Pino Nicotri

Terrorismo, ecco come Donald Trump ha calato le braghe in Arabia Saudita

Terrorismo, ecco come Donald Trump ha calato le braghe in Arabia Saudita
Terrorismo, ecco come Donald Trump ha calato le braghe in Arabia Saudita

Terrorismo, ecco come Donald Trump ha calato le braghe in Arabia Saudita

Fa una certa impressione vedere il presidente degli Stati Uniti, il Paese più potente del pianeta e che si arroga il diritto-dovere di essere la guida del Mondo Libero, fare la corte al Paese più reazionario e retrogrado del mondo  e svendere ad alta voce i grandi principi di libertà ed eguaglianza, quelli delle donne soprattutto, con i quali ci si riempie sempre la bocca specie per essere eletti. Stiamo parlando della visita di Stato di Donald Trump in Arabia Saudita, regno basato sulla fede wahabita, che di fatto riconosce come Costituzione solo il Corano e come legge penale solo la Sharia, nota anche perché taglia le mani ai ladri, il ramo quindi più integralista, fanatico e retrogrado dell’intero Islam.

 
L’Arabia Saudita, il nono Stato al mondo nella classifica delle spese militari, è il Paese dove le donne sono poco più che oggetti col buco  privi di diritti, compreso quello di guidare l’auto, il Paese che decapita in piazza anche decine di  condannati alla volta, il Paese dove le donne condannate a morte vengono decapitate in strada, il Paese che finanzia, in modo ormai inconfutabile, il terrorismo internazionale, da quello del suo concittadino saudita Osama Bin Laden fino a quello dell’ISIS di oggi. Proprio il terrorismo in nome della (ipocrita) lotta al quale Trump è andato a calarsi le braghe davanti al raggiante re Salman Bin Abdulaziz Al Saud e agli altri leader del Gulf Cooperation Council, che riunisce gli Stati del Golfo Persico con l’eccezione dell’Iran, che al loro cospetto è un campione di modernità e democrazia. 
 
Salman era  felice anche perché Trump gli ha portato su un piatto d’argento 110 miliardi di dollari di armamenti subito e 300 nei prossimi 10 anni. In totale, 410 miliardi di dollari (da aggiungere alle altre centinaia degli anni scorsi ai vari regni e sceicchi del Golfo): poco più di quanto gli USA stanziano ogni anno per le loro forze armate. Soldi e armi che non solo verranno utilizzate per meglio contribuire a reprimere nuovamente eventuali nuove “primavere arabe”, come già fatto dai sauditi insieme col contiguo Bahrain, ma i cui rivoli arriveranno di sicuro anche all’ISIS. As usual. 
 
Ecco come Trump ha calato le brache  gettando a mare in particolare i diritti delle donne:
 
Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere”. 
Ed ecco come ha calato le brache  anche riguardo le speranze di spingere i sauditi  – e gli altri regni del Golfo, tutti del ramo wahabita dell’islam – verso almeno un po’ di democrazia, qualche miglioramento e riforme:  
 
“I nostri amici non dovranno mai dubitare del nostro appoggio. Le alleanze migliorano la sicurezza attraverso la stabilità, non gli strappi radicali. Prenderemo le nostre decisioni basandoci sul mondo reale, non su ideologie inflessibili. Quando sarà possibile, cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi”.
 
Insomma, riforme e cambiamenti per passare dal medioevo wahabita dei sauditi e degli altri Stati del Golfo all’epoca moderna della democrazia e dell’eguaglianza dei sessi – e dei diritti – possono aspettare: alle primavere arabe, represse brutalmente , non seguiranno le estati. Intanto le realtà sociali e dell’interno dei regni e degli sceicchi del Golfo continueranno ad essere nascoste con i massicci investimenti e acquisti in Europa e negli Usa e con il fiorire di enormi grattacieli e altre grandi modernità graditissime ai turisti nelle sempre più rutilanti capitali.
 
Le parole di Trump hanno un suono strano in bocca al capo degli Stati Uniti, che in nome della democrazia e della libertà dopo la seconda guerra mondiale non hanno esitato a invadere Paesi sovrani come la Corea, il Vietnam, l’Iraq, l’Afganistan, Grenada, a tentare di invadere Cuba, ad appoggiare e “stimolare” le secessioni di Stati come i Paesi baltici, la Georgia e l’Ucraina, ad addestrare, armare e finanziare il saudita Bin Laden e i suoi terroristi talebani per l’indipendenza dell’Afganistan dai sovietici, fino ad aiutare oggi i ribelli “democratici” (?) siriani. In nome del petrolio e del poter mantenere in Arabia Saudita le cinque enormi basi militari e nel Bahrain la sede della potente V Flotta, realtà armate fino ai denti utili in Medio Oriente e dintorni non solo in operazioni come l’invasione dell’Iraq, l’America di Trump continua a vendere l’anima (oltre a quantità mostruose di armi per incrementare l’occupazione Usa). E continua a chiudere entrambi gli occhi rispetto la realtà che vede soprattutto l’estremismo wahabita saudita essere il padre di tutti i terrorismi, da Bin Laden all’ISIS.
 
Stando a ciò che gli USA predicano e fanno politicamente e militarmente da decenni in nome della democrazia, l’ Arabia Saudita ha da un bel pezzo tutte le carte in regola per essere il primo Paese dove “esportarla” con un’(altra) invasione militare. Ma anziché essere invasa viene addirittura premiata da Trump! La cui credibilità in tema di “lotta al terrorismo” diventa quindi ancora più bassa rispetto quella dei suoi predecessori. 
 
E l’Europa sta a guardare…. Pronta a imitare Trump nonostante le stragi e il terrore che l’ISIS quando può semina sul suo territorio.
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