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Albania, Kosovo basi avanzate Isis. E Erdogan ripensa Hitler

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ROMA – Solo in Kosovo sono di stanza 900 (novecento!) combattenti stranieri dell’Isis, cioè miliziani, guerrieri del Califfato islamico non nativi di Iraq o Siria. Sono infatti in gran parte musulmani nati e vissuti nei Balcani. Solo in Albania ci sono almeno cento moschee che rifiutano ogni controllo e predicano quando non organizzano la guerra santa all’infedele.

Kosovo, mini Stato creato di fatto dalle armi della Nato e ancora oggi sotto la protezione ma non il controllo dei soldati Nato, italiani in gran parte. Albania, Stato sostenuto dalle economie e diplomazie occidentali. Albanesi e kosovari dalla cui parte di fatto si schierò l’Occidente nella guerra contro i serbi in quella che era la Jugoslavia. Kosovo e Albania oggi basi jihadiste, basi ravvicinate all’Europa, all’Italia.

Accade a neanche 200 chilometri dalle coste italiane quel che è accaduto in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia, in Somalia: l’Occidente appoggia anche militarmente chi combatte il regime vigente e lo fa in nome della democrazia. Fornisce armi per la democrazia l’Occidente e si ritrova con i combattenti per la democrazia in combattenti per Bin Laden, la guerra santa, il califfato, l’Isis. Come e perché accada sempre così è questione complessa, ardua da dirimere. Ma certamente appare come una sorta di “maledizione” che affligge la geo politica dell’Occidente.

Maledizione che si ripete e non sembra insegnare nulla: laa Germania di Hitler come possibile modello di presidenzialismo cui guardare per una riforma costituzionale. L’idea è sfuggita dalla bocca del premier turco Erdogan, il leader di quello stato che da qualche anno sta imprimendo al paese una virata islamista, di quel paese dove le libertà civili vengono sempre più compresse e di quel che paese che sta giocando una partita tutt’altro che pulita nella lotta all’Isis. Quello stesso stato, la Turchia, a cui l’Europa sta per dare 3 miliardi e passa di euro e che Bruxelles non esclude, un giorno, di aggiungere tra le sue stelle, ripetendo un errore da cui il mondo occidentale non sembra riuscirsi ad emancipare.

Errore di geopolitica, e che la storia recente svela impietosa. Iraq, Afghanistan, Somalia e via elencando, in ogni angolo di mondo dove negli ultimi decenni il cosiddetto Occidente si è impegnato a portare la democrazia, quello che ha ottenuto in cambio è stato estremismo religioso e terreno fertile per la jihad. E’ successo nei paesi citati ed è successo, prima e con meno rumore visto persino Bin Laden era ancora da inventare, ad un passo da casa nostra: nei Balcani.

Albania e Kosovo, paesi in cui la Nato intervenne direttamente o che l’Occidente armò e sostenne nelle ‘transizioni’ post comunismo, sono ora terreno fertile per il proselitismo integralista. Anzi di più, sono la base jihadista sul suolo europeo.

Erano gli anni ’90 quando, caduta l’Unione Sovietica, quella che era la Jugoslavia si disgregò e l’Albania, unico stato al mondo dichiaratamente ateo, implose. All’epoca l’Islam balcanico, dove era sopravvissuto, era un Islam moderato, ma in Jugoslavia divenne un elemento di radicalizzazione dello scontro visto che la guerra che si consumò fu una guerra su base etnica e religiosa e, in Albania, ci pensarono il proselitismo e i petroldollari di generose organizzazioni umanitarie di paesi del Golfo a riempire quel vuoto che decenni di ateismo di stato avevano lasciato. Allora ai governi dell’Occidente, e ovviamente a Washington in primis, sembrò conveniente sostenere le pretese di chi, chiedendo la comprensibile fine del comunismo o la giusta autonomia da Belgrado, era accidentalmente anche fortemente indottrinato dal punto di vista religioso.

“I Balcani divennero terra di conquista del proselitismo di matrice wahabita – racconta oggi Lorenzo Vidino su La Stampa -. Inizialmente arrivati per fornire aiuti umanitari durante i sanguinosi conflitti dell’epoca, enti benefici e religiosi sauditi (World Assembly of Muslim Youth), kuwaitiani (Revival of Islamic Heritage Society) e di altri Paesi del Golfo crearono un network di moschee, centri studi e ong il cui vero obiettivo era quello di diffondere un’interpretazione ultra-letterale e militante dell’islam alle popolazioni locali. (…) Una nuova generazione di imam balcanici si è formata grazie a generose borse di studio nelle scuole più fondamentaliste della penisola araba.

E, una volta ritornati in patria, hanno trovato nuove moschee costruite con soldi del Golfo (100 costruite in appena 10 anni solo nel piccolo Kosovo) dal cui pulpito diffondere il veleno jihadista. Venti anni dopo, la mobilitazione per la Siria mette in luce il prodotto di queste dinamiche. I foreign fighters di etnia albanese, tutti militanti con lo Stato Islamico o Jabhat al Nusra, sono circa 1000 (900 dal Kosovo per le forze Kfor della Nato, 150 dall’Albania e una cinquantina dalla minoranza albanese in Macedonia). I loro network sono sofisticati, spesso intrecciati a quelli della potente criminalità organizzata locale. Sono cellule operanti a livello locale, ben finanziate e armate, con forti legami familiari interni che ne rendono difficile la penetrazione. Le forze dell’ordine locali, spesso prive di mezzi e accusate di corruzione, fanno quello che possono e l’Albania è molto più efficiente di Kosovo e Macedonia”.

“Non è giusto uccidere donne, bambini o cristiani, ma i non credenti, gli atei, gli apostati sono condannati dal Corano”, spiega, tanto per citare un’imam albanese, Kreshnik Cili.

Dopo il mondo cambiò con l’11 settembre e, più o meno in contemporanea con i conflitti balcanici, la Somalia. E dopo lo spartiacque dell’attacco alle Torri Gemelle l’Afghanistan prima e l’Iraq poi, senza dimenticare infine la Libia dove noi occidentali abbiamo contribuito alla cacciata del sanguinario Gheddafi. E non serve essere analisti d’intelligence per sapere che la Somalia è, in Africa, la prima realtà in cui l’integralismo islamico ha trovato terreno fertile e gli Shabaab combattono la loro guerra. L’Afghanistan, dopo un decennio e passa dall’intervento americano, continua ad essere in diverse zone governato di fatto dai Talebani o comunque da delle realtà tribali che da questi non sono poi molto differenti. In Iraq è nato lo Stato Islamico che, in Libia, ha trovato la sua testa di ponte sul Mediterraneo.

Un quadro apparentemente chiaro che sembra suggerire in modo inequivocabile la scarsa lungimiranza e anzi l’inefficacia delle politiche scelte dal suddetto mondo Occidentale. In attesa di ulteriori conferme, prepariamo il bonifico ad Erdogan che mentre fa parte della Nato da una mano, nemmeno tanto di nascosto, ai combattenti dello Stato Islamico, e guardiamo con preoccupazione al di là dell’Adriatico temendo, come scrive ancora Vidino, “che l’Albania diventi quello che il Belgio è per la Francia: la retrovia logistica da dove pianificare attacchi”.