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Milan e Inter ai cinesi: una conquista che viene da lontano

La foto di di Pino Nicotri

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ROMA – Gli squadroni del calcio Inter e Milan sono stati entrambi venduti ai cinesi. A due mesi esatti dalla cessione dell’Inter al colosso cinese Suning Holdings Group, che opera nel settore della vendita al dettaglio di elettrodomestici e prodotti elettronici, Silvio Berlusconi ha deciso di vendere e di fatto venduto il Milan anche lui ai cinesi, con firma definitiva prima della fine dell’anno. Di questo passo l’orgoglioso motto meneghino “Milàn l’è un gran Milàn” dovrà essere pronunciato non più in dialetto meneghino, e neppure in italiano, bensì o in dialetto nanchinese perché a Nanchino ha la sede centrale il Suning Group, o in dialetto pechinese perché a Pechino ha sede il governo cinese, a conti fatti il vero nuovo padrone del Milan.

Che i cinesi avessero interesse verso il calcio italiano ed europeo lo ha dichiarato esplicitamente il 6 giugno di due anni fa  Zhang Jindong, chairman del Suning Holdings Group: “L’Inter sarà una parte importante nella crescita di Suning e acquisire l’Inter è il primo passo di un piano quinquennale di crescita del gruppo all’interno del mondo del calcio”.

Questa volta però sono arrivati prima i concorrenti della Sino-Europe Investment Management Changxing., la società della quale fanno parte Haixia Capital,  Yonghong Li, il manager che ha condotto la trattativa con Berlusconi, ma soprattutto il fondo di Stato per lo Sviluppo e gli Investimenti. Il che significa che il Milan passa sotto il discreto controllo del governo cinese.

Grande gioia della Chinatown milanese, da sempre installata tra via Canonica e via Paolo Sarpi. I cinesi che vi abitano e vi hanno i loro molti negozi, laboratori e bar, sperano che d’ora in poi il Comune di Milano, i vigili urbani, i giornali, le tv e i milanesi anche se leghisti saranno più cauti nelle polemiche contro il “pericolo giallo” della concorrenza commerciale di “Chinatown” e contro il via vai del traffico di carico e scarico delle merci, polemiche che hanno provocato proteste anche vivaci. Vale la pena di ricordare che la presenza cinese a Milano è iniziata nei primi del ‘900 con la vendita ambulante di cravatte, ovviamente di seta: “una lila, una clavatta”, gridavano gli ambulanti con la tipica elle al posto della erre, quando la lira aveva ancora un notevole valore. Nella Milano del 1938 la piccola comunità era già abbastanza numerosa e i milanesi la rispettavano perché lavorava sodo.

A riflettere non dovrebbe essere solo il mondo del calcio o dello sport in generale. La Cina infatti oltre a uno sviluppo economico fin troppo tumultuoso sta inanellando una serie di record piuttosto significativi e mortificanti per l’orgoglio eurocentrico europeo e occidentale in generale, ormai sempre più fuori luogo.

Nel maggio 2006, vale a dire già 10 anni fa, la Cina ha inaugurato il ponte sul mare più lungo del mondo: un capolavoro di 36 chilometri per collegare in due ore e mezzo invece delle abituali quattro Shanghai, centro finanziario e commerciale di prim’ordine, alla città portuale e industriale in continua espansione di Ningbo. Iniziato nel novembre 2003, il ponte è stato terminato in appena due anni e mezzo, vale a dire al bel ritmo di quasi 14 chilometri e mezzo l’anno. Dei primi  30 grattacieli più alti del mondo quelli cinesi sono nove, poco meno di un terzo del totale, ma salgono a 13 se si dovesse contare anche Hong Kong. La Shanghai Tower, inaugurata nel 2013, svetta a 632 metri: 91 metri in più del One Worl Trade Center di New York, terminato un anno prima e oggi quarto edificio più alto nel mondo.

L’anno scorso l’aeroporto di Pechino  è risultato il secondo aeroporto del mondo per transito di passeggeri, 80 milioni l’anno contro la capolista Atalanta, che negli USA guida la classifica da 15 anni ed è arrivata a 100 milioni di passeggeri l’anno. Ma già nel 2009 un sondaggio tra i lettori della rivista Condé Nast Traveler ha eletto l’aeroporto di Pechino il migliore del mondo valutando vari parametri compresa la pulizia di tutto lo scalo, l’efficienza, la velocità nel check-in e la movimentazione dei bagagli. L’aeroporto di Pechino ha inoltre un terminali avveniristico, il 3, il secondo più grande del mondo.

