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Afghanistan battaglia segreta: 5 medaglie a soldati italiani

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ROMA – Due medaglie d’oro e tre d’argento al valor militare. Questo resta e grazie a queste l’Italia è venuta a conoscenza del blitz da film condotto dai militari italiani in Afghanistan nel gennaio del 2014. Mentre il Belpaese si concentrava sulle dimissioni di Stefano Fassina da viceministro, nella provincia orientale di Shindand andava infatti in scena una di quelle operazioni segrete cui spesso si affidano i vertici militari e politici occidentali e che ancor più spesso diventano soggetto romanzato di film d’azione. I 5 militari italiani premiati però non avevano nulla a che fare con la finzione e la vita l’hanno rischiata per davvero, anche se nessuno o quasi sino ad oggi ne sapeva nulla.

“Era il 5 gennaio del 2014, due anni fa – racconta Francesco Grignetti su La Stampa -. Ultimi giorni del governo Letta. Nell’Afghanistan occidentale, distretto di Shindand, un elicottero delle forze speciali italiane, un CH47 Chinook colorato di nero, con plancia corazzata e mitraglieri su due lati, di primo mattino sbarca un drappello di incursori italiani e afghani per una missione clandestina. Una tipica operazione di forze speciali. In gergo la chiamano ‘infiltrazione’, classico esempio di quella guerra segreta che piace tanto al Pentagono e ai governi occidentali”.

Sulla stampa nazionale così come su quella estera dell’operazione in questione nessuna notizia. Le cronache nostrane sono infatti in quei giorni concentrate sullo scontro Fassina-Renzi, con il segretario Pd non ancora premier che da poco ha pronunciato l’ormai famoso “Fassina chi..?”, e con il viceministro in questione che è ormai pronto a dimettersi. Stanche capriole della politica italiana che di solito, già un centinaio di metri lontano dai palazzi del potere, ha perso qualsiasi interesse e valore.

Circa 5mila chilometri più ad Est, i militari italiani sono invece impegnati insieme ai colleghi afghani in un blitz stile ‘Black Hawk Down’, il film di Ridley Scott che racconta di un’operazione delle forze speciali in Somalia, e la loro missione rischia di trasformasi in tragedia. Gli incursori italiani e afghani hanno il compito di sorprendere gli insorti quando si ritrovano in trappola. Come già una trentina d’anni fa aveva sperimentato a sue spese l’Armata Rossa, la morfologia del terreno afghano è particolarmente complessa per le operazioni militari. Il Paese che fu dei talebani è infatti ricco di ripide colline da cui è facile controllare il territorio e sparare razzi restando relativamente al sicuro. Ed esattamente così andò al Chinook italiano che quel giorno atterrò in campo aperto e, appena gli incursori si lanciarono fuori dal portellone posteriore, si ritrovò bersagliato dal fuoco nemico.

Quel che accadde lo raccontano le motivazioni allegate ai riconoscimenti, la cronaca militare di allora parlava infatti di semplici “colpi di arma da fuoco sono stati sparati contro un elicottero della task-force ‘Fenice’ in fase di atterraggio a 30 chilometri a sud di Shindand, in un’operazione a supporto delle forze di sicurezza afghane. Nessun militare italiano è rimasto ferito”. Descrizione assolutamente vera, ma decisamente edulcorata.

Scorrendo la Gazzetta Ufficiale – quella che appunto pubblica le motivazioni relative ai riconoscimenti – si legge che il tenente colonnello Raffaele Aruanno, comandante di aeromobile, “bersagliato da violento fuoco nemico, con coraggio, lucidissima determinazione e a rischio della propria vita, si accertava in prima persona che nessuno dei militari sbarcati rimanesse sul terreno e manovrava il proprio elicottero, gravemente danneggiato, consentendo l’evacuazione dei feriti a bordo”.

Il capitano Paolo Giangregorio, pilota, “con mirabile lucidità e sangue freddo, manteneva il controllo dell’aeromobile e, avuto conferma del recupero di tutto il personale già a terra, sprezzante del pericolo, iniziava la manovra di decollo, consentendo con il proprio ardito operato l’immediata evacuazione dei feriti a bordo”.

Il sergente Alessio Carducci, tecnico operatore di bordo, “incurante dei proiettili che lo avevano appena lambito e di una copiosa e pericolosa perdita di olio idraulico che lo investiva in pieno sulla rampa, si esponeva a manifesto rischio della propria vita, trascinando fisicamente all’interno dell’elicottero i propri commilitoni”.

Il caporalmaggiore Antonio Garzia, mitragliere di bordo, “con coraggio e chiaro sprezzo del pericolo, forniva fuoco di copertura a protezione del lato sinistro del velivolo, mantenendo audacemente la posizione. Esperto militare, esponendosi con il proprio temerario operato a manifesto rischio della vita, assicurava il reimbarco del personale dispiegato sul terreno”.

Il primo caporalmaggiore Simone Sernacchioli, secondo mitragliere di bordo, “sebbene investito da un ingente quantità di olio idraulico fuoriuscito da una tubazione danneggiata dai numerosi proiettili che avevano centrato l’aeromobile, con estremo coraggio e consapevole sprezzo del pericolo, rispondeva efficacemente al fuoco, contribuendo in maniera determinante alle operazioni di reimbarco del personale”.

Sembra un film, ma non lo era.