Pino Nicotri

Marilyn Monroe come Asia Argento 50 anni prima. Nicotri: Io però dissi no

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Marilyn Monroe come Asia Argento 50 anni prima. Nicotri: Io però dissi no

E io che invece, nel lontano 1961, con una scusa me la sono svignata subito e non mi sono più fatto vedere neppure sul set… Rinunciando anche alla paga. Ma lo vedremo meglio in seguito come Post Scriptum. Intanto badiamo al sodo.

La cosa più strana e incredibile di questo caso sollevato dall’attrice Asia Argento, figlia del famoso regista di thrilling Dario Argento, non è il suo comportamento, vale a dire il suo outing dopo ben 20 anni dai fatti asseriti e solo dopo che altre attrici l’hanno preceduta con le stesse accuse contro lo stesso uomo.

La cosa più strana e incredibile è invece l’assoluta meraviglia dimostrata da tutte e tutti coloro che, dentro e fuori dal mondo del cinema, hanno immediatamente preso per buona la versione dell’attrice scagliandosi in blocco e a corpo morto contro il produttore cinematografico Harwey Weinstein, il pluriaccusato di violenze sessuali. Che i suoi sdegnatissimi colleghi, che è un po’ difficile credere siano invece tutti stinchi di santo, hanno cacciato dalla Academy of Motion, Pictures, Arts and Sciences, l’organizzazione che a Hollywood assegna gli Oscar per i film. La famosa notte degli Oscar, attesa con trepidazione, teletrasmessa e celebrata nel mondo intero, probabilmente ha un retrobottega meno sfavillante delle statuette assegnate per premio. Ma cacciando Weinstein i suoi colleghi potenti produttori hanno voluto rendere chiaro che

“l’era della deliberata ignoranza e della vergognosa complicità in un comportamento sessuale predatorio e di molestie sul lavoro nella nostra industria è finita”.

Che sia finita è difficile da credere, ma soprassediamo. Certo, non tutti sono tenuti a sapere – in Italia, ma a Hollywood? – che Marilyn Monroe, firmato il suo primo contratto nel lontano 26 agosto 1946, annunciò felice alla sua compagna di stanza Shelley Winters

“Finalmente non ne dovrò più succhiare più neanche uno”,

aggiungendo:

“Se tu non vuoi, ce ne sono altre venti, cinquanta, cento dietro la porta, pronte a farlo”.

E tra quelle pronte a farlo c’erano ragazze diventate star famose e mostri sacri come Joan Crawford, Lana Turner, Betty Hutton, Hedy Lamarr, Jane Russell, e molte altre ancora.

Nello tsumani di sdegno internazionale nato grazie anche alle dichiarazioni di Asia Argento quello che lascia scettici e fa pensare piuttosto a dilagante ipocrisia è (anche) l’assoluta ignoranza dimostrata – almeno ufficialmente e in particolare dalla gente di cinema – riguardo quanto scritto e documentato a iosa in molti libri, arcinoti, e nel diluvio di articoli, inchieste e interviste che ne sono nate. In totale, una molto robusta e affollata letteratura, che racconta quale sia il risvolto della medaglia, quale sia, cioè, la realtà reale dell’intero mondo di Hollywood e annesso star system.
Stupisce anche che in Italia lo sdegno per le “rivelazioni” di Asia Argento sia oggi così grande quando invece è stato nullo – al contrario che negli Usa – quando quattro anni fa, per l’esattezza nel febbraio 2013, il regista Bernardo Bertolucci ha raccontato, dopo 40 anni, come nel film Ultimo Tango a Parigi ha deciso, modificando poche ore prima il copione, la “sorpresa” dell’uso del burro come lubrificante nella scena del grande Marlon Brando sull’appena 19enne e ancora sconosciuta Maria Schneider:

““Non le dissi in anticipo cosa sarebbe avvenuto perché volevo la sua reazione come una ragazza e non come attrice”
[…]
“Non volevo che recitasse l’umiliazione o la rabbia, volevo che le sentisse”.

