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Pensioni, contributo di solidarietà proprio non si può…analisi della Riforma Inpgi di Cascella e Chianura

Pensioni, il contributo di solidarietà proprio non si può, il Ministero del Lavoro lo ha bocciato, è contro la legge. lo ricordano, in questa analisi della Riforma Inpgi, Paola Cascella e Carlo Chianura, che di Inpgi sono consiglieri di amministrazione. L’articolo è stato pubblicato su Punto e a capo, sito della corrente sindacale cui appartengono Cascella e Chianura.

Inpgi è l’ Istituto di Previdenza dei giornalisti italiani, preposto alle pensioni della categoria. Da 30 anni a questa parte Inpgi ha assorbito molti oneri impropri, che sarebbero stati di competenza degli editori, attenuando e eliminando i rischi di aspri scontri. Ora però gli editori sembrano poco disposti a fare la loro parte mentre chiedono al Governo nuovi sussidi.

“Fate presto”, titolò in prima pagina il Mattino di Napoli il giorno dopo il terribile terremoto del 23 novembre 1980. È la stessa invocazione, con altre parole, rivolta all’ Inpgi dalla direttrice generale del Ministero del Lavoro: fate presto, la situazione è “compromessa”.

Ecco, partiamo di qua se dobbiamo parlare della imminente riforma previdenziale. È un dovere fare presto anche per chi come noi, consiglieri di Inpgi Futuro, da anni fa opposizione dura ma non demagogica, lontana dagli slogan vuoti. Oggi a maggior ragione. La casa comune brucia, come diciamo inascoltati da anni. L’ Inpgi usato come un bancomat, abbiamo denunciato per primi. Oggi lo dice persino chi ha firmato non una ma due volte gli accordi contrattuali che hanno causato la rovina dell’Istituto.

Ma andiamo avanti. È il momento di prendersi responsabilità, anche scomode. Come farebbe un medico che si avvicina a un corpo avvelenato da altri per tentare di salvarlo con un qualche antidoto. Perché si fa presto a dire dei no, più difficile è indicare alternative credibili.

Il valore aggiunto sull’ Inps. Diciamo subito che abbiamo condiviso l’anno scorso una serie di limature sulle prestazioni facoltative. C’era, ricordiamolo, chi come la Fnsi voleva cancellare l’assegno di superinvalidità o il ricovero in case di riposo. C’era chi voleva ridurre fortemente la reversibilità. Il risultato della mediazione non è quello che avremmo voluto mantenere, ma certamente è meglio di quanto si rischiava. Lo stesso dicasi per il trattamento di disoccupazione, ancora nettamente superiore a quello Inps.

Le equiparazioni necessarie. Misure eque sono anche l’equiparazione al sistema generale di alcune aliquote, come la contribuzione figurativa, il contributo per la cassa integrazione nella busta paga dei giornalisti e quello della mobilità tra gli oneri degli editori, quello aggiuntivo sempre per gli editori in caso di disoccupazione dopo un contratto a termine. Positivo che si possa riscattare il praticantato fatto nelle scuole di giornalismo.
Altre sono le medicine veramente amare, e su questo chiamiamo il Cda a una riflessione ancora possibile. Vediamo.

Età della pensione. E’ qui che entriamo in territorio Inps. Bocciando la precedente riforma (su cui Inpgi Futuro nel 2015 votò no), il Ministero invitò a misure addirittura più drastiche della Fornero. Diciamo che le previsioni che si fanno strada non sono peggiori della Fornero ma neanche migliori. Tra il 2017 e il ‘19 gli uomini e le donne passerebbero a diverse velocità a 66,7 anni. Molto più alti saranno i cancelli delle pensioni di anzianità (quelle che dal 2009 insieme ai prepensionamenti hanno contribuito a rovinare l’ Inpgi). Ci sarà almeno fino al 2019 l’adeguamento alla speranza di vita, come sappiamo crescente. L’applicazione della legge Vigorelli (quella che consente di unire i contributi di Inpgi e Inps e di andare più presto in pensione) sarà più rigida, perché il 50 per cento delle pensioni di anzianità oggi viene erogato con regole giudicate troppo favorevoli per i lavoratori.

La rete che non c’è/1. E’ a questo punto che noi poniamo alla maggioranza interrogativi su cui attendiamo risposte. Anzitutto attendiamo di conoscere la portata economica delle singole misure. Un altro interrogativo riguarda un rischio-esodate tra le donne. Il problema non è tanto l’aumento a 64 anni della età pensionabile nel 2017, quanto il fatto che non esisterebbe più la possibilità di andare in pensione anticipata con abbattimenti. Inoltre le clausole di salvaguardia non tutelano tutte le donne che per necessità o per scelta non lavorano e sono state ammesse alla contribuzione volontaria entro la metà del 2012 e che dovessero compiere i 60 anni nel 2018. Ci vorrebbero norme a tutela di questi soggetti.

Così come è un errore e un danno per l’istituto eliminare di colpo le pensioni a qualsiasi età con 40 anni di contributi. Significa quantomeno spingere verso la pensione giornalisti che oggi hanno una contribuzione molto alta: se ne andrebbero, impauriti dalla caduta della garanzia della pensione con quelle condizioni. Inpgi perderebbe contributi e comunque in molti casi dovrebbe pagare la pensione anche se con altri requisiti. Sono poche posizioni in ballo: perché farsi male da soli?

