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Iran alla battaglia del grano per non dipendere dal petrolio e dai cugini sunniti

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Sembra proprio una metafora, azzeccatissima: mentre l’ Iran mette a segno due punti nel sollevamento della propria economia,  alle Olimpiadi di Rio due suoi atleti – Kianoush Rostami e Sohrab Moradiconquistano due medaglie d’oro nella disciplina del sollevamento  pesi. Il primo punto messo a segno dall’economia di Teheran è che le esportazioni non petrolifere nei primi quattro mesi dell’anno in corso, che in Iran è iniziato il 20 marzo, viaggiano al ritmo di un incremento del 21%, compensando almeno in parte la diminuzione degli incassi da esportazione dell’oro nero, del quale l’Iran è notoriamente un grande produttore. Il secondo punto è che per il secondo anno consecutivo l’ Iran raggiungerà l’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate di grano smettendo così di doverne importare in grande quantità dall’estero. In gran parte autosufficiente nel grano un decennio fa, il Paese si è trasformato in uno dei più grandi importatori di tutto il mondo. Ma andiamo per ordine. 

Il primo vice presidente Es’haq Jahangiri ha dichiarato che  l’incremento delle esportazioni non petrolifere è tra le priorità della repubblica iraniana e ha sollecitato la rimozione degli ostacoli che ancora impediscono il pieno sviluppo dell’import-export. In particolare gli Usa passano ai raggi x non solo le società iraniane che stipulano contratti, ma anche le società non iraniane con le quali i contratti sia d’importazione che di esportazione vengono firmati, ma anche l’intera catena delle società da loro posseduto o controllate e addirittura anche le società che erogano loro eventuali crediti. Basta che una di queste sia nel suo lungo elenco delle società sospettate di filoterrorismo perché Washington  faccia saltare i contratti, in qualunque campo. Tanto che la decantata fine dell’embargo ai danni dell’Iran, accordata in cambio dell’accordo che pone un limite alle attività nucleari iraniane, rischia di restare un miraggio: lo ha detto chiaro e tondo il portavoce del governo, Behrouz Nemati, quando alla tv iraniana ha accusato gli Stati Uniti di non rispettare i patti che i suoi stessi rappresentanti hanno firmato con altri cinque Paesi. 
Il mugugno che si sente sempre più spesso fare a parlamentari e ambienti governativi iraniani è in sostanza il seguente:
 “Se gli Stati Uniti non rispettano i patti in tema di libertà di commercio, non c’è motivo per cui noi dobbiamo invece continuare a rispettare il nostro impegno sul nucleare. Lo abbiamo firmato proprio per ottenere finalmente la piena libertà di commercio con la fine dell’embargo, che invece gli Usa continuano a tenere in vita con scuse varie”. 
Mugugno che si conclude immancabilmente con un avvertimento:
 “Se continua così, lanceremo un programma di arricchimento avanzato dell’uranio”. 
L’accordo – noto come Piano globale d’azione comune (JCPOA) – che gli Usa sono accusati di non rispettare è stato raggiunto a Vienna il 16 luglio dell’anno scorso  proprio per indurre l’Iran a non aumentare la percentuale di arricchimento dell’uranio 238 con uranio 235, che oltre una certa percentuale, almeno il 90%, diventa utile per realizzare bombe atomiche. L’Iran attualmente non è neppure arrivato alla soglia del 10%.
Secondo punto segnato dall’economia iraniana: il ministro dell’agricoltura Mahmoud Hojjati fa sapere che il governo si aspetta di riuscire a far produrre ai coltivatori iraniani almeno 10 milioni di tonnellate di grano, garantendo così per il secondo anno l’autosufficienza alimentare, raggiunta l’anno scorso con la produzione di 9 milioni di tonnellate, e l’allargamento delle scorte. L’acquisto di grano a prezzo garantito dal governo ha finora già superato di mezzo milione di tonnellate le 8,6 raggiunte l’anno scorso in questo stesso periodo del calendario.  Per favorire le importazioni dei prodotti di base come il grano, il riso, lo zucchero grezzo e gli oli vegetali grezzi, il governo concedeva crediti a tassi agevolati. Ma per  proteggere gli agricoltori contro le importazioni a basso costo e per evitare che il grano importato gli venisse rivenduto al governo a prezzi più elevati, il governo in primo tempo ha imposto dazi sulle importazioni di grano e orzo e a febbraio ha deciso di vietare per l’anno in corso le importazioni di grano. 
 
L’agricoltura è stata danneggiata dalla siccità e dalla focalizzazione del Paese sull’estrazione ed esportazione del petrolio, oltre che da tecniche arretrate di coltivazione e inquinamento di falde acquifere rese spesso inservibili per chissà quanto tempo.  Hojjati ha fatto sapere che il governo ha una serie di piani per migliorare l’irrigazione con sistemi moderni in 450.000 ettari di terreno agricolo. Inoltre ha dichiarato che “data l’area dedicata al grano, il nostro problema è aumentare i rendimenti”. Per questo motivo una delegazione si è recata l’anno scorso in Francia, all’avanguardia nella produzione di semi per colture. I piani iraniani prevedono però anche obiettivi ambiziosi capaci di creare buoni legami con altri Paesi e garantirsi meglio fonti di approvvigionamento di grano, riso e mais. La tabella di marcia prevede investimenti su 500.000 ettari di terreno agricolo in Kazakistan, Ghana, Brasile e Serbia, dove l’Iran sta introducendo colture di riso e mais ad alta intensità di acqua per poter produrre anche semi oleosi per l’alimentazione del bestiame. 
 
L’Iran ha superato gli 80 milioni di abitanti,  e garantire approvvigionamenti per l’alimentazione non è facile. Ma riuscirci è per il governo un obiettivo ormai primario. Strategico.  Per evitare di dover continuare a dipendere mani e piedi dalle esportazioni di petrolio, ovvero dal suo prezzo. Che viene manipolato dalla Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo, notoriamente avversari dell’Iran anche per motivi religiosi. Questo infatti appartiene al ramo dello Islam sciita. Quelli invece al ramo Wahabita, decisamente più arretrato.