Più violenza di così! Da parte del regista, ma anche dello stesso grande Marlon Brando, che a quanto scrivono usava spegnere le sigarette sul petto di un suo giovane amante , quel James Dean soprannominato “il portacenere umano” e diventato anche lui idolo cinematografico di una generazione.

Per rendersi conto di quanto sia strano e poco credibile questo cadere in massa dal pero, ma anche il trovarsi impreparata e lo stupito sorprendersi della stessa Asia Argento a quattr’occhi con lo sbrigativo Weinstein dalle usanze certo non ignote all’ambiente, basta citare tre libri:
– Hollywood Babilonia 1,
– Hollywood Babilonia 2,
– Il sofà del produtore.
Scritti rispettivamente negli anni ’70, ’80 e ’90 da gente del mestiere, ristampati in molte edizioni anche in Italia, tanto da rendere difficile che Asia Argento, oltretutto figlia di un regista, non ne abbia mai sentito parlare. Anzi, visto che si tratta di un’attrice italiana, aggiungiamo un quarto libro: Divi, divine e divani-alcova, del giornalista del settimanale Gente Gaetano Saglimbeni. Che per il titolo si è ispirato a quello de Il sofà del produttore, sostituendo però alla parola sofà il sinonimo divano per poter ironizzare a bella posta con l’assonanza del sinonimo con le parole divi e divine.

Di questi quattro libri riportiamo qualche frase o qualche gustoso brano di recensioni che, come si vede, non potevano lasciare dubbi di sorta nel lettore e dimostrano come fosse impossibile per chi lavorava nel cinema, specie se figlia di un nome famoso del settore, ignorare cosa ci fosse dietro lo schermo. E cosa potesse pretendere da una giovanissima attrice il produttore più potente di Hollywood, cioè del mondo, in una situazione di assoluta assenza di terze persone. Infilare la mano nella tana di una murena è sempre imprudente. Il che, si badi bene, non significa affatto dire che Asia Argento “se l’è cercata” e nulla toglie al fatto che, se la violenza s’è davvero stata, lei è in ogni caso la vittima e lui il colpevole di un gravissimo abuso, secondo solo all’abuso sessuale pedofilo.

1) – Hollywood Babilonia 1, del regista, sceneggiatore e scrittore Kenneth Anger, pubblicato in Francia nel 1959 ed edito in Italia da Adelphi:

“In questo libro, che Susan Sontag ha definito «leggendario come ciò di cui parla», Kenneth Anger si è rivelato il primo adeguato chroniqueur, il più felice e amaro favolista del mondo di Hollywood. Con tocco sicuro, da grande maniaco del cinema, Anger ci fa constatare come gli scandali, i pettegolezzi, i suicidi, gli amori, le morti sospette, le perversità, i trionfi, i delitti e gli imbrogli avessero un altro colore a Hollywood: quei fatti sordidi e scintillanti andavano infatti subito a disporsi tra le vaste costellazioni dello star system, le loro oscurità nutrivano la luce irreale dello schermo. «Più stelle che in cielo» era un motto della Metro Goldwyn Mayer. Oggi, dopo decenni in cui lo star system è stato additato come macchina di depravazione commerciale e di svendita dell’arte al dollaro, cominciamo finalmente a intenderlo alla lettera: sistema di miti, orbite di astri, varianti e ripetizioni inesauribili di Storie e Figure Esemplari. In fondo, l’unico grande sistema mitologico che il nostro tempo abbia saputo offrirci”.

