Blitz quotidiano
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Referendum, vince il No e lo Spread torna a far paura, siamo su un ottovolante, allarme di Turani

 

Referendum, si profila la vittoria del No e lo Spread torna a preoccupare, è tornato sopra quota 150, allarma Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini &  Business: “Si sta come su un ottovolante. Si ballerà fino al 4 dicembre”. Ogni volta che escono sondaggi positivi per il No lo spread sale a picco, quando i sondaggi sono favorevoli al Si, lo spread scende. Vorrà dire qualcosa…

Spread, spiega Wikipedia, denota la differenza tra il tasso di rendimento di un’obbligazione e quello di un altro titolo preso a riferimento. Ad esempio, “se un BTP con una certa scadenza ha un rendimento del 7% e la corrispettiva Bundesanleihe tedesca con la stessa scadenza ha un rendimento del 3%, allora lo spread sarà di 7 − 3 = 4 punti percentuali ovvero di 400 punti base”.

C’è stato un tempo, lontanissimo, come nelle fiabe, in cui lo spread fra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (a dieci anni) era uguale a 24 (ma siamo nel 2006, epoca Prodi a palazzo Chigi). Il che significa che il “debito italiano” era valutato dai mercati finanziari internazionali all’incirca come quello tedesco. Quella piccolissima differenza di 24 punti possiamo attribuirla al fatto che da noi di norma c’è più sole e si vive un po’ più disinvoltamente.

Ma nel gennaio del 2009, tre anni dopo,  tutto appare dimenticato. C’è la Grande Crisi finanziaria internazionale, si avvertono scricchiolii nei paesi dell’area mediterranea e i prestatori di denaro si fanno più attenti e più guardinghi. E infatti all’inizio del 2009 lo spread italiano (sempre rispetto ai Bund tedeschi a 10 anni) è già oltre quota 100. Già allora trovare i soldi per coprire il nostro disavanzo statale comincia a costarci un po’ di più di quanto non costi ai tedeschi, considerati i bravi, i primi della classe.

Che cosa è successo? Quello che si è detto poche righe più sopra e che continua tuttora: vista la crisi finanziaria mondiale, i mercati si sono fatti più diffidenti. Scrutano la realtà italiana (c’è Berlusconi al governo e Tremonti al timone dell’economia), guardano i conti e cominciano a diventare diffidenti. Il debito è gigantesco (largamente sopra l’ammontare del Pil) e non si vedono drastiche misure di contenimento.

Per prestarci i soldi, quindi, gli operatori (fondi, banche d’affari, ecc.) vogliono interessi più alti.Purtroppo, quello è solo l’inizio. Se il 2009 scorre via abbastanza tranquillo, con uno spread che viaggia fra quota 100 e quota 150, nel 2010 si comincia a ballare sul serio. Al punto che all’inizio del nuovo anno, il 2011, l’anno fatale, lo spread si trova già vicinissimo a quota 200.

Poi tutto accelera. E si va oltre quota 300, prima, e poi si sfora persino quota 400.

All’inizio di novembre c’è il G20 di Cannes, in cui Berlusconi e Tremonti cercano di convincere gli altri capi di Stato che l’Italia si sta comportando bene, ma non ci riescono.

Intorno a quel G20 è nata tutta una letteratura e ognuno ne dà la propria versione. E’ il G20, tanto per intenderci, in cui la Merkel e Sarkozy, al nome di Berlusconi, fanno il famoso sorrisetto ironico, come a dire: ma è un poveretto, non lo state a sentire. Fra le tante cose che si dicono su quella riunione c’è anche chi sostiene, e forse è vero, che la signora Merkel abbia fatto pressioni perché di fatto l’Italia venisse commissariata e messa sotto la tutela della Troika (Fondo monetario, Ue, e Bce).

I nostri rappresentanti si oppongono e tornano a casa. Intanto, lo spread continua a correre. Fino a quando si arriva al giorno della verità: il 9 novembre. In quella data (al governo ci sono ancora Berlusconi e Tremonti) lo spread tocca il massimo di quota 574, anche se questo è solo un valore intraday. La chiusura sarà poi a quota 553.

