Pino Nicotri

Il bon ton della guerriglia urbana: se vi tirano qualcosa state fermi e dite grazie

Il bon ton della guerriglia urbana: se vi tirano qualcosa state fermi e dite grazie

Il bon ton della guerriglia urbana: se vi tirano qualcosa state fermi e dite grazie (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Che la frase sia infelice non ci sono dubbi. Così come non ci sono dubbi sul fatto che sia grave che sia stata pronunciata in pubblico, tanto da essere registrata da un giornalista, e che sia stata pronunciata per giunta nell’occasione in cui è stata pronunciata: vale a dire, nel corso di una carica di polizia e dall’ufficiale che la guidava. Non ci sono però neppure dubbi che la frase fosse solo uno sfogo – neppure con linguaggio da caserma, come invece di solito avviene – anche se assolutamente inopportuno, e NON un ordine impartito ai propri uomini, come tale perentorio e da condanare. Uno sfogo alla stessa stregua di come a tutti noi sarà capitato almeno una volta di dire frasi del tipo “ti rompo la faccia” oppure “rompetegli le ossa”, “fatelo nero”, e altre espressioni grevi e volgari, senza che per questo nessuno ci abbia mai accusato di efferatezze. Se ne sentono anche dalle panchine degli allenatori durante le partite di calcio….

Eppure la frase “Se tirano qualcosa spaccategli un braccio” è diventata un tormentone nazionale nel quale si sono tuffati tutti a capofitto: chi per bollare di violenza, fascismo o anche peggio l’incauto che l’ha pronunciata  e chi per supportarlo affermando che gli etiopi, gli abissini, ecc, da sgomberare da piazza Indipendenza a Roma erano dei violenti che meritavano anche di peggio. Nei commenti ad articoli di giornali online si legge perfino che hanno “messo a ferro e fuoco la città”…. 

Che il funzionario autore di quel grido d’incitamento ai suoi uomini non sia un razzista, e che anzi non usa guardare in faccia a nessuno, lo dimostra il fatto che a suo tempo ha ordinato altre cariche a Roma e non solo, nessuna delle quali contro extracomunitari. Ed è evidente che quel funzionario le cariche non le ordina per divertimento, ma solo perché gli vengono ordinate dall’alto. Prendersela con lui, per giunta addebitandogli ordini da macellaio, appare francamente esagerato e magari anche fuori luogo, oltre che disinformativo. Ma il nostro è un vizio nazionale: forse per guadagnarci il paradiso, appena si individua un cattivo o presunto tale ci si scatena in una gara a chi lo bastona di più, e in questo noi giornalisti siamo davvero il megafono delle viscere della “ggente”. Salvo poi dover constatare che non di rado si è sbagliato, anche drammaticamente, o molto esagerato.

Il sensazionalismo trasforma in una “bombola di gas” e a volte in “bombole di gas”, al plurale, lanciata e lanciate contro i poliziotti quello che la stessa polizia nel suo video ammette di non sapere con certezza se sia o no una bombola di gas. E comunque, di qualunque cosa si tratti, nel video della polizia si vede benissimo che NON viene lanciata contro nessuno, ma semplicemente lasciata cadere su un marciapiedi deserto, mentre i poliziotti sono dall’altra parte delle strada, in piazza. 

È in questo parapiglia che il leghista Francesco Speroni, una volta nel cerchio magico del senatùr Umberto Bossi, diffonde un intervento del colonnello dei carabinieri in pensione Salvino Paternò. Perché l’intervento del colonnello e perché la sua diffusione da parte di Speroni non si sa, sta di fatto che l’unico che ne ha parlato è stato Libero. Sorvolando magari sulla premessa, vale invece la pena leggerlo per due buoni motivi: 

– da una parte denota la debolezza, o la latitanza, di questura, prefettura e Comune di Roma nello spiegare i presupposti e le motivazioni della carica di polizia in questione, scaricando abbastanza vilmente il barile – certo più pesante della “bombola di gas”… – sulle spalle del malcapitato e malaccorto funzionario di polizia;

– dall’altra fornisce qualche utile spiegazione giuridica e di sostanza che, pur restando ognuno nelle opposte tifoserie, non sarebbe male tenessimo tutti a mente almeno in parte onde evitare di limitarci a urlare: 

“Evito di interloquire sulle cause e sulle modalità adottate dalle autorità capitoline nel corso della guerriglia urbana scoppiata durante lo sgombero di un palazzo e di una piazza abusivamente occupata da immigrati. Finché saranno considerati “buoni” coloro che agevolano l’ingresso indiscriminato di masse di immigrati nel nostro paese, ben consci che finiranno in mezzo ad una strada e vivranno una vita di stenti, non c’è spazio per alcun ragionamento.

Voglio invece concentrarmi su quello che oggi pare essere l’unico scandalo di tutta l’assurda vicenda: la frase del “becero” funzionario di polizia “se tirano qualcosa spaccategli un braccio!”.

Io ora scandalizzerò ulteriormente le anime belle che si stracciano le vesti chiedendo la lapidazione del poliziotto, affermando perentoriamente che quell’ordine, seppur espresso in una forma “impropria”, ERA LEGITTIMO! E tenterò di spiegare perché:

In base alla legge che consente alle forze dell’ordine (e al cittadino) di ricorrere alla violenza, con armi o con altri strumenti di coercizione (articoli 52 e 53 del codice penale), occorrono tre condizioni:

INEVITABILITÀ, e cioè l’obbligo di invitare l’aggressore alla desistenza prima di colpirlo (ovviamente se c’è il tempo di farlo);

ATTUALITÀ DEL PERICOLO: e cioè la possibilità di colpirlo solo nel momento in cui l’aggressore sta mettendo in pericolo l’incolumità di chi si difende o di altre persone (non può essere colpito quando, pur dopo aver commesso una strage, sta fuggendo);

PROPORZIONALITÀ: chi si difende deve procurare all’aggressore la stessa lesione che lui avrebbe procurato alla vittima se non si fosse difesa.

Ebbene, alla luce di quanto disposto dal legislatore, l’ordine del funzionario sarebbe stato censurabile se costui avesse detto: “Appena li vedete, spaccategli un braccio!”. In tal modo avrebbe invitato i celerini a colpire una persona in assenza dei requisiti di Inevitabilità e Attualità del pericolo. Ugualmente illegittimo sarebbe stato l’ordine seguente: “se tirano qualcosa, sparategli in testa!”. Tale disposizione avrebbe violato il principio della Proporzionalità. Ma è del tutto lecito ordinare di colpire qualcuno nel momento in cui sta portando in essere l’aggressione, e ancor più lecito è specificare di procurargli una lesione pari a quella che il poliziotto avrebbe subito prendendosi in faccia una pietra, una bottiglia… e addirittura una bombola di gas.

Cosa rimane allora? Resta solo la frase “colorita” lanciata nel corso delle fasi concitate di una guerriglia. Cosa gli volete contestare ? Di aver violato il bon ton del guerriero o il galateo battagliero?

PS: Lo confesso, se avessero dovuto inquisirmi tutte le volte che ho detto “spacchiamogli il c…!” prima di effettuare un’irruzione in un covo di malviventi, mi avrebbero congedato mille volte”. 

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