2) – Hollywood Babilonia 2, anche questo di Kenneth Anger, edito nel 1984 e in Italia da Adelphi:

“A distanza di dieci anni dal leggendario Hollywood Babilonia, Kenneth Anger ci ha offerto, come seguito, questa scatola fragrante di «bonbons avvelenati». Che cosa ci troveremo? «Un supplemento di chicche & chiacchiericcio, o, se preferite, un supplemento di storia segreta del cinema. Signori e Signore, vi offro il braccio per un’altra passeggiata lungo il Viale del Trapasso, la Strada della Fama di Hollywood, o la Strada dell’Infamia, come la chiamò Jane Whiters quando Hugh Hefner comprò la sua star sul lubrico marciapiede». La passeggiata non potrà che partire dalla tomba di Rodolfo Valentino, «nella quiete placida e orizzontale del cimitero di Hollywood». E subito ci sentiamo a casa, fra Gloria Swanson e gli imbrogli del vecchio Kennedy, fra le sottili torture praticate da Hitchcock sulle sue «bionde» preferite, Grace Kelly e Tippi Hedren, e ancora fra Busby Berkeley, Joan Crawford, Clark Gable, Carole Lombard, James Dean, Loretta Young, mentre spesso ci perdiamo stupefatti in un fastoso contorno di comparse che almeno un giorno furono protagoniste nell’epos nero di Hollywood”.

3) – Il sofà del produttore, scritto con lo pseudonimo di Selwyn Ford da due produttori-sceneggiatori inglesi, Alan Selwyn e Derek Ford, ed edito in Italia da Mondadori nel 1991. Il titolo è copiato volutamente da quello del film  girato a 16 anni come protagonista dal futuro mostro sacro Joan Crawford, figlia di prostituta e prostituta lei stessa a 12 anni, che nella vita prese a usare il sofà come lo usavano i produttori: lei però lo usava con i registi. Smise di usarlo a 65 anni quanto sul sofà si ritrovò il regista televisivo Steven Spielberg, di appena 20 anni e spaventatissimo all’idea di quello che avrebbe dovuto fare con la ormai stagionata padrona di casa e del sofà.
Citiamo quanto scritto su Repubblica da Natalia Aspesi:

“Il sofà era il mobile più importante nell’ ufficio del produttore, era il despota inanimato che poteva decidere della carriera di un’ attrice; riluttanti o contentissime ci dovevano passare tutte, addirittura a migliaia, come su quello di Darryl F. Zanuck, che le voleva tutte biondo cenere e cui consentiva, dopo, di tingersi le unghie di verde, il marchio che le rendeva invidiabili per la frettolosa, dispotica, glaciale seduzione. In tante scomparivano nell’ ombra, dopo l’ inutile uso, altre diventavano star, come Betty Grable o Jean Harlow. Se i grandi produttori, e registi, e massimi divi, tenevano in gran conto il loro sofà, se sorsero, a Hollywood, apposite scuole per insegnare alle aspiranti dive come farne il miglior uso, fu Zanuck, il produttore di Il piccolo Cesare, di Furore, di Eva contro Eva, a istituzionalizzare la pratica del pedaggio sessuale: negli studios della sua 20 Century Fox, alle quattro del pomeriggio si faceva una pausa di trenta minuti, durante la quale una ragazza, ogni giorno diversa, con la promessa di un contratto gli veniva portata. Poi arrivò la televisione Tempi beati, in cui il sesso, che non appariva mai sugli schermi votati alla pudicizia, veniva praticato con tanta spensieratezza, vigore e imprudenza: ma i grandi magnati che Hollywood chiamava Moguls, allora erano giovani e passionali e i milioni di ragazze che aspiravano al cinema, spesso spinte dalle madri e in qualche caso dai padri, conoscevano il valore di scambio della loro giovinezza, spesso estrema, e della loro bellezza. La lunga storia di quel prezioso e lascivo arredo creatore di star e di migliaia di disperate, cominciò per il cinema con la sua nascita”.

