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Renzi, parte nel Pd la rottamazione di Matteo. Poi a sinistra perderanno più sereni

Renzi, parte nel Pd la rottamazione di Matteo. Poi a sinistra perderanno più sereni

Renzi, parte nel Pd la rottamazione di Matteo. Poi a sinistra perderanno più sereni

ROMA – Renzi, nel Pd è partita la sua di rottamazione. Giungerà presto, relativamente presto, a conclusione. Matteo Renzi verrà nel Pd e dal Pd rottamato o meglio ibernato, spento in stato di politica animazione sospesa. Probabilmente entro la data delle prossime elezioni politiche. Poi, rottamato Renzi, a sinistra potranno perdere le elezioni e anche altro decisamente più…sereni.

A Matteo Renzi si rimprovera, giustamente, di aver perso le elezioni Comunali. Il che sarebbe nulla se non avesse perso disastrosamente e definitivamente il referendum-plebiscito del 4 dicembre scorso. In quella battaglia politica tutto l’anti sistema si alleò con buona parte del sistema e viceversa per far fuori Matteo Renzi e la sua idea di governo. Alleanza che l’elettorato premiò. Referendum acme della reazione di rigetto anti Renzi. Un leader dovrebbe capirlo…Dopo quel trionfo del No a Renzi restava solo la strettissima via di un Cincinnato anni duemila: ritirarsi e attendere eventualmente di essere richiamato. Dal Pd o dal paese. Probabilmente nessuno l’avrebbe richiamato, ma altra strada non c’era. Un leader l’avrebbe capito che ripresentarsi avrebbe significato ad ogni nuova elezione una nuova batosta, Renzi non l’ha capito. Un leader l’avrebbe capito che dopo la “morte politica” del referendum l’unica possibilità era una autentica resurrezione. Ma per risorgere ci vogliono almeno tre giorni nel sepolcro. Un leader l’avrebbe capito…Renzi no.

A Matteo Renzi si dice: non puoi fare il prossimo presidente del Consiglio. Ed è vero. Se si vota con il proporzionale e quindi si fa governo di coalizione, Renzi non è presidente del Consiglio possibile di nessuna coalizione. Non quella immaginaria ulivista alla Pisapia, nemmeno quella immaginata con Forza Italia. Renzi è quindi un leader residuale che perde elezioni e, anche se alle prossime politiche arrivasse primo con il suo Pd, non ha più l’identikit politico per presiedere un governo di coalizione.

A Matteo Renzi ora lo dicono e lo rimproverano in tanti: Prodi, Franceschini, Veltroni con una qualche legittimità a parlare. Con spudoratezza lo fanno, non fanno altro, anche gli Orlando che da dentro boicottano  e la vasta schiera di quelli che da fuori, da ogni dove e angolo della sinistra, combattono solo, soltanto e soprattutto Renzi: Mdp di Bersani, D’Alema, Speranza, Sinistra Italiana di Fratoianni, Cgil di Camusso…

Tutti o quasi dicono di tutto a Matteo Renzi, quel che nessuno della vasta schiera dice o ha il coraggio di vedere e pensare è: e, rottamato Renzi, che succede a sinistra e alla sinistra?

Succede che (ed è comprensibile non si abbia gran voglia di vederlo, pensarlo, tanto meno dirlo) che si presenta al paese e all’elettorato una “composizione” old style Franceschini-Gentiloni-Prodi-Pisapia-Bersani. Una cosa che ha per l’elettorato il sapore inconfondibile del governo, quello che l’elettorato rifiuta. Una cosa che nulla ha di alternativo e nuovo a ciò che c’è e che l’elettorato non vota.

Una cosa i cui capi, la cui testa e anima e cultura pensano che, via Renzi, tornano milioni di voti. Perché è solo Renzi che ha fatto fuggire i voti. Via Renzi alla cosa arriverebbero è vero un paio di milioni di voti chiamiamoli “rossi” per comodità (se “rossi” sono i voti dei precari scuola e Cub trasporti). Ma via Renzi altrettanti se non di più voti andrebbero via dalla cosa, i voti di quel po’ di elettorato riformista che in Italia sopravvive ancora.

Soprattutto quello che i registi della cosa non riescono a metabolizzare è che non Renzi soprattutto ma i migranti soprattutto hanno fatto e fanno perdere voti alla sinistra. L’ansia di sicurezza sta diventando, è diventata discriminante elettorale, il “popolo della sinistra” vota Lega a Genova contro i migranti, non è che vota Lega per rottamare Renzi.

E poi questo popolo della sinistra che Pisapia vuol federare e che i rottamatori di Renzi vogliono riportare a casa, alla casa elettorale, non è un popolo, sono tanti. Quelli che vogliono nazionalizzare le banche sono gli stessi che vogliono le banche imprese vere e non amiche degli amici sul famoso territorio? Quelli che vogliono cancellare il job act sono gli stessi che vogliono aiutare la ripresa economica? Quelli che vogliono di fatto tornare ad abbassare l’età pensionabile sono gli stessi di quelli che vogliono abbassare le tasse? Ovviamente no e Pisapia federatore di questi popoli è tanto concreto quanto un federatore calcistico di Milan e Inter, o di Roma e Lazio.

Ma a sinistra, non si fanno di questi crucci: rottamare Renzi a sinistra basta, avanza, stuzzica e sollazza. Poi, finalmente liberati dall’usurpatore e soprattutto dallo sconfitto, a sinistra potranno perdere decisamente più…sereni.

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