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Stipendiati Parlamento a statali: “Noi siam noi e voi non…”

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ROMA – Blocco, si fa per dire, degli stipendi pubblici a 240 mila euro? Per i dipendenti di Camera e Senato vale, con eccezioni e deroghe, solo per due anni. Mica come per gli altri dipendenti pubblici cui gli stipendiati di Montecitorio e Palazzo Madama rivolgono quindi un caro:  “Io so’ io, e voi non siete un ca…!”.

Così spiegava il romanissimo marchese del Grillo ai popolani che venivano arrestati mentre lui veniva lasciato libero di andare. Concetto che nella Capitale ha evidentemente trovato terreno fertile al punto che, nei palazzi della politica, alla Camera e al Senato, è diventato “noi siamo noi e voi non siete un ca…!”. Ma a pronunciarlo non è, come qualcuno potrebbe pensare, l’odiosa e odiata casta dei politici, ma quella ben più insidiosa dei dipendenti di palazzo Madama e Montecitorio.

“Per la serie: portarsi avanti sul lavoro durante le Feste – racconta Sergio Rizzo sul Corriere della Sera -. Se Raiuno ha anticipato il Capodanno di un minutino con la scusa di battere così la concorrenza, il Babbo Natale dei dipendenti della Camera si è presentato addirittura due anni prima. Il regalo? Una sentenza del ‘collegio d’appello‘, come si chiama l’organo interno a Montecitorio competente a giudicare i ricorsi in materia di lavoro. Sfornata calda calda martedì 22 dicembre, stabilisce che il tetto dei 240 mila euro alle retribuzioni pagate dallo Stato avrà per i dipendenti della Camera valore esclusivamente temporaneo. Esattamente, fino al 31 dicembre del 2017. Dopo di che liberi tutti. E se a quel punto non interverrà un provvedimento per riaffermare il limite, valido invece senza vincoli temporali per tutti gli altri dipendenti pubblici, gli stipendi dei dipendenti del Parlamento potranno tornare nelle parti più alte della stratosfera”.

Nel ruolo che fu dei popolani nel film interpretato da Alberto Sordi, tutti gli altri dipendenti pubblici. Che in Italia non sono pochi. Il suddetto tetto vale infatti per tutti gli altri dipendenti dello Stato, senza limiti di tempo e senza eccezioni. Eccezioni che invece, già prima di questa sentenza, fioccavano per chi lavora a Montecitorio e palazzo Madama. Va infatti ricordato che tanto alla Camera quanto al Senato il limite dei 240 mila euro ha avuto declinazioni tutte particolari. Escludendo infatti dal computo le competenze previdenziali e le indennità di funzione, per quanto queste siano state ridotte, i compensi apicali possono superare anche di slancio lo stipendio del capo dello Stato.

E va ricordato anche che la sentenza era persino attesa. Nello stesso modo si era infatti già pronunciato l’organo d’appello interno del Senato. Unendo però i ‘puntini’ delle varie sentenze, e aggiungendo le citate eccezioni, il risultato che si ottiene è che, di fatto, in Italia esistono due amministrazioni pubbliche: una di serie B tenuta al rispetto rigoroso dei tetti alle retribuzioni, e un’altra di serie A per cui i tetti si interpretano.

“E ora si aggiunge anche la validità ‘a tempo’ dei tagli – scrive ancora Rizzo -. Il tutto nel contesto di un sistema autoreferenziale ispirato a una ormai anacronistica autodichìa, il principio in base al quale le decisioni riguardanti la gestione e le spese delle Camere sono tutte interne e soprattutto insindacabili”.

Il concetto espresso magistralmente dal marchese del Grillo trova poi espressione anche nel percorso fatto per arrivare a delineare le due classi di dipendenti pubblici. Come in una casta nobiliare, e forse il come è di troppo, mentre le questioni di lavoro dei dipendenti di serie B vengono giudicate dalla magistratura ‘normale’, per i dipendenti di serie A c’è un’organo apposito fatto di ‘pari’, cioè onorevoli o senatori. I ricorsi dei dipendenti del Parlamento sono infatti giudicati in primo e secondo grado da commissioni formate esclusivamente da parlamentari mentre il collegio d’appello di Montecitorio è composto da cinque onorevoli. Chissà cosa ne penserebbe il dipendente per eccellenza, Fantozzi ragionier Ugo…