garramon, sorpresa e sdegnata da una tale conclusione, afferma che il sostituto procuratore Simona Maisto, uno dei magistrati titolari dell’inchiesta, le aveva assicurato che “la soluzione del caso Orlandi è imminente”. Possibile che un magistrato si lasci andare a tali affermazioni confidenziali, per giunta seguite dall’assoluta mancanza di risoluzione del caso in questione?

“Lo escludo decisamente”.

Oltre alla signora Garramon, i patiti del mistero Orlandi sostengono che il Procuratore della Repubblica  Giuseppe Pignatone è in pratica manovrato dal Vaticano e che ha voluto archiviare l’inchiesta per evitare le “sconvolgenti conseguenze” a carico dello steso Vaticano per motivi o per ricatti di stampo malavitoso o politico. La Procura di Roma in effetti vari anni fa era nota come “porto delle nebbie” perché non di rado le inchieste su politici e potenti restavano a dormire nei cassetti anziché arrivare in aula. Possibile che la Procura sia di nuovo il porto delle nebbie?

“Non credo si possa più  di parlare di “porto delle nebbie”, i tempi sono cambiati e comunque mi pare assurdo dire che il Procuratore di Roma possa essere manovrato dal Vaticano”.

La signora Garramon nella sua pagina Facebook “Giustizia per Josè Garramon” accusa senza freni Fassoni Accetti di essere un serial killer più o meno . Come è possibile che accuse di questo genere non vengano raccolte a carico di Accetti o a carico della signora Garramon per calunnia?

“La Signora Garramon non commette il reato di calunnia accusando pubblicamente Fassoni Accetti, ma semmai il reato di diffamazione, che è  procedibile a querela della persona offesa. Può pertanto verosimilmente ritenersi che Fassoni Accetti non abbia querelato la Signora Garramon per le gravi offese rivoltegli su Facebook”.

Il mistero Orlandi e annesso mistero Gregori sono stati fatti entrare nel Guinness dei misteri d’Italia. Ha contribuito in modo determinante il programma televisivo “Chi l’ha visto?”, con la messa in onda nel settembre 2005 di una telefonata anonima, trovata nella segreteria telefonica della sua redazione,  che legava la scomparsa della Orlandi alla banda della Magliana.  Ne è nato un tormentone tenuto in scena per dieci anni di fila, ma finito in un clamoroso buco nell’acqua. I magistrati hanno però finito con l’appurare che quella telefonata non è arrivata dall’esterno. Cosa può fare la Procura per vederci chiaro su questa strana storia, che somiglia a quella che a Roma viene definita “una sòla”?

“Ad oggi, considerato che all’epoca non fu individuato l’autore della telefonata, dubito che la Procura possa arrivare a conclusioni utili a più di 10 anni dai fatti”.

A conti fatti, la scomparsa delle due ragazze è stata trasformata in uno show. E ora, calato il sipario con l’archiviazione, si cerca di poter rimettere in scena lo show tirando in ballo la lettera che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini scrisse alla famiglia di Mirella Gregori quando fece anche l’appello perché venisse lasciata tornare a casa. C’è chi afferma che questa lettera – mai resa nota per 33 anni di fila neppure agli inquirenti – deve per forza portare alla prosecuzione delle indagini e quindi all’annullamento dell’archiviazione. Sarebbe possibile?

Che sia trasformata in una sciarada sono d’accordo, in effetti della vicenda vi è stata una evidente strumentalizzazione mediatica. Per quanto riguarda la lettera di Pertini, molto  dipende dal contenuto stesso della missiva. Ma se vi fossero stati elementi utili all’individuazione dei responsabili credo sarebbero stati utilizzati”.

La lettera di Pertini è generica come lo fu l’appello, come può portare a cestinare l’archiviazione e a riaprire le indagini? Da notare che non ha portato a nulla la ben più grave affermazione fatta più volte dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che sono stati i francesi ad abbattere nel 1980 il DC9 su Ustica, uccidendo così tutti gli 81 passeggeri

Infatti, come detto non credo vi siano elementi utili e comunque, se vi fossero stati, sarebbero stati vagliati dagli inquirenti”.

La richiesta di archiviazione dell’inchiesta riaperta con le “confessioni” di Fassoni Accetti è stata accolta dal GIP Giovanni Ginni dopo avere ascoltato in camera di consiglio le controparti: vale a dire, i legali delle parti civili e di chi aveva ricevuto una avviso di garanzia. C’è chi ha presentato appello: potrebbe essere accolto il gravame nonostante l’iter seguito da Ginni?

“Contro il provvedimento di archiviazione è possibile solo ricorrere per Cassazione e solo per motivi attinenti alla violazione delle regole del contraddittorio”.