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Tasse tu le paghi? Matto, pago i giudici! Così va per 50 mld

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ROMA – “Tasse, lei le paga o no?”. “Le tasse? Per carità fossi matto, io pago il giudice”: più economico, più rapido e senza ricevuta. Dialogo neanche tanto immaginario tra due contribuenti (si fa per dire) di un certo teorico peso fiscale. Insomma gente che di tasse ne avrebbe da pagare eccome, ma mette in piedi contenziosi tributari a centinaia di migliaia e la gran parte delle volte li vince. Come mai? Perché o giudici tributari danno spesso e volentieri torto al Fisco? La ragione, il motivo è in quel “volentieri”. Nel decidere su circa 50 miliardi di tasse sì, tasse no una serie di inchieste hanno scoperto che si pagava, ma non le tasse. Si pagava per non pagare.

La somma delle inchieste e degli arresti che da Milano a Catania e passando per Roma sta investendo il settore della giustizia tributaria, sta svelando quello che pian piano va assumendo le forme di un vero e proprio sistema. Un sistema di fatto alternativo e sostitutivo del Fisco italiano, composto da una fetta (verosimilmente grande) del sottobosco della giustizia tributaria che garantiva a chi il sistema oliava, ovviamente attraverso corruzione, sentenze favorevoli.

“È la Tangentopoli fiscale che attraversa il Paese – scrive su Repubblica Sandro De Riccardis -. E che riguarda uno dei settori della giustizia – i contenziosi tributari – finora quasi inscalfibile a ogni inchiesta della magistratura e a ogni riforma della politica. Strutturato su due livelli di commissioni, provinciali per il primo grado e regionali per il secondo, la giustizia tributaria è un sistema di potere solidissimo. Una cerchia chiusa di magistrati, in maggioranza privati, onorari, chiamati nel 2015 a decidere su oltre 581mila contenziosi, per un valore globale di 50 miliardi di euro. Un tesoro affidato alle decisioni di avvocati, commercialisti, geometri, ragionieri, persino ad agronomi e professori di liceo”.

E 50 miliardi di euro sono davvero una montagna di denaro capace, potenzialmente, di generare una bella montagnola di entrate fiscali. Ma tra commissari che sono amici, colleghi, a volte soci dei legali delle aziende coinvolte nelle liti e altre storture, le decisioni che danno ragione al privato e torto allo Stato arrivano al 60% dei casi. Decisioni “che azzerano – riflette un magistrato – anni di lavoro di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate”. Se si ragiona sui numeri di quanto scoperto dalle Fiamme Gialle, si capisce dov’è la convenienza per chi le tasse vuole evadere. Gli uomini della Finanza hanno nelle scorse settimane fermato due giudici tributari milanesi accusati, tra l’altro, di aver pilotato un contenzioso da 14,5 milioni a favore della società Swe-Co, dell’imprenditore Luciano Ballarin (indagato), in cambio di 65mila euro. Dunque 65.000 vs 14.500.000, in fondo persino un buon ‘prezzo’ per il corruttore.

E se il sistema c’è e funziona, e almeno in Lombardia sono per primi gli inquirenti ad ipotizzare la presenza di una struttura organizzata, perché non sfruttarlo? “Era noto che Vassallo fosse in grado di risolvere i problemi: i commercialisti e gli avvocati che venivano in studio sapevano che era in grado di sistemare i processi”, ha messo a verbale la segretaria di Luigi Vassallo, uno dei fermati.

Commercialisti, avvocati e altri ‘professionisti’ che avranno quindi posto ai loro assistiti e ai loro clienti la domanda fatidica: “Lei paga le tasse?”. E ad un eventuale risposta affermativa è facile immaginare la reazione stupita e l’alternativa furba: “Guardi le spiego… Se lei oggi non paga nulla, ma proprio nulla, se e quando la scoprono andiamo in tribunale, lì con meno dell’1% dell’evaso ce la caviamo. Sa, c’è un amico mio che…”.

La conversazione è paradossale ma non troppo, e anzi la parte meno verosimile è quella della risposta affermativa al “lei le paga le tasse”. Visto quel che sta venendo fuori è facile immaginare infatti che non siano pochi quelli che avranno scelto la via alternativa al Fisco.