Paolo Gentiloni

Bufale al tempo di internet, acqua sul fuoco da Gentiloni: una volta si diceva “distorsione”

Bufale al tempo di internet, acqua sul fuoco da Gentiloni: una volta si diceva "distorsione". Anche Gentiloni, appena insediato primo ministro, fu vittima di una bufala su un sito di fake. La ignorò, la buttò in ridere e tutti se ne sono scordati

Bufale al tempo di internet, acqua sul fuoco da Gentiloni: una volta si diceva “distorsione”. Anche Gentiloni, appena insediato primo ministro, fu vittima di una bufala su un sito di fake. La ignorò, la buttò in ridere e tutti se ne sono scordati

Bufale nel tempo di internet, ne parlano tutti, sembra un fenomeno di oggi. In realtà di bufale è piena la storia. Pensate a Machiavelli che trasformò in un trovatello il grande condottiero Castruccio Castracani, figlio ben legittimo di nobili toscani, per poterlo paragonare a Mosè. Chi ormai ha i capelli grigi o bianchi ricorderà il successo del Male, settimanale satirico pieno di quelle che oggi si direbbero Fake o Bufale. Inutile e pericoloso inseguire miti di una età dell’oro che non c’è mai stata, avverte Paolo Gentiloni in questo articolo pubblicato anche dalla Stampa di Torino.

«La verità è la cosa più preziosa che abbiamo. Per questo dovremmo cercare di farne economia». E’ uno degli aforismi più graffianti di Mark Twain, che esalta il valore di ciò che sembra negare: l’importanza della verità.

E l’importanza di avere accesso a informazioni accurate e affidabili.

Oggi molti protagonisti illustri del mondo del giornalismo e dell’editoria si sono scambiati opinioni sulle loro esperienze e le diverse situazioni che devono affrontare in questo momento. Le grandi sfide che il mondo del giornalismo sta vivendo offrono una prospettiva utile per interpretare le molte trasformazioni in corso in tutto il mondo.

La nuova era di Internet, con l’avvento degli smartphone e dei social network, ha portato molte nuove opportunità al mondo dell’editoria. Ma ha anche coinciso con l’inizio della crisi delle vendite scoppiata all’inizio del nuovo millennio.

Questa crisi si è aggiunta al calo dei ricavi pubblicitari: le stime per il 2016 sono del meno 9%.

Sembra chiaro che ci troviamo ad affrontare un grande paradosso a livello mondiale: grazie a Internet e alla diffusione di nuovi strumenti la capacità dei giornali di raggiungere il pubblico non è mai stata così alta. Ma allo stesso tempo è sempre più difficile trasformare quest’opportunità in un modello commerciale.

In generale, molti editori stanno riorganizzando i propri processi. In Italia, la fusione del Gruppo Espresso con l’Itedi guidata da La Stampa è un’operazione importante che apre strade interessanti e rende il nostro Paese fiero di ospitare uno dei più grandi gruppi editoriali in Europa.

Stiamo quindi assistendo a un grande sforzo creativo. Chi ha a cuore il mondo dei giornali segue con curiosità e attenzione il tentativo di reinventarsi che è in atto.

Purtroppo, c’è anche un lato negativo che non possiamo dimenticare, cioè l’impatto sull’occupazione. Le statistiche del Pew Research Center sugli Stati Uniti, ma indicative della situazione in tutto il mondo, ci dimostrano che il numero delle persone impiegate nelle redazioni è diminuito di oltre il 35% dal 2004. Si tratta di una tendenza che desta preoccupazione tra quanti hanno a cuore la democrazia. Sarà quindi importante assicurarsi che l’attuale transizione sia quanto più sostenibile possibile.

Le sfide che sta vivendo il mondo del giornalismo, così importanti per noi, riflettono le situazioni che stanno attraversando molti altri settori produttivi in fase di ristrutturazione.

Viviamo in un momento delicato della storia umana, definito «l’era dell’ accelerazione». Un’epoca in cui, per la prima volta nella storia, c’è un divario tra la velocità del cambiamento e la nostra capacità di adattamento.

Non dobbiamo essere presi alla sprovvista da questo divario: noi stessi l’abbiamo generato, è la prova della straordinaria vitalità delle nostre economie, delle nostre imprese, delle incredibili capacità delle nostre Università e dei nostri centri di ricerca.

Naturalmente, questo ritardo nell’adattamento, insieme agli effetti della crisi economica, ancora visibili, hanno avuto un impatto globale. Siamo tentati di mettere in discussione molti dei nostri successi passati, i pilastri dell’economia e della società aperta che hanno sostenuto decenni di pace e prosperità.

Siamo cercando di rispondere a tutti questi interrogativi a livello internazionale: l’abbiamo fatto in occasione dell’ultimo vertice G7 di Taormina. Non sono tempi facili e le difficoltà economiche seguite alla crisi economica hanno colpito la nostra società e la classe media in particolare. Tuttavia, non dobbiamo tornare indietro rispetto ai progressi fatti negli ultimi anni. Il protezionismo non è un’opzione, abbandonare l’idea di una società aperta e tollerante non è una soluzione al disagio: in realtà, creerebbe danni peggiori.