4) Divi, divine e divani-alcova, pubblicato nel ’97 a Milano da Edizioni P&M Associati: (  ):

“C’era il produttore che, per il “provino” alle aspiranti dive, sceglieva il sofà del proprio studio, e chi preferiva l’auto attrezzata ad alcova. “Lo fanno tutte, le ragazze che vogliono fare del cinema”, confessava candidamente la ventenne Marilyn Monroe (allora Norma Jean Baker). “Se tu non vuoi, ce ne sono altre venti, cinquanta, cento dietro la porta, pronte a farlo”. C’erano (con Marilyn) Joan Crawford, Lana Turner, Betty Hutton, Hedy Lamarr, Jane Russell, che su quei divani edificheranno le loro fortune, ed altre che strada ne faranno poca o finiranno drammaticamente nel vortice dei sogni infranti.
Eravamo gentaglia, noi del cinema; una banda di farabutti, ammalati di sesso, rozzi e volgari, viziosi, cinici, ignobili”, rivelerà uno dei pionieri di Hollywood, il regista Cecil B. de Mille. Ma erano le cronache rosa, allora, ad ammaliare il mondo. Ignorate le torbide storie del “grassone” idolo dei bambini Roscoe Arbuckle, che in un’orgia provocò la morte di una starlet stuprandola con una bottiglia di champagne, e del produttore impotente che, la prima notte di matrimonio, percosse a sangue Jean Harlow (la “Marilyn Monroe degli anni Trenta”). Silenzio assoluto sulla tragicomica avventura del “monello” Chaplin, irresistibile ingravidatore di lolite, che sul panfilo del magnate Hearst tentò di sedurgli la giovanissima amante Marion Davies, e quello, sparando al buio tra i fumi dell’alcol, mandò all’altro mondo uno che con quella storia di corna non c’entrava per nulla”.

POST SCRIPTUM
Mi sia concesso chiudere con un ricordo personale. Quando ero ragazzo, abitavo a Verona e d’estate a volte andavo in corriera o in bicicletta a Peschiera del Garda, diventata incredibile set cinematografico con tanto di navi corsare appositamente costruite. E così nel 1961 mi è capitato di lavorare qualche giorno come comparsa in alcune riprese della serie televisiva I moschettieri del mare, finanziata dall’editore e produttore Angelo Rizzoli.

La protagonista era l’attrice Anna Maria Pierangeli. Nonostante non avessi l’altezza fisica minima richiesta, venni preso: ma solo per decisione dell’arruolatore delle comparse, un romano che si definiva “innamorato di Verona città di Giulietta e Romeo”, mosso a compassione per quanto c’ero rimasto male per essere stato scartato, l’unico scartato, tra i vari ragazzi che affollavano speranzosi e vocianti un piccolo piazzale. La paga era favolosa: se non ricordo male, 7 mila lire dell’epoca (a occhio e croce 35-50 euro di oggi) più il pranzo al sacco. I soldi però non ci venivano dati ogni giorno, ma una volta la settimana o poco meno.

Alla fine del mio primo o secondo giorno di lavoro il romano arruolatore di comparse tentò delle avance piuttosto esplicite. Allibito, le respinsi dicendo che dovevo assolutamente correre a prendere la corriera per Verona perché era l’ultima della giornata, e per evitare insistenze o atti inconsulti aggiunsi “ci vediamo domani”. Ero sconvolto, anche perché ignoravo l’esistenza degli omosessuali, realtà della quale, se non ricordo male, appresi solo di lì a poco leggendo il romanzo Cioccolata a colazione, di Pamela Moore. Arrivato a casa, non osavo guardare in faccia i miei perché, pur non avendo fatto o subito assolutamente nulla essendo scappato via subito, mi sentivo in forte imbarazzo se non sporco.

A Peschiera non mi sono più fatto vedere. Rinunciando così non solo a un’eventuale anche se molto improbabile carriera cinetelevisiva, che non era comunque nei miei sogni, ma anche alla paga che avrei dovuto ritirare.

Quando leggo “rivelazioni” come quelle di Asia Argento mi chiedo se sono stato fortunato, se sono stato coglione e se è vero che il mondo è dei furbi. E delle furbe.

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