In tempi successivi, Berlusconi e i suoi amici diranno che si è trattato di una mega-complotto per fare fuori il premier italiano: le banche tedesche avrebbero venduto montagne di titoli italiani per far salire lo spread. Ma quasi certamente le cose non sono andate così. In quei giorni tutti vendevano i titoli italiani per la semplice ragione che ci si fidava sempre meno dell’Italia. Il debito era enorme, continuava a crescere e non si vedevano misure di rientro, di ravvedimento.

La crisi, a questo punto, non può più essere nascosta. E il 12 novembre del 2011 Berlusconi rassegna le dimissioni. Due giorni dopo lo spread scende a quota 492.

Il 16 novembre arriva Monti, che nel giro di qualche settimana fa una profonda riforma delle pensioni. I mercati respirano e lo spread continua a scendere. Continua a calare con il governo Letta e quando arriva Renzi, la discesa va avanti. A aiutare c’è anche il fatto che in Europa sta arrivando molto denaro “caldo” dalle economie emergenti. Pochi giorni fa si arriva poco sopra i 100 punti di differenza con i Bund tedeschi, grosso modo si torna ai livelli del 2009. A prima dell’inizio dell’esplosione della crisi italiana.

Poi, nel maggio del 2014, lo spread vola su di 30 punti, portandosi oltre quota 180. Come mai? Due gli elementi. Il primo viene dall’Istat, che segnala come nel primo trimestre la “ripresa” italiana sia andata indietro invece che avanti. Il secondo viene dal governo, che ha annunciato tantissimi buoni propositi, ma che non pare sia intervenuto seriamente su rilancio della crescita (infatti si va indietro) e soprattutto sul contenimento del disavanzo.

Con un debito pubblico complessivo che sfiora i 2200 miliardi di euro, è evidente che i mercati entrano in allarme.

Ma poi il governo Renzi comincia a ingranare, a fare delle cose, alla Banca centrale europea Draghi vara il Qe (compra titoli del debito pubblico), e così lo spread italiano cala progressivamente fino a assestarsi poco sopra quota 100 (in alcuni momenti scende addirittura al di sotto di questo livello). E tutto sembra andare per il meglio.

I primi segnali di allarme arrivano fra fine ottobre e inizio novembre. Lo spread comincia a salire, fino a volare (2 novembre) sopra quota 160. Ma è, come capita spesso, solo un valore intraday. Poi chiude poco sopra quota 150, grazie probabilmente a interventi della Bce. E in quell’area si mantiene, per ora. Ma molti sono pronti a giurare  che non si possono escludere salti verso l’alto.

Le cause? Non difficili da identificare. Sono due. Al primo posto c’è la grande incertezza che riguarda le elezioni americane e che si scioglierà solo martedì notte. Se l’eventuale elezione di Hillary porterà a una conferma della linea Obama (con qualche tassa in più per i ricchi), la possibile elezione di Trump si presenta davvero come una scommessa al buio. Nessuno sa quale “rivoluzione” potrebbe mettere in campo. E i mercati non amano non sapere che cosa c’è dietro l’angolo.

Il secondo elemento di incertezza che fa salire il nostro spread è dato dal referendum costituzionale e dal clima di rissa politica nel quale siamo immersi. La posta è abbastanza grande. Se vince il Sì, si avrà un governo Renzi rafforzato e, si spera, più determinato. Se vince il No, tutte le strade sono aperte.

Ma i mercati non amano le situazioni instabili. Se un paese mostra di non essere affidabile, si vende il suo debito (perché questo sono i Bond) e si va a comprare il debito di un paese più sicuro, che offre maggiori garanzie di solvibilità.

E’ facile quindi capire che fino al 4 dicembre, e forse anche oltre, si ballerà molto: lo spread è destinato a non scendere e piazza Affari a girare sull’ottovolante.