C’è un concetto più ampio che credo possa essere applicato anche al mondo del giornalismo di oggi. Un concetto che ho utilizzato spesso nel contesto internazionale, quando ho avuto l’opportunità di parlare delle sfide economiche che ci troviamo ad affrontare nell’era della globalizzazione. Mi riferisco alla necessità di continuare a scommettere sulla nostra identità e sulle nostre specificità.

Questa è la lezione fondamentale della globalizzazione. Contrariamente alle prime, superficiali interpretazioni, la globalizzazione rende più importanti le caratteristiche nazionali. E queste includono la cultura, l’economia, le attitudini e i valori sociali.

Come governo italiano, abbiamo condotto un programma economico basato su questi principi, e i dati recenti mostrano che avevamo ragione. Non abbiamo seguito un piano di riforma astratto. Siamo intervenuti in materia di politica del lavoro, politica finanziaria e politica industriale, tenendo presente le esigenze specifiche del nostro sistema economico, in gran parte basato su produzioni di valore.

Abbiamo investito nella cultura e nella scuola per massimizzare le opportunità per gli individui e sfruttare al massimo il nostro capitale umano. Abbiamo investito nelle nostre città e nelle nostre zone rurali, perché il nostro Paese continuerà a prosperare se ci prendiamo cura dei nostri beni più preziosi, che comprendono tanto le aree urbane così come la nostra diversificata e ricca agricoltura.

L’innovazione funziona quando si evolve la tradizione. E la tradizione può evolversi solo se un Paese, o una professione, riesce a utilizzare nel modo migliore i nuovi strumenti a disposizione.

Questo è quello che il giornalismo deve fare ora e sta già facendo in molti casi. In particolare, il futuro del giornalismo e la sua capacità di adattarsi al nuovo mondo dipendono dal «fattore umano».

Possiamo realizzare un software in grado di scrivere un articolo sulle previsioni del tempo? Probabilmente sì.

Possiamo far sì che lo stesso software compili un articolo sul punteggio di una partita di baseball o di calcio? Sì, e in effetti è già accaduto.

Possiamo chiedere a un robot di fare lo stesso lavoro di Carl Bernstein o Bob Woodward? Credo di no – anche se non vorrei che suonasse come una sfida ad alcuni intelligenti ingegneri a farlo davvero!

Il punto è che tutti noi siamo invitati a chiederci: che cosa mi riesce meglio, qual è il cuore del mio lavoro, la mia specializzazione insostituibile? I migliori tra i giornalisti aprono per noi nuove finestre e nuove porte. Ci aiutano a collegare i puntini. Ci rendono chiare cose che ci risultano oscure, a volte con acute capacità investigative. Abbiamo sicuramente bisogno di più cose di questo genere in momenti come questi. E ne avremo bisogno ancora di più in futuro, mentre l’eterogeneità aumenta all’interno delle nostre società.

L’indipendenza e la forza del giornalismo devono continuare a essere un punto di riferimento per le nostre democrazie, non malgrado, ma a causa delle molte e complesse trasformazioni del mondo di oggi.

Pertanto, il dibattito odierno sul futuro dei giornali non riguarda solo modelli di sviluppo. Chiama in causa il ruolo dell’informazione nell’era delle nuove tecnologie, la possibilità di continuare ad avere fiducia in chi svolge questo ruolo, la capacità di orientare l’opinione pubblica in modo positivo e costruttivo.

Ci sono spesso interpretazioni pessimistiche di queste tematiche, con il conseguente grande dibattito sulla «post-verità» un termine decretato parola dell’anno per il 2016 dall’Oxford Dictionary.

Il risultato della proliferazione di notizie false è certamente un dato grave, come riconosciuto dai grandi giganti di Internet, che stanno sollevando il problema di come contrastare questo fenomeno.

Ma dobbiamo cercare di evitare interpretazioni catastrofiche. La mia generazione si ricorda di un tempo, non molto lontano, caratterizzato da una tale contrapposizione ideologica da distorcere spesso anche l’interpretazione dei fatti.

D’altra parte, credere che abbiamo vissuto in «un’età dell’oro della verità», ora perduta per sempre, può essere una tentazione confortante di fronte a molti eventi del tempo presente, ma probabilmente significherebbe forzare la mano alla storia.

Probabilmente, invece di inseguire il mito dell’assoluta imparzialità, sarebbe importante cercare un modello di giornalismo «radicato nei fatti», piuttosto che completamente privo di opinioni.

Occorre la volontà di superare le divisioni e andare oltre le proprie posizioni, uscire dalle nostre «bolle» di consenso per riuscire a curare le ferite delle nostre società. L’idea degli «Stati generali dell’editoria» lanciata da Carlo De Benedetti, può sicuramente contribuire in modo significativo a questo dibattito.

Sotto questo aspetto il ruolo del giornalismo nel Ventunesimo secolo continuerà a essere fondamentale per orientarci nel mare delle fonti di informazione che rischia di soverchiarci, per affinare le nostre capacità di discernimento ed essere in grado di distinguere il «segnale» dal «rumore». Consapevoli che, nel nostro tempo segnato da contraddizioni e incertezze – per citare George Orwell – «vedere ciò che si trova davanti al nostro naso richiede un impegno costante».

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