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Aborto: il Papa perdona, Trump no. E nemmeno Kiryll (Putin)

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ROMA – Aborto: il Papa perdona, Trump no. Sul tema dell’interruzione di gravidanza assistiamo, nel giro di pochissimi giorni, addirittura ore, ad un capovolgimento di posizioni da far girare la testa. Ieri, appena chiuso il Giubileo della Misericordia, Papa Francesco ha ribadito la gravità, dal punto di vista della Chiesa, del peccato dell’aborto ma ha, allo stesso tempo, concesso la facoltà a tutti i sacerdoti di perdonare chi lo pratica, i medici, e chi lo ‘riceve’, le donne.

Al di là dell’oceano Atlantico intanto, il neo eletto Donald Trump indicava, come nuovo giudice per la Corte Suprema Usa, un antiabortista, spostando la maggioranza in seno alla più alta istituzione a Stelle e Strisce su posizioni contrarie all’interruzione di gravidanza. In contemporanea, da Est, è arrivato il monito del patriarca Kiryll contro le unioni gay, assimilabili a suo giudizio alle leggi naziste. E patriarca Kiryll vuol dire, senza troppi misteri, Vladimir Putin.

C’era una volta il mondo laico che, nelle sue diverse declinazioni, dal comunismo sovietico al capitalismo americano, rivendicava la supremazia della legge dell’uomo su quella di Dio. Già nei primi anni del ‘900 la Pravda dedicava una copertina al tema dell’aborto, con la Madonna in primo piano che, sotto il titolo ‘aborto’, esclamava: “Averlo saputo prima”. Battaglie che pochi anni dopo, a partire dal dopoguerra, hanno animato anche le società civili di mezza Europa e degli Stati Uniti. Battaglie per i diritti dei gay, delle donne e di chi in generale non ne aveva o ne aveva meno. Quelle che siamo abituati a definire, in sostanza, battaglie per i diritti civili.

In quel mondo, d’altra parte della barricata c’era la Chiesa. Non solo quella di Roma ma, ad esempio in Russia, anche quella Ortodossa. Chiese che a prescindere da quale fosse il loro Dio o il loro clero contrapponevano alle battaglie citate l’immutabile e indiscutibile legge divina. Legge per cui l’aborto era un peccato grave e imperdonabile, sempre meritevole di scomunica e l’omosessualità era peccato massimo contro natura.

Oggi, giusto un secolo dopo la copertina della Pravda e oltre una cinquantina d’anni dopo le marce a Washington, tutto è cambiato. A ‘difendere’ le conquiste in tema di diritti, e giusto tra virgolette si può usare questo verbo, è rimasta Roma, nella sua veste di ‘casa’ della Chiesa Cattolica. L’aborto in particolare resta, come ha messo nero su bianco nella sua lettera apostolica il Pontefice, “un peccato grave perché pone fine a una vita innocente”, ma ai sacerdoti chiede di farsi “guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti” in un cammino “di speciale riconciliazione”. Alla comunione, adesso, potranno quindi accedere con meno ostacoli formali anche madri e medici che hanno causato un aborto. Mentre finora, per loro, scattava in automatico la scomunica che poteva essere sciolta solo da un vescovo o da un suo delegato. Peccato sì, dunque, ma alla luce dei tempi, della scienza, della vita e del buon senso un peccato ‘accettabile’ e quindi perdonabile.

Se Dio perdona però, altrettanto non fanno Washington e Mosca. In quello che era e anzi è il Paese che ha come suo simbolo la statua della Libertà donata dalla Francia figlia delle Rivoluzione, il neo presidente Trump ribadisce e promette: “Io sono pro-life e il prossimo giudice sarà contro l’aborto”, blindando la poltrona vacante della Corte Suprema americana che andrà un giudice di orientamento conservatore e chiaramente schierato contro l’interruzione di gravidanza.

Una realtà che ben si sposa con quel che accade nel Paese che una volta era l’Unione Sovietica e dove la supremazia della legge dell’uomo era tale da rendere clandestina quella della Chiesa. Lì, a Mosca, il patriarca Kiryll non a caso dice che da Trump arrivano “parole di speranza” mentre paragona le unioni omosessuali al nazismo o all’apartheid. “Quello che sta accadendo dei paesi occidentali è che, per la prima volta nella storia umana, la legislazione va contro la natura morale degli esseri umani. Non è la stessa cosa, certo, ma in qualche modo possiamo paragonarlo all’apartheid in Sudafrica o alle leggi naziste: erano frutto di un’ideologia e non parte della natura morale. La Chiesa non potrà mai approvarlo”. Parole che, quasi inutile dirlo, non sono di sfida al potere statale di Mosca e a colui che lo detiene, vale a dire Vladimir Putin. Ma parole che al contrario sono praticamente conseguenziali alla visone un po’ machista che l’inquilino del Cremlino ha sempre dato al suo governo e alla sua politica e che è la sua visione del mondo.

Dio perdona, Putin e Trump invece no. Un po’ come nel primo film della coppia Bud Spencer – Terence Hill che s’intitolava proprio ‘Dio perdona… noi no’. Trump e Putin non ispirano però la stessa simpatia.