Ma tutto ciò è ancora poco o niente rispetto al progetto di completare nel 2022 quella che oltre a essere la nuova capitale della Cina punta ad essere la capitale del mondo intero: si chiamerà Jing Jin Ji, ma tutti la chiamano già Tre Gi oppure Gei Gei Gei, avrà l’incredibile superficie di oltre 100 mila chilometri quadrati – un terzo dell’Italia! – e l’ancor più incredibile cifra di 110-130 milioni di abitanti: pari a un po’ meno di un terzo della popolazione Usa, a quasi l’intera popolazione della Russia e a oltre il doppio di quella di tutta l’Italia. Insomma, sarà la mega-megalopoli più vasta e popolata dell’intera Storia del genere umano. Si tratta di inghiottire centinaia di villaggi rurali e di città di seconda fascia per fondere Pechino, in cinese Beijing, con il porto di Tianjin e l’intera regione dell’Hebei, che i cinesi chiamano Ji. Il nome del mostro da 110-130 milioni di abitanti, Jing Jin Ji, prende il nome dall’ultima sillaba sia di Beijing che di Tianjin e dal modo confidenziale e abbreviato, Ji, con il quale i cinesi indicano la regione dell’Hebei. I tempi per completare l’opera a dir poco titanica? Per nulla biblici: appena dieci anni! Il progetto è stato varato l’anno scorso e la tabella di marcia prevede sia completato nel 2025.

Per connettere i vari poli di una città-regione vasta come un terzo dell’Italia e liberarla dagli enormi problemi che angustiano i pechinesi e i pendolari che gravitano sulla capitale – problemi che vanno dal gravissimo inquinamento alle ore e ore necessarie per raggiungere il posto di lavoro dalle periferie e dall’hinterland – verranno costruite decine di linee ferroviarie ad alta velocità, metropolitane, aeroporti, autostrade, tunnel, canali fluviali e ponti. A fare da acceleratore alla colossale impresa è l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2022 a Pechino, esattamente come a suo tempo ha fatto da acceleratore l’assegnazione delle Olimpiadi non invernali del 2008. Non dev’essere un caso se la Grande Muraglia, iniziata nel 215 a. C. e lunga 8.851,8 chilometri, è ritenuta l’unica opera umana visibile a occhio dalla luna nonostante non sia invece affatto visibile già a 100 chilometri d’altezza.

Attorno al 1420 la corte imperiale cinese decise la chiusura delle frontiere, separandosi così dal resto mondo, e la distruzione della formidabile flotta oceanica, la più grande e potente del mondo. Decisione quest’ultima che in seguito permise ai portoghesi – privi di  avversari sull’Oceano Indiano – di arrivare a colonizzare fino a Macao e oltre. E decisione che permise infine a vari altri Stati europei di svegliare a cannonate la bella addormentata Cina e di colonizzarla a proprio comodo. Probabile che l’Occidente si pentirà di averla svegliata, violentata e offesa, arrivando alla bestialità di imporle la Guerra dell’Oppio per costringerla a ritirare il divieto emanato dall’imperatore cinese di fumare oppio. L’Inghilterra l’oppio lo ricavava dall’Afghanistan e vendendolo (anche) ai cinesi ci guadagnava cifre enormi, mentre la salute delle decine di milioni di fumatori cinesi andava in malore, cosa che portò l’imperatore a emanare il divieto.

Una volta svegliata a cannonate la Cina ha man mano capito sempre di più che per non soccombere  di nuovo deve darsi da fare. E lo sta facendo con un’altra Lunga Marcia, del tutto diversa dalla prima, quella di Mao Tze Tung e della sua armata di contadini nel 1934-1935 sfociata nella conquista del potere comunista, oggi tale solo di nome e in realtà fin troppo liberista. La Cina non vuole certo conquistare il mondo, perché nulla è più estraneo alla sua Storia, cultura, mentalità e politica, della colonizzazione di popoli e terre altrui. Non lo vuole conquistare, semmai comprare come ha comprato man mano quasi per intero il debito Usa, ma  certamente lo sta cambiando esercitando su di esso un’influenza sempre più massiccia. Lo shopping con l’Inter e il Milan è certamente anche una metafora.

“La Cina è vicina” è il titolo di un film di Marco Bellocchio del 1967, diventato col “mitico ’68” anche un modo di dire. Oggi “La Cina è già qui” non è un film, ma la realtà. E prima ce ne accmo, politici in testa, meglio è.


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