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Papa Francesco vuole andare in Cina missionario o statista?

Papa Francesco ha un sogno: stringere la mano al presidente cinese Xi Jinping e per un viaggio in Cina è pronto a tutto

La foto di di Pino Nicotri

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MILANO – Papa Francesco vuole andare in Cina. Sta preparando il terreno anche con una intervista in Vaticano all’italiano Francesco Sisci, ricercatore presso la China Renmin University di Pechino ed editorialista  del giornale Asia Times, che ha la redazione a Hong Kong ed è però letto più dagli inglesi e americani che dai cinesi. L’intervista mira chiaramente a voler captare la benevolenza di Pechino, ma l’ostacolo delle normalizzazione con il pianeta cinese resta sempre la nomina dei vescovi: Il Vaticano  vuole che li nomini il Papa, ma Pechino da quest’orecchio ci sente poco, preferisce che continui a nominarseli l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese, in pratica la Chiesa cinese, che finora ne ha nominati poco meno di 200.

Nell’intervista, dopo avere detto che quando nell’agosto 2014 ha sorvolato la Cina mentre andava in Corea 
 “mi sono emozionato molto, qualcosa che di solito non mi succede. Mi ha commosso volare su questa grande ricchezza della cultura e della saggezza”,
 Francesco ha aggiunto:
– “Per me la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande Paese. Ma prima ancora che un grande Paese, una grande cultura, con una saggezza inesauribile. Da ragazzo, ogni cosa che leggevo sulla Cina aveva la capacità di suscitare la mia ammirazione. Ho una profonda ammirazione per la Cina”;

– “Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutta la capacità di conservare la bilancia della pace e la forza di farlo. Dobbiamo trovare la via sempre attraverso il dialogo, non c’è altra strada. L’incontro si raggiunge con il dialogo. La vera bilancia della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che finiamo con un compromesso, mezza torta a te e mezza torta per me. Questo è ciò che è accaduto a Jalta [quando a conclusione della seconda guerra mondiale l’Europa è stata divisa tra Usa, URSS e Inghilterra in sfere di influenza]. E vediamo i risultati. No, dialogo significa: guarda, siamo arrivati a questo punto, posso essere o meno d’accordo, ma camminiamo insieme. La torta è di tutti, è umanità, cultura. Tagliare la torta, come a Jalta, significa dividere l’umanità e la cultura in piccoli pezzi. E la cultura e l’umanità non può essere divise in piccoli pezzi. Quando parlo di questa grande torta la intendo in modo positivo. Ognuno ha la sua influenza sul bene comune di tutti”.

Poi però a Francesco è venuto un dubbio scherzoso:

“Non so se l’esempio della torta è chiaro per i cinesi”.

Insomma, il pontefice è stato molto diplomatico, memore del fatto che nel luglio del 2011 un articolo comparso sul sito di Radio Cina Internazionale affermava che lo State Administration for Religious Affairs (SARA) ha chiesto al Vaticano di piantarla con la minaccia di scomunicare i due nuovi vescovi ordinati a prescindere dalla volontà e dal parere dell’allora Papa Ratzinger e dell’intero Vaticano. Il SARA ha definito la minaccia di scomunica “irragionevole e incivile”. Il dato più interessante dell’articolo è però la richiesta del governo cinese al Vaticano di tornare “sulla giusta strada del dialogo” e la volontà di discutere tutti i problemi in sospeso, compreso quello dell’ordinazione dei vescovi. Molto abile infine l’osservazione che
 
