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Call center, divieto di chiamare i cellulari. Obbediranno?

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ROMA – Call center, per loro c’è “bona” sentenza. “Bona” nel senso di inequivocabile, per i call center, o almeno per come sono abituati a trattare tutti noi al telefono, invece dovrebbe essere tutt’altro che buona. Infatti c’è in sentenza “bono” e chiaro divieto di chiamare i cellulari i cui numeri non sono in nessun elenco e quindi come li hanno avuti i call center? E c’è il divieto delle “mute” a casa. Ma i call center con offerte commerciali, da ultimo fattisi non di rado insolenti oltre che invadenti, staranno alla legge o continueranno a fare come gli pare?

Quante volte vi è capitato di rispondere al telefono, magari saltando fuori dalla doccia ed inzuppando tutto il pavimento e poi, dall’altra parte della cornetta, non trovare nessuno? I più timorosi e pessimisti all’arrivo della ‘muta’ subito pensano ad un sondaggio di potenziali criminali che stanno verificando la presenza in casa di pericolosi ostacoli umani, ma in realtà nove volte su dieci si tratta di una tanto semplice quanto seccante telefonata commerciale.

Questo però sino ad oggi, perché una sentenza della Cassazione, una di quelle cioè destinate a far giurisprudenza, stabilisce che le mute non si possono più fare. Non si possono fare in assoluto sui cellulari, ma in sostanza anche sulla vecchia linea fissa diverranno illegali. Basterà per far finire lo stillicidio di chiamate? Vedremo.

Sino ad oggi, o meglio sino alla sentenza pronunciata dalla I sezione civile della Cassazione, alle aziende che si affidavano al cosiddetto telemarketing era consentito ricorrere all’ausilio dei computer per ottimizzare il lavoro e la produttività degli operatori in carne ed ossa. E la responsabilità delle telefonate mute era ed è proprio dei computer. Per cercare di eliminare le chiamate non produttive, cioè quelle a vuoto causa padrone di casa assente o già occupato al telefono, le suddette aziende sfruttavano infatti piattaforme automatiche in grado di effettuare un numero di telefonate superiore al numero degli operatori presente fisicamente nei call center, in modo che questi trovassero da lavorare in continuazione.

L’aspetto negativo, la controindicazione di questo modus operandi, è però che si crea statisticamente una quota di telefonate che raggiungono i consumatori in un momento nel quale non ci sono operatori liberi, da qui la telefonata muta. Le norme lo consentivano a patto però, stabilì il Garante della privacy, che una persona raggiunta da una telefonata muta non ne ricevesse altre prima di 30 giorni.

Con la sentenza della Cassazione le cose ora cambiano radicalmente e, come spiega Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera, se da una parte rimane vero che il trattamento dei dati personali, ovvero nome e numero, con sistemi automatici di chiamata è consentito da due articoli del Codice della privacy a patto che ci sia il consenso dell’interessato; ed è vero che esiste la deroga dell’opt-out, cioè che il consenso non è richiesto a chi, iscritto negli elenchi telefonici degli abbonati, non abbia esercitato il diritto di opposizione iscrivendo il proprio numero nell’apposito registro pubblico; è anche vero che questa è una deroga che vale per le chiamate fatte dagli operatori, non per le chiamate automatizzate inviate da un software. E quindi addio mute.

Ma c’è di più. “Anzi, a scopo di definitiva chiarificazione”, scrivono i giudici, anche nel marketing diretto, quello cioè fatto da operatori fisici, “il trattamento del dato personale tratto da elenchi” telefonici “resta legittimo solo in quanto” questi elenchi (cartacei o elettronici) “siano pubblici, come non è invece per il caso della telefonia mobile”. Il che significa, senza dubbio alcuno d’interpretazione, che i call center non possono fare telemarketing sui cellulari.

Quindi, con la sentenza in questione, si dovrebbero produrre due effetti: in primis dovrebbero cessare le mute sulla linea fissa e, in secundis, dovrebbero del tutto sparire le chiamate commerciali sui cellulari. Ovviamente a meno che non abbia dato più o meno consapevolmente il vostro consenso a riceverle.

La sentenza è assolutamente chiara, e per sapere se sarà applicata basterà aspettare e controllare il telefono, quello di casa come il cellulare. Merita intanto una citazione la genesi della suddetta sentenza che a rigor di logica dovrebbe far disperare tutte quelle aziende che tampinano i potenziali consumatori di telefonate commerciali. Sono state infatti proprio due di queste, Enel Energia spa e Reitek spa (società fornitrice di software ‘chiamanti’), a ‘cercarsela’ promuovendo un ricorso contro un provvedimento del Garante della Privacy del 2013. Ricorso che non solo è stato respinto, ma ha ottenuto una decisione che va addirittura oltre e amplia la franchigia di privacy telefonica riconosciuta agli utenti. Chissà come saranno contenti i legali delle due aziende…