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Figli non biologici 5 milioni. Utero in affitto 80% da etero

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ROMA – Più o meno 5 milioni. Tanti sono gli esseri umani sul Pianeta nati in modo non biologico, cioè più volgarmente detto non a seguito di un rapporto ma grazie a provette e siringhe.

Un mercato, quello della fecondazione assistita lato sensu che arriva e sconfina nell’utero in affitto, che oggi vale 3 miliardi di dollari l’anno e che è sostenuto all’80% da coppie etero e per il restante 20% da coppie omo.

In giro ci sono dati e percezioni assi diversi dalla realtà, dati e percezioni bugiardi e surriscaldati per così dire anche con ogni probabilità da quel triste spettacolo che il Parlamento italiano sta dando nell’affrontare una questione così reale che non meriterebbe e non può essere risolta attraverso il ricorso all’ideologia.

“I cattodem hanno rotto il ca…”, ha elegantemente spiegato oggi l’europarlamentare Daniele Viotti del Pd, partito la cui “parola vale quanto un peto”, hanno sottolineato dal Carroccio nella sintesi della discussione in corso nel nostro prestigioso Parlamento in merito alle unioni civili.

Sono infatti calendarizzate per oggi a Palazzo Madama le votazioni sul cosiddetto ddl Cirinnà che si propone di regolamentare il tema delle unioni al di fuori del matrimonio, comprese quelle omosessuali, e che di conseguenza tocca quasi inevitabilmente la questione della procreazione assistita, dal concepimento in vitro sino alla genitoralità surrogata, il volgarmente detto ‘utero in affitto’. Prima del forbito dibattito parlamentare e a prescindere dalle posizioni strettamente ideologiche per cui chi cresce nel proprio utero il figlio di un altro sarebbe un’“ultra”, definizione del ministro Lorenzin, o secondo cui “i figli non sono un diritto”, copyright del cardinal Bagnasco, ci sarebbero alcuni numeri.

In primis i 5 milioni di essere umani che, diritto o meno, sono al mondo grazie alla fecondazione assistita, utero in affitto compreso. Esseri umani che il suddetto cardinale e la Chiesa di Roma probabilmente considereranno comunque figli di Dio ma di cui, a prescindere da questo, il legislatore deve tener conto. E il legislatore italiano dovrebbe tenerne particolarmente contro perché, come racconta Andrea Malaguti su La Stampa, “ogni anno, attraverso un milione e mezzo di trattamenti in laboratorio nascono 350 mila bambini e il paese che ha il maggior numero di centri specializzati è l’Italia (oltre 200 contro i 107 della Francia)”. Ragione già sufficiente per cui un legislatore laico affronti la questione visto che esiste. E il tema è infatti stato affrontato da molti e le unioni civili sono legali e regolamentate in diversi Paesi, così come i matrimoni gay.

La fecondazione assistita, eccezion fatta per le teocrazie e dopo che in Italia le sentenze hanno di fatto cancellato la legge 40, è pratica comune quasi ovunque. E anche l’utero in affitto è stato regolamentato, anche se con declinazioni molto diverse a seconda delle latitudini. Negli Usa per esempio è una pratica assolutamente legale assoggettata alle leggi del mercato più puro per cui, ad esempio, più la potenziale gestante è valutata in termini di bellezza e preparazione, più costa tutto il procedimento. Altrove, come nell’Europa dell’Est, le leggi ci sono ma le precarie condizioni economiche di Paesi come l’Ucraina o più in generale quelli dell’ex Unione Sovietica lasciano spazio allo sfruttamento, garantendo anche prezzi decisamente più bassi. Sfruttamento che, come sottolineano i detrattori della genitorialità surrogata, esiste. Ma esiste, e questo di solito viene meno ricordato, là dove c’è povertà e non dove è regolato dalla legge.

“Esistono comunque due tipologie di maternità surrogata – sintetizza Malaguti ­. Quella a pagamento e quella per solidarietà, che si basa generalmente su un legame affettivo o sociale tra la gestante e la persona o la coppia di genitori a cui verrà consegnato il bambino alla nascita. È lo schema che viene utilizzato in Gran Bretagna e in Canada dove alle madri surrogate viene riconosciuto un rimborso spese legato alla perdita temporanea del lavoro e alle necessità legate alla maternità. È la terza via che cerca di trovare la mediazione tra la commercializzazione spudorata statunitense e la messa a reddito dell’utero per necessità che avviene nell’Europa dell’Est”.

Tre vie, tre soluzioni che vanno dal mercato allo sfruttamento passando per la solidarietà. Tre approcci che affrontano una realtà che, a prescindere dalle singole volontà, esiste. E per questo va affrontata e non può essere ignorata. Nel 2015 la prima bambina nata da una fecondazione medicalmente assistita ha compiuto 37 anni. Quella che allora era considerata un’avventura eticamente discutibile dalle scienze biologiche oggi è un’esperienza che riguarda cinque milioni di esseri umani nel mondo.

Certo la fecondazione assistita è altra, molto altra cosa dall’utero in affitto. Pratica che in Italia è illegale ma al momento punita solo con sanzione pecuniaria. Pratica che nei sondaggi vede una maggioranza nettamente contraria a differenza di quanto accade su unioni civili e gay dove la maggioranza è favorevole. Pratica quella dell’utero in affitto assai discutibile anche sotto il profilo etico. Pratica cui ricorrono coppie etero e coppie omo aiutate dalla scienza e soprattutto dal denaro se ce l’hanno. Eppure, anche cercando di tenerla davvero al bado e fuori legge, resta una ineludibile questione: che ci si fa con un bimbo/a nata così, lo/a si toglie a chi l’ha voluta e la si mette in orfanatrofio, lo/a si butta, lo/a si dà per dispetto ad altri genitori?