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M5S Roma: fallito il piano governare con gli esperti

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ROMA –M5S a Roma, aggancio fallito, fallito il piano di governare con esperti e tecnici disposti a dare una mano. E’ questa la “morale della favola” delle convulsioni in Campidoglio e dintorni. Se come ricostruisce ironicamente Massimo Gramellini nel suo Buongiorno su La  Stampa l’idea di far guidare la Capitale ai 5Stelle fosse stata del premier Renzi per dimostrare  l’incompetenza degli uomini di Grillo a governare, la raffica di dimissioni in Campidoglio  dimostrerebbe che l’inquilino di Palazzo Chigi aveva qualche ragione. Ma siamo all’ironia, al paradosso.

Però in quello che sta realmente accadendo a  Roma e alla giunta che da appena un paio di mesi prova a governarla c’è poco d’ironico, specie per  i romani, e c’è, soprattutto, un dato che emerge con chiarezza dirompente, così dirompente da far  saltare una serie di uomini chiave: il fallimento di quella che si potrebbe definire l’operazione  aggancio di M5S al mondo delle professioni, dei tecnici e della società civile.

“All’indomani della vittoria dei cinque stelle fu proprio Tronca a raccomandare alla Raggi di  servirsi di alcune competenze che ‘sarebbero state disponibili a dare una mano a Roma, non per il  Movimento, ma per aiutare la capitale a non affondare’ – scrive Jacopo Iacoboni sempre sul  quotidiano di Torino ­. Fece quattro nomi: Marco Rettighieri e Daniele Fortini, dg di Atac e  presidente di Ama, Carla Raineri, un alto magistrato, e Marcello Minenna, un dirigente Consob  molto bravo con numeri, finanza e conti. Risultato: i primi due ­ su cui Raggi si era esposta  negativamente ­ furono messi in stand by, ci fu una frenata sul loro siluramento, che era stato  variamente promesso; gli altri due sono diventati ­ tra mille fatiche che abbiamo documentato via  via ­ capo di gabinetto e asre chiave al bilancio. Ora ‘sta cadendo quello schema per cui una  parte degli apparati dello stato dice ‘ok, aiutiamo i cinque stelle a non combinare disastri”, ci dice  una fonte di altissimo livello in tutta questa vicenda.

Rettighieri ha appena lasciato, Fortini lasciò  un mese fa, Raineri si è dimessa (ieri l’altro, poi ieri c’è stata la revoca formale, fatta dalla Raggi  per autotutelarsi dopo il parere negativo dell’Anac). A proposito di Anac, anche Raffaele Cantone, e il prefetto Franco Gabrielli, si spesero con alcuni di questi grand commis per invitarli a  continuare a lavorare per il bene di Roma anche nella stagione cinque stelle. Dire che molti di loro  fossero assai dubbiosi è un eufemismo”.  A puntare, forse sperare che questa fusione/convivenza, pensata nell’interesse di Roma ma in  prospettiva anche del Movimento che ha un bisogno disperato di competenze che in tutta evidenza  non ha al suo interno, non erano solo il prefetto Tronca o il commissario anticorruzione Cantone,  ma anche Casaleggio sr e quello che al momento, anche se con quotazioni in discesa, è l’uomo  forte del Movimento dopo Grillo: Luigi Di Maio. Anche a loro era apparso evidente che per  governare, Roma oggi, Parma ieri e, chissà, l’Italia domani, avessero bisogno dell’aiuto pratico di  quei soggetti citati. Non di Minenna e Raineri per carità, o almeno non solo, ma di figure come le  loro che posseggono quelle competenze che, fuori dalle urne, servono per far funzionare realtà  come le amministrazioni pubbliche.

Quelle competenze che la stessa sindaca Virginia Raggi aveva  evocato quando fu chiamata a difendere il super stipendio che a Rainieri era stato accordato: “Le  competenze si pagano”, disse.  La Raggi però, sulla cui inesperienza politica moltissimo fuori e forse anche dentro il Movimento  puntavano, non è probabilmente mai stata tra le più convinte sostenitrice di queste nozze con  quello che sempre Iacoboni definisce “grand commis o tecnici”. Prova ne è la scelta di altri nomi  del suo governo, su tutti quelli di Raffaele Marra, ex uomo di Polverini ed Alemanno e vicecapo di  gabinetto vicario, e il capo della segreteria Salvatore Romeo, che al duo Minenna/­Raineri hanno  sempre fatto la guerra. Il fallimento di questo sodalizio tentato e presto saltato va poi di pari passo  ed è figlio della lotta tra correnti ­ anzi ‘correnti’ è il termine che si sarebbe usato per i partiti  classici, per i 5stelle che partito non vogliono essere meglio usare la parola ‘faide’ – che va in scena  all’interno del Movimento.

Così Di Maio, sostenitore della linea ‘istituzionale’ M5S, vede le sue  quotazioni in discesa mentre, specularmente, chi le vede salire è l’altro ‘di': Alessandro Di Battista.  Sul Campidoglio è vero che Grillo ed M5S si giocano molto di più che l’amministrazione di una città,  per quanto questa sia la Capitale d’Italia: si giocano la credibilità. Roma è infatti il banco di prova  per M5S per dimostrare come dalle facili parole e dalle facili promesse sappiano poi passare ai  fatti. Sinora è una delusione montante, ma è solo l’inizio. E che sia solo l’inizio non si può dire sia una promessa o una minaccia.