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Agenzia Entrate abbona piccole somme, ma piccole quanto?

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ROMA – Agenzia delle Entrate fa sapere: basta “controlli sulle piccole somme” dovute al fisco. Dunque, se Agenzia non mente, piccole somme abbonate ai contribuenti. Ma piccole quanto? Centesimi, decine, centinaia di euro? Agenzia non dice…ma se son centesimi è beffa e sberleffo al contribuente, se son decine fino a poche centinaia di euro è saggezza fiscale, se son mille euro si comincia a scivolare nell’improbabile e discutibile.

Dalla direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi è arrivato, sotto forma di circolare, l’invito ai ‘suoi’ dipendenti ad evitare “di disperdere energie in contestazioni di natura essenzialmente formale o di esiguo ammontare”. L’invito cioè a non perseguire in modo miope, per non dire cieco, quegli errori che sono solo di forma e a non incaponirsi nella riscossione di somme minime. Un invito al buon senso quindi figlio, come spiega la stessa Orlandi, anche dell’immagine non proprio positiva che l’Agenzia delle Entrate ha nei cuori dei contribuenti. Un punto però non è stato chiarito e rimane per così dire oscuro: “esiguo ammontare” a quanto corrisponde? Il buon senso è, e non potrebbe essere altrimenti, cosa buona e giusta, ma anche questo nella sua trasposizione pratica può assumere molte e diverse forme. Non tutte necessariamente buone.

“Dal punto di vista generale, tutta l’attività di prevenzione e contrasto dovrà essere caratterizzata da un miglioramento qualitativo. I controlli dovranno quindi essere sempre più mirati e finalizzati a far emergere la reale capacità contributiva del contribuente, concentrando l’attenzione su concrete situazioni di rischio ed evitando, per converso, di disperdere energie in contestazioni di natura essenzialmente formale o di esiguo ammontare che, oltre a creare inefficienze, determinano una percezione errata dell’operato dell’Agenzia”, recita la circolare datata 28 aprile della Orlandi. Ed è la stessa direttrice dell’Agenzia a spiegare che “ci sono moltissimi contribuenti che si trovano nella categoria degli evasori solo per colpa e non per dolo, come si direbbe nel diritto penale. Pensi ai casi di dimenticanza, di errore, di mancata informazione”. Orlandi che poi, intervistata da Repubblica aggiunge, rispondendo alla domanda se “l’idea è di risparmiare forze per concentrare il tiro sugli evasori incalliti?”. Che “con questa operazione noi risparmiamo il 10 per cento del tempo di lavoro che fino ad oggi destinavamo alla minutaglia e ci concentriamo sulla lotta all’evasione più incallita e pericolosa”.

“Somme esigue” e “minutaglia” da lasciar perdere più o meno in toto. E se si pensa ai casi di contribuenti multati, perseguiti e inseguiti per debiti di pochi centesimi col Fisco – come il recente caso dell’imprenditore trevigiano che nonostante credesse di aver estinto i suoi debiti, ‘mancava’ ancora 1,12 euro e per questo Equitalia l’ha inserito tra i cattivi pagatori impedendogli di completare degli ordini per la sua azienda -, non solo l’indicazione della Orlandi è giusta, ma purtroppo anche superflua e quasi urticante per chi situazioni simili si è trovato a vivere. Dovrebbe essere infatti naturale e ovvio che i debiti di centesimi di euro venissero trattati in modo diverso da quelli da migliaia, e non sarebbe in un Paese civile un invito da sbandierare quello fatto dalla Orlandi sul tema se solo questa fosse la somma a cui si fa riferimento.

Più concreta sarebbe la cosa, e anche più funzionale, se l’esiguo e la minutaglia fosse riferito ai debiti di alcune centinaia di euro, diciamo con un tetto ipotetico a 500 euro. Abbonare queste somme renderebbe certo più fluido il lavoro dell’ente accertatore sveltendo le pratiche che oggi, come tutto o quasi quel che riguarda la burocrazia pubblica, vive con tempi che definire lunghi è leggermente riduttivo. Certo, è evidente che applicare una sorta di sanatoria comporterebbe dei distinguo per evitare, ad esempio, che un titolare di cento debiti da 400 euro creati sistematicamente sia salvato come un automobilista che nel 2003 ha dimenticato di pagare una multa e si ritrova dieci anni e passa dopo inseguito per 200 e rotti euro.

Oppure, terza ipotesi, quella con l’asticella ancora più alta: mille euro. Un’ipotesi che altrove sarebbe impensabile ma che in Italia non può essere esclusa a prescindere. Figura il nostro Paese e con lui noi contribuenti, tra i campioni mondiali dell’evasione e, in questo contesto, non pochi sono i casi di evasione totale o quasi o comunque con importi da capogiro: a cinque o sei zeri. Di fronte a questo stato di cose si potrebbe allora anche pensare di attaccare solo questo tipo evasione liberando chi ha debiti fino a mille euro ad esempio. Una strategia che forse sarebbe giustificata se, dati alla mano, fosse evidente che la fetta più importante dell’evaso è prodotta dai grandissimi evasori ma che, anche a queste condizioni, non le eviterebbe di finire nel regno del discutibile e del socialmente dubbio. Giustificare a chi paga le tasse, tutte, l’impunità di qualcuno che non tutto ha pagato risulta infatti sempre più difficile mano a mano che l’importo evaso cresce. E se tutti sono d’accordo che inseguire i centesimi non solo è follia ma prefigura vessazione, molti saranno consci che la caccia alla centinaia di euro è, per uno Stato, probabilmente uno spreco di energie e risorse. Ma quanti sarebbero felici di vedere gli altrui debiti per qualche migliaia di euro abbonati senza vivere questo come un’ingiustizia?

Non se ne abbia la Orlandi che forse per prima ha coniugato i termini “correttezza e proporzionalità” con l’operato dell’Agenzia delle Entrare spiegando che “è importante che i cittadini percepiscano la correttezza e la proporzionalità dell’azione”, ma se definisse anche in maniera un po’ più pratica le sue indicazioni, che in fondo riguardano i soldi di tutti, farebbe la felicità di tutti i contribuenti. O almeno quelli onesti.