Ancora: evitare ondate di panico che portino più giornalisti a fuggire in pensione è un tema strategico. Spingere alla pensione chi ha maturato i requisiti nel 2016 potrebbe essere un altro atto di autolesionismo. Perché non valutare la possibilità per chi matura entro quest’anno i requisiti per la pensione di anzianità di mantenere questo diritto anche in futuro? L’obiettivo potrebbe essere quello di tenere in servizio decine, forse centinaia di giornalisti, con sollievo per le casse dell’istituto.

La rete che non c’è/2. La norma che consente pensioni dai 57 anni con 35 anni di contributi (seppure con abbattimenti) è oggettivamente indifendibile. E’ figlia di un’altra Italia e di un altro mestiere. Figlia dell’assistenzialismo, agli editori per primi. Delle pensioni a 62 anni, o per meglio dire del loro abuso, abbiamo detto. Ma noi poniamo oggi un altro interrogativo: è realistico pensare che un giornalista o una giornalista mantengano il proprio lavoro fino a circa 67 anni? Il giro di vite è giusto, ma non sarebbe più conveniente pensare a regole che rendano più elastiche le uscite, magari in cambio di nuovi ingressi (il vero cambio generazionale che spetterebbe a Fnsi e Fieg applicare)? In sede di elaborazione della riforma, Inpgi Futuro ha proposto una formula che renda possibile l’uscita a 63 anni con 33 di contributi, in cambio di abbattimenti fino a un massimo del 16 per cento. Ritroviamo più o meno la stessa ricetta nell’ Ape del governo, la famosa flessibilità in uscita. E ci sembra di capire che questa misura possa essere applicata alla generalità dei lavoratori, dunque anche ai giornalisti. Bene. Si esce dal lavoro in cambio di un debito che si contrae? E che cosa altro sono le attuali uscite anticipate Inpgi con abbattimento pensionistico, se non debiti che contraiamo per sempre? Come recita il detto popolare: piuttosto che niente, è meglio piuttosto. Vedremo, comunque…

La rete che non c’è/3. Ma la vera rete che manca è quella del lavoro. E qui l’Inpgi può davvero molto poco. Le notizie che arrivano dai tavoli delle parti sociali sono inquietanti. La Fieg si rifiuta di chiudere qualsiasi accordo che non preveda un taglio del costo del lavoro di almeno il 20 per cento. Chiede di falcidiare ferie, prestazioni forfettizzate, scatti di anzianità (ancora!), permessi. Di fronte ci sembra che abbia una Fnsi debole e incapace di tenere testa a tanta arroganza, anche a causa di una forza-iscritti che negli ultimi anni è scesa ai minimi storici. Un moloch più che un sindacato: e lo diciamo senza gioia. Ripetiamolo: senza lavoro l’ Inpgi non si salva. Ma il lavoro non lo crea un istituto di previdenza.

Le classi più colpite. Un’altra cosa che non ci possiamo nascondere è che si stanno andando a colpire soprattutto i giornalisti sotto i 50 anni e quelli che saranno assunti a partire dal prossimo anno. La medicina più amara è l’addio definitivo al rendimento retributivo più o meno corretto su tutta la vita lavorativa o su parte di essa. L’attuale ipotesi è – come ha chiesto esplicitamente il Ministero del Lavoro – il passaggio al calcolo contributivo: tanto versi, tanto sarà la tua pensione. Sarà applicata anche ai giornalisti, integralmente, una disciplina prevista da una legge del 1995. Arriviamo anche noi giornalisti, dunque, al calcolo in vigore per il resto dei lavoratori italiani da ventuno anni. Ventuno.

Il prelievo illegittimo. Nonostante la bocciatura da parte del Ministero del Lavoro, torna a galla il prelievo forzoso sulle pensioni a partire dal prossimo anno, unica voce nella riforma su cui c’è una stima di entrata (5,2 milioni annui). C’è una sola novità virtuosa: oggi la maggioranza del Cda Inpgi è propensa ad accogliere la proposta avanzata un anno fa da Carlo Chianura e da Silvana Mazzocchi di votare per parti separate la riforma, facendo del prelievo una delibera ad hoc. Bene. Resta però a nostro parere l’irragionevolezza di questa misura. Non staremo qui a ricordare che tra mancata perequazione o vari contributi di solidarietà i pensionati dell’ Inpgi dal 2011 hanno contribuito con circa 30 milioni ai bilanci dell’istituto (altro che 7 euro mensili di prelievo). Non diremo che il tetto al cumulo sottrae moneta sonante ad alcuni pensionati e aggiunge risorse all’istituto. La ragione del no una era e una rimane: un Cda non può assumere decisioni che competono al Parlamento. Neanche se prevede, come sostiene qualche ingenuo, che i proventi del prelievo vadano a finanziare le pensioni più basse e restino comunque all’interno del circuito. Non si può fare.

La vera domanda. Ma la vera domanda, la domanda delle cento pistole, è una: tanti sacrifici, ma alla fine l’ Inpgi ce la farà? Vogliamo essere onesti? Nessuno può rispondere a questa domanda, nessuno lo sa davvero. Semplificando molto si potrebbe dire che la risposta è no se il giornalismo continuerà a dibattersi in queste sabbie mobili; è forse (non ancora sì) se l’occupazione ripartirà, se gli editori metteranno mano al portafogli per gli investimenti, se gli italiani accetteranno di spendere di più per informarsi. Diciamo che, con i correttivi che Inpgi Futuro suggerisce, siamo di fronte a un tentativo onesto cui dovranno obbligatoriamente seguire piani di risparmio interno che snelliscano la struttura e la rendano più efficiente. Di certo l’errore più grande sarebbe quello di restare fermi ad aspettare gli eventi.

*Consiglieri di amministrazione Inpgi per Inpgi Futuro