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Turchia, cambiamenti dopo il golpe, tensione fra i partiti, cosa cambia per la Nato?

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Turchia, sono giorni decisivi per la Turchia. E forse anche per la Nato. Il Consiglio Militare Supremo (YAS) ha iniziato il 28 luglio la prima delle riunioni convocate per mettere a punto dopo il tentativo di golpe del 15 luglio una profonda ristrutturazione delle forze armate, conditio sine qua non per varare anche alcune riforme costituzionali o addirittura per adottare una nuova Costituzione.

Il 9 agosto il presidente Recep Erdogan, alla ricerca di una maggiore libertà di manovra per resistere alle pressioni e ai condizionamenti Usa, andrà a S. Pietroburgo per incontrare il suo collega russo Vladimir Putin: scopo della visita, cementare e irrobustire l’amicizia nata con la riappacificazione avvenuta per telefono un paio di settimane fa dopo la crisi dello scorso novembre provocata dall’abbattimento turco di un aereo militare russo nei pressi del confine turco siriano. Fonti attendibili danno per esclusa la possibilità che la Turchia esca dalla Nato o che rinunci all’ingresso nella Unione Europea per allearsi invece con la Russia, ma un cambio di strategia sia turca che russa in Medio Oriente appare inevitabile, motivo per cui ci sono comunque apprensioni sia a Washington che a Bruxelles e al quartier generale Nato.
Il ministro turco per gli Affari Europei, Ömer Çelik, ha reso esplicito il malcontento del governo verso il comportamento europeo dopo il fallimento del colpo di Stato: “Ci aspettavamo una visita da parte dell’Unione Europea, i nostri alleati sarebbero dovuti venire da noi”.

Invece non s’è visto nessuno, neppure personalità della Nato, e i messaggi di solidarietà dei governi europei e della presidenza Usa a Erdogan e al suo governo sono arrivati solo dopo uno strano silenzio, un ritardo che appare inevitabilmente dovuto al voler vedere se il golpe avrebbe avuto successo oppure no. Anche il segretario di Stato Usa, John Kerry, s’è fatto vivo in ritardo e con un messaggio di solidarietà piuttosto tiepido.

Veniamo ora alle riforme nelle forze armate. Come annunciato da Erdogan e dal primo ministro Binali Yildirim, i punti essenziali della loro ristrutturazione prevedono:

1) il passaggio dal controllo del premier a quello del ministero della Difesa;

2) il passaggio delle accademie militari dal controllo della Difesa a quello della Pubblica Istruzione;

3) trasferire fuori dalle città le basi militari ancora esistenti al loro interno;

4) staccare dallo Stato Maggiore militare i corpi della gendarmeria.

Solo dopo un tale riallineamento delle forze armate si potrà tornare a parlare di riforme costituzionali o di una nuova Costituzione e del presidenzialismo fortemente voluto da Erdogan e dal suo partito, ma decisamente inviso alle altre forze politiche presenti in Parlamento. Tanto inviso da rendere inevitabile un’alleanza con altri partiti basata su un compromesso e da non poter escludere il ricorso a elezioni anticipate.