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Tv: ne dovremo comprare una nuova. Entro 4, massimo 6 anni

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ROMA –Tv: ne dovremo comprare una nuova. Entro quattro, massimo sei anni. E’ la tecnologia, bellezza…e non puoi farci nulla, al massimo tirarla in lungo di un paio di anni appunto. Potremo, ci consoleremo col fatto che grazie al cambio delle frequenze smartphone saranno collegati ed efficaci ed efficienti come non mai. E poi lo sapevamo, si sapeva. Ma facevamo finta di esserne all’oscuro e adesso faremo, di sicuro, una bella rimostranza di massa.

Contrordine telespettatori, i televisori che avete in casa non sono più buoni e presto, si fa per dire, dovrete cambiarli. Il rumore di fondo del malumore generato in Italia dal passaggio dalla tv tradizionale al digitale terrestre ancora non si è placato che ecco arrivare, dall’Europa, una nuova modifica che costringerà gli italiani a cambiare di nuovo la televisione del salotto o almeno ad acquistare un nuovo decoder.

Sta per arrivare infatti il cosiddetto digitale terrestre di seconda generazione che porterà in dote con sé nuove tecnologie di trasmissione e, per forza di cosa, di ricezione.

Pronti ad alzare le barricate dunque contro l’ennesima prepotenza dell’Europa, ma attenzione però, perché la nuova tecnologia oltre a liberare le frequenze per il 4G e addirittura il 5G dei tanto amati smartphone, era già attesa e annunciata. Anche in Italia. Da anni. Solo che non c’è miglior sordo di chi non vuole sentire.

“Poco alla volta, e comunque entro il 30 giugno del 2020 – racconta Aldo Fontanarosa su Repubblica -, le famiglie e le aziende italiane dovranno cambiare i loro televisori. O quantomeno comprare uno speciale decoder esterno e collegarlo al vecchio apparecchio tv. Solo così continueranno a vedere i canali del digitale terrestre. La novità, non proprio piacevole, è illustrata da due documenti parlamentari, delle Commissioni Telecomunicazioni di Senato e Camera. I due pareri spiegano che le emittenti italiane (Rai, Mediaset, La7 e le altre) saranno costrette a cambiare la tecnica di trasmissione del loro segnale televisivo. Dovranno adottare, cioè, il digitale terrestre di seconda generazione (DVB­T2) ed eventualmente un software che comprime questo segnale (si chiama HEVC). Di conseguenza, le famiglie non avranno scelta e acquisteranno un apparecchio tv o un decoder esterno anch’essi di seconda generazione, pena l’oscuramento dei canali”.

Per noi italiani una sorta di déjà vu di quanto avvenuto nei primi anni 2000 quando, con l’introduzione della legge Gasparri nel 2004, si riordinò il sistema televisivo italiano (anche in quel caso recependo un input arrivato da Bruxelles) con l’introduzione del digitale terrestre al posto della vecchia tv analogica. Tra slittamenti e rinvii vari l’analogico, che secondo le prime disposizione sarebbe dovuto andare definitivamente in pensione il 31 dicembre del 2006, è rimasto invece attivo (anche se in sempre meno zone) sino a luglio del 2012.

Come tutte le tecnologie che conosciamo però anche quella del digitale terrestre è destinata ad essere superata e, alla luce della teoria conosciuta come legge di Moore secondo cui ogni 18 mesi la potenza dei microprocessori è destinata a raddoppiare a fronte del dimezzamento loro dimensioni, si comprende come il DVB­T introdotto 10 e passa anni fa sia ormai ‘vecchiotto’.

Non a caso l’Europa, cattiva ma non cieca, ha da tempo calendarizzato il passaggio alla tecnologia successiva: il DVBT­2. Sino a pochi giorni fa il cambio della guardia era previsto nel 2022, tra sei anni. La novità è che ora la Commissione vuole anticipare la scadenza al 30 giugno 2020. Un anticipo di un paio d’anni che trova scontenti, tra gli altri, lo stesso Fontanarosa: “Gli effetti di questa accelerazione sarebbero pesanti, per noi italiani. Di colpo, il Paese avrebbe a disposizione solo 14 canali liberi dove ospitare le emittenti nazionali sfrattate dalla banda 700, più tutte le altre. A quel punto, per irradiare il segnale, queste emittenti dovrebbero adottare una nuova tecnica, il digitale terrestre di seconda generazione, ed anche software che comprimono il peso dei canali. Gli investimenti per gli editori saranno importanti, ma anche le famiglie avrebbero il loro conto da pagare, per un nuovo apparecchio tv oppure per un decoder esterno. Un piccolo televisore di 22 pollici (marche Samsung, Telesystem, Philips) costa oggi dai 140 ai 165 euro, se DVBT­2. Un decoder, dai 30 ai 446 euro. Questi apparecchi di seconda generazione saranno i soli fabbricabili (da luglio 2016) e gli unici in vendita (da gennaio 2017)”.

Le associazioni dei consumatori ancora non si sono fatte sentire ma c’è da scommettere che appena noteranno la novità insorgeranno, mentre la politica, fronte Pd, ha già attivato i famigerati sherpa a Bruxelles nella speranza di ‘rinviare l’anticipo’. Mentre aspettiamo di scoprire come andrà a finire, e quindi se dovremmo comprare una nuova tv nei prossimi 4 o nei prossimi 6 anni, val la pena ricordare a tutti quelli pronti a protestare che se si vuole il telefonino sempre connesso e sempre più veloce, e noi italiani siamo leader in questo ‘bisogno’, serve una rete in grado di supportare tutto ciò.

Inoltre, quando si sbraiterà perché lo Stato dovrà indennizzare le emittenti costrette anzitempo a cambiare frequenze, varrà la pena ricordare che con le aste per le nuove frequenze la Francia ha ottenuto 2,79 miliardi da quattro operatori di tlc (Boygues Telecom, Free Mobile, Orange, Sfr) e la Germania oltre 5 (Deutsche Telecom, Telefònica, Vodafone).