Riccardo Galli

Isis strategia: ritirarsi nel deserto e macellare nelle città europee

Isis strategia: ritirarsi nel deserto e macellare nelle città europee

Isis strategia: ritirarsi nel deserto e macellare nelle città europee (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Nascondersi nel deserto, sparire dalla vista e colpire le città europee. In fondo c’è poco o nulla di nuovo, la tattica è sempre quella della guerriglia, seppur su scala maggiore: nascondersi, evitare lo scontro in campo aperto per poi colpire a sorpresa. Ed è quello che sta facendo ora l’Isis, in rotta nelle città la sua strategia è quella di ritirarsi nel deserto, mettendo in salvo combattenti ma soprattutto tecnici, per attaccare le città europee. I bombardamenti della coalizione internazionale, l’intervento della Russia, l’avanzata dell’esercito iracheno e l’apparente stabilizzazione della Libia stanno, di fatto, cancellando dalle mappe quello che era lo Stato Islamico.

Il Califfato di Al-Baghdadi ha nell’ultimo anno perso oltre un terzo del suo territorio. Questo non vuol dire però che stia davvero sparendo, o almeno non così semplicemente. L’Isis sta infatti con ogni probