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Serie A: Juventus come 80 anni fa. Ora assalto a Champions

La foto di di Renzo Parodi

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ROMA – Signori, la Signora. Eh sì, l’inchino e  il baciamano sono d’obbligo. Il quinto scudetto vinto in striscia dalla Juventus è un evento epocale. La bacheca bianconera si arricchisce di una gemma speciale, che rimanda al record della Juventus degli anni Trenta: Combi, Rosetta Caligaris, ecc ecc. In panchina l’alessandrino Carlo Carcano, presidente Edoardo Agnelli. C’è ancora un Agnelli, Andrea, alla guida del club che rinverdisce quelle antiche glorie. Una notizia nell’epoca della globalizzazione e dell’assalto dei tycoon stranieri al pallone italiano. Continuità nella tradizione. E innovazione. La Juventus è quasi sempre al passo con i tempi e il segreto sta anche lì.

La vittoria porta a 32 gli scudetti ufficiali, 34 nella contabilità bianconera che non tiene conto delle dolorose sanzioni (due titoli revocati) per la cosiddetta Calciopoli, o meglio Moggiopoli. Numeri a parte – importantissimi per carità – ciò che colpisce è la solida impalcatura della società, il carattere dell’allenatore e dei calciatori che hanno giocato un ruolo inconsueto. Quello di sfavoriti, anzi di predestinati a veder festeggiare le rivali. Dieci turni di campionato, i primi dieci, 12 punti in classifica. Un’eresia. La testa di Allegri reclamata sul piatto dell’ira popolare. Max, il conte Max, non ha battuto ciglio. Conosceva la stoffa dei suoi. La rimonta ha avuto toni epici. 23 vittorie su 24 match, 73 punti su 75. Chi avrebbe potuto resistere ad una marcia trionfale del genere? La concorrenza difatti si è sgretolata come un castello di sabbia. Onore al Napoli che ha tenuto botta fino allo scontro diretto a Torino (perso per l’unghiata in extremis di Zaza) ma che non ci si fosse partita lo aveva capito per tempo Sarri, rassegnato a difendere un eccellente secondo posto.

La forza della Juve sta nella sua cultura sportiva che è un mix di sapiente gestione manageriale, organizzazione interna, capacità di programmazione, rispetto delle regole, unità di intenti. Tutto ciò che comunemente va sotto la dicitura Stile Juventus. Sei dai Juve se ti adatti e diventi una rotellina del sistema. Altrimenti, arrivederci e grazie. Vale per i dirigenti – Marotta ha dimostrato di essere un grande manager, a 360° – e vale per allenatori e calciatori. Complimenti a tutti, in particolare a Max Allegri, sempre ben saldo al timone nella bufera di inizio stagione. Bravo a modificare l’assetto tattico iniziale rinunciando al vagheggiato trequartista a favore di un solido e pragmatico 3-5-2. Non era facile gestire la concorrenza là davanti, frenare l’irruente Morata, gestire il fantasioso Dybala, non logorare il possente Mandzukic. Per non parlare di Pogba, genietto balzano e innamorato di sé, un Narciso in braghe corte che Allegri non ha mai blandito, anzi. Lo ha stuzzicato, richiamato all’ordine, qualche volta accantonato per fargli capire che anche lui, il francesone da 100 milioni di euro, deve stare alle regole ed essere parte del gruppo. E poi Buffon. Il suo grido di dolore “Indegni!” dopo la figuraccia col Sassuolo – il punto più basso della stagione – è stato il “che l’inse” in stile Balilla che ha ricompattato lo spogliatoio e lo ha preparato all’impresa.

Ora l’asticella si sposta più in alto e tutti sanno dove. E’ già scattato l’assalto alla Champions. Tempo due anni si vuole tentare l’impresa europea. Le premesse ci sono tutte. Allegri ha firmato il rinnovo, Marotta non si muoverà, i pezzi pregiati – a cominciare da Pogba e Morata – resteranno a Vinovo. E le altre? Le altre si rassegnino. Tra loro e la Juve il gap è un abisso e ci vorranno anni per colmarlo. Bravo il Napoli a restare in scia, ma la sconfitta, beffarda, di Roma complica un po’ lo sprint finale. Due punti di vantaggio con tre gare davanti si possono gestire dovendo incontrate Atalanta e Frosinone al San Paolo e il Torino in trasferta. Il Napoli ha fatto il suo, per competere fino in fondo sarebbe servito il colpo sul mercato di gennaio. De Laurentiis non se l’è sentita ma va ringraziato. Sta costruendo una realtà solida, destinata a durare. La Roma rimpiange di non aver convocato per tempo Spalletti. Il terzo posto è in salvo e con esso i 50 milioni della Champions. Il caso Totti ha rischiato di far saltare il coperchio di una pentola in perenne ebollizione. Pare che il capitano stia per firmare il rinnovo ma per fare cosa? Lui vuole giocare ancora, il patron Pallotta lo vorrebbe dietro una scrivania o ambasciatore giallorosso nel mondo.

Le milanesi sono riemerse dalla nebbia. Meglio l’Inter che Mancini però ha “perduto” per un paio di mesi e quando l’ha ritrovata era troppo tardi per tentare l’assalto alle posizioni nobili. Thohir è a caccia di denaro fresco, possibile l’ingresso di un gruppo cinese, altrimenti si dovrà fare cassa con qualche cessione illustre. Il Milan è in ambasce se salta anche il sesto posto e non vince la Coppa Italia (contro la Juve…) saranno cavoli amarissimi. Berlusconi ha tentato di lavarsi la coscienza cacciando Mihajlovic prima che potesse tentare l’assalto alla Coppa. Brocchi sta bruciandosi le ali e sarebbe il terzo dopo Seedorf e Pippo Inzaghi, peggio per il patron che ama i voli senza paracadute. Il problema del Milan non è l’allenatore, almeno non soltanto lui. Ma la qualità scadente dei giocatori.

In coda si lotta a coltello, il Carpi ha allungato sul Palermo, vittorioso a Frosinone (la squadra di Stellone ha un piede nella fossa) e il Verona è caduto in B proprio nel giorno in cui si è tolto lo sfizio di battere il Milan. Auguri a tutti e perda il peggiore.