“la pratica di ordinare vescovi da parte della Chinese Catholic Patriotic Association è necessaria per diffondere il cattolicesino in Cina ed è la manifestazione della libertà di religione”.
L’invito a tornare sulla “giusta strada del dialogo” può sorprendere. Ma solo perché ignoriamo completamente la storia dei rapporti Chiesa/Cina. Che, come vedremo,  sono invece interessanti, qualche secolo fa erano solidi e molto promettenti, ma per la rigidità dei pontefici romani e dell’ Inquisizione venne colata a picco per pura ideologia. Ora Francesco prova un approccio molto più morbido. Che la Cina sia importante per la Chiesa e che con la Cina il Vaticano non possa imboccare la strada dello scontro frontale voluta da Papa Wojtyla contro l’Unione Sovietica lo abbiamo detto il 15 febbraio di tre anni fa: quando, dimessosi Papa Ratzinger, abbiamo auspicato che il suo successore, chiunque fosse, si desse da fare per ricomporre la frattura con la Cina consumata nel 1957.
Francesco è un gesuita, proprio come coloro che portarono il cristianesimo in Cina non con le armi e non in modo effimero. E’ abbastanza noto che il gesuita Matteo Ricci, geografo, astronomo e matematico, riuscì ad arrivare in Cina e a guadagnarsi la stima anche della corte imperiale perché padroneggiava la lingua cinese e ne aveva assorbito la cultura locale tanto da vivere come un mandarino. Ricci nel primo decennio del 1.600 per compiacere l’imperatore e la sua corte decise di pubblicare una versione modificata e dell’atlante “Mappa completa delle miriadi di Paesi della Terra”. Realizzata con Li Zizhao e pubblicata in migliaia di copie, la Mappa precedente aveva infastidito i cinesi convinti che la Cina – non a caso da loro chiamata Zhongguo, cioè Regno di Mezzo – fosse il centro del mondo e non la periferia dell’ Europa. La nuova versione della Mappa era decisamente più cinocentrica.
Il gesuita Martino Martini, arrivato in Cina nel 1643 sulla scia del dilagare dei portoghesi in Oriente, aiutò l’imperatore Longwu della dinastia Ming, che lo nominò mandarino, a fronteggiare militarmente gli avversari mancesi della dinastia Quing. Esperto di balistica, preparazione della polvere da sparo e della fusione dei cannoni, Martini venne soprannominato Mandarino Polvere di Cannone. Martini riuscì a convincere papa Alessandro VII ad accettare sia pure con riserva che i cinesi convertiti al cristianesimo potessero continuare i loro riti per i morti e per Confucio senza essere scomunicati.
Il gesuita belga Ferdinand Verbiest venne nominato nel 1669 dall’imperatore Kangxi presidente dell’Ufficio delle Matematiche e portò a termine la riforma del calendario cinese iniziata con il gesuita tedesco Adam Schall von Bell. E l’imperatore Kangxi emanò un decreto di libera predicazione del cristianesimo, decreto che ricorda molto da vicino l’analogo editto di Milano con il quale Costantino nel 313 aveva sdoganato il cristianesimo dichiarandolo “religio licita”. La penetrazione del cattolicesimo era favorita dalla crisi di rigetto anche da parte delle elite cinesi nei confronti del buddismo perché nel suo clero abbondava la corruzione e una eccessiva rilassatezza dei costumi.
I missionari gesuiti erano convinti che per favorire la penetrazione del cristianesimo in Cina si dovesse essere tolleranti e rispettosi di culture antiche e radicate come quella cinese e più in generale asiatiche, ed erano anche convinti che le pratiche invise a Roma fossero solo riti e usanze civili, non religiose. Di parere diametralmente opposto i missionari francescani e domenicani. Fu così che nel 1713 Papa Clemente XI pubblicò la bolla “Ex illa die”, con la quale condannava i riti cinesi ed esigeva a tutti i missionari residenti in Cina il giuramento di rispettare la condanna romana.
La bolla “Ex quo singulari” di Benedetto XIV, pubblicata l’11 luglio 1742, proibì addirittura ogni discussione sui riti cinesi e annessa condanna di Clemente XI, costringendo così gli imperatori Yongzheng e Qianlong a porre un freno alla libertà di predicazione del cristianesimo. E la soppressione della Compagnia di Gesù, decisa il 21 luglio 1773 da Papa Clemente XIV, convinse i cinesi che i gesuiti avessero mire politiche e fossero quindi davvero pericolosi per l’unità del grande Paese. A togliere l’obbligo del giuramento e a consentire ai cattolici cinesi la partecipazione ai riti tradizionali è stato Pio XII nel 1939, anno di inizio della seconda guerra mondiale. Ma con la politica delle scomuniche ai comunisti in blocco e ai vescovi cinesi non disposti a obbedire senza fiatare al Vaticano lo stesso Pio XII ottenne solo il rigetto dell’autorità del Papa e la nascita nel 1957 della Chiesa Patriottica Cinese.
Un altro capitolo interessante e molto poco noto è che il cristianesimo, sia pure non cattolico, nei secoli passati si era saldamente radicato anche nelle corti dei vari Gran Khan mongoli, le cui mogli erano infatti spesso cristiane nestoriane. Hulagu, un nipote di Gengis Khan, pur essendo un convinto seguace dello sciamanesimo, aveva la madre, Sorghaghtani Beki, e la moglie preferita nestoriane, così come molti dei suoi più stretti collaboratori. Uno dei suoi generali più importanti, Kitbuqa, era un cristiano. E al seguito di Kublai Khan entrò in Cina una ondata di cristiani nestoriani, provenienti da Najman, oggi in Afganistan.
A scanso di equivoci, già in Corea Francesco ci ha tenuto a chiarire che
“la Chiesa cattolica non vuole fare conquiste”.
Una precisazione quanto mai opportuna dal momento che il cattolicesimo in altre parti dell’Oriente e del mondo è arrivato proprio al seguito di “conquistadores”, cioè con le invasioni e il colonialismo. Quel colonialismo che ha reso i cinesi allergici e molto contrari a qualunque tentativo di influenza esterna. La Cina, è noto, non accetta ingerenze di nessun tipo, politico, sociale o religioso, da parte di nessun Paese e neppure da parte della Chiesa di Roma, cioè a dire dallo Stato del Vaticano. Con la Cina e l’Oriente in generale nessun Papa può permettersi il comportamento autoritario che Wojtyla tenne in Sud America. Quello tenuto in Nicaragua fu pesantemente condannato dal sacerdote locale Ernesto Cardenal, invitato duramente e pubblicamente proprio da Wojtyla appena sceso dall’aereo a dimettersi da ministro della Cultura del governo rivoluzionario sandinista. E quello tenuto in Cile venne condannato addirittura dal famoso teologo tedesco Hans Kung. 
 
Papa Francesco è un gesuita proprio come i vari missionari che hanno saputo portare con le buone maniere il cattolicesimo in Cina e farsi anche stimare. Per questo forse è più sensibile al tema della ricomposizione dei rapporti e più capace di svolgerlo al meglio.
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