Riccardo Galli

Emergenza analfabeti: 80% legge, guarda, ascolta ma non capisce

Emergenza analfabeti: 80% legge, guarda, ascolta ma non capisce

Emergenza analfabeti: 80% legge, guarda, ascolta ma non capisce

ROMA – Emergenza analfabetismo funzionale. Si dà per scontato che chi legge un testo, compresi gli articoli di quotidiani e siti d’informazione, comprenda quello che i suoi occhi vedono. E di conseguenza conosca il significato dei termini o sia in grado di ricostruirlo attraverso la logica o una rapida ricerca. Ma non è così: la stragrande maggioranza degli italiani, quasi l’80%, non comprende quello che legge, se legge, e nemmeno quello che ascolta in televisione o alla radio. E’, appunto, l’analfabetismo funzionale. Si legge, si ascolta, si parla ma non si capisce (così come sintetizza in un titolo La Stampa). Lampi, squarci di consapevolezza caratterizzano l’analfabeta funzionale. Ma niente connessione, tessuto e contesto e organizzazione logica nel suo “sapere”.

Quell’analfabetismo che non porta a firmare con una X; l’analfabeta funzionale sa infatti leggere, scrivere e quindi firmare col proprio nome. Ma non capisce quello che legge, o almeno non oltre la mera superficialità che va poco oltre il rumore delle parole. Un fenomeno di proporzioni talmente ampie nel nostro Paese che inevitabilmente riguarda tutta la società. “Con il termine ‘analfabetismo funzionale’ si intende l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana”, recita la definizione di Wikipedia.

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Un concetto semplice e noto, anche nella sua triste dimensione italica, tanto da essere salito agli onori delle cronache già in passato. “Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE pochi giorni fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace ‘di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità’. Certo, sono due analfabetismi diversi: quello di secondo tipo si chiama analfabetismo funzionale e riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa”, riportava la rivista Wired nell’aprile del 2014.

E persino il blog di Beppe Grillo, nel settembre dell’anno dopo, pubblicava l’ingenerosa classifica stilata dall’Ocse con il nostro Paese sul gradino più alto del podio con un dato più che doppio rispetto a quello, ad esempio, degli Stati Uniti; 40,7% contro 20. Oggi il dato non si è modificato e anzi è drammaticamente peggiorato. Se nel 2014 gli analfabeti funzionali nostrani erano circa il 30%, e se un anno dopo seguendo il dato riportato da Grillo il 47, ad inizio 2017 siamo balzati ad un passo dall’80%. Come dire, tanto per fare un esempio concreto, che in un ufficio di dieci persone, otto non sono in grado di capire quel che gli accade intorno.

“Non è affatto un titolo sparato, per impressionare – scriveva ieri su La Stampa Mimmo Càndito nell’attacco del pezzo intitolato ‘Il 70% degli italiani è analfabeta -; anzi, è un titolo riduttivo rispetto alla realtà, che avvicina la cifra autentica all’80 per cento. E questo vuol dire che tra la gente che abbiamo attorno a noi, al caffè, negli uffici, nella metropolitana, nel bar, nel negozio sotto casa, più di 3 di loro su 4 sono analfabeti: sembrano ‘normali’ anch’essi, discutono con noi, fanno il loro lavoro, parlano di politica e di sport, sbrigano le loro faccende senza apparenti difficoltà, non li distinguiamo con alcuna evidenza da quell’unico di loro che non è analfabeta, e però sono ‘diversi’”.

Cosa vuol dire essere analfabeti funzionali nella realtà è, per chi non appartiene alla categoria, facilmente comprensibile. L’analfabeta funzionale è incapace di ricostruire ciò che ha appena ascoltato, o letto, o guardato in tv e sul computer. La relativa complessità della realtà gli sfugge, coglie soltanto barlumi, segni netti ma semplici, lampi di parole e di significati privi tuttavia di organizzazione logica, razionale, riflessiva. Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per chi non era in grado di farlo. Ma un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.

Un analfabeta funzionale, quindi, interpreta il mondo e i fatti attraverso esclusivamente le sue esperienze dirette: la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici. E non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

Cosa questo significhi e quali conseguenze questo abbia sulla vita dei singoli individui e ancor più sulla collettività è ancora facilmente immaginabile. Non capire una polizza si traduce, con ogni probabilità, nel non essere in grado di ottenere il miglior servizio al miglior prezzo finendo per pagare più di quanto si potrebbe e dovrebbe. Ma peggio, non essere in grado del tener conto delle conseguenze indirette e a lungo termine può portare a scelte sbagliate nella vita lavorativa e privata, ad investimenti scriteriati e, su larga scala, a governi funzionalmente analfabeti.

“In un Paese nel quale il numero di persone considerate a rischio alfabetico raggiunge l’80%, e il livello culturale medio subisce una flessione anche nelle caratteristiche della sua classe dirigente, emergono nuovi problemi anche di rappresentanza democratica. In una società sempre più complessa e globale, la cultura e più in generale la conoscenza della realtà dovrebbero crescere, e non decrescere, per riuscire a garantire una capacità di risposta adeguata ai nuovi problemi”, informa la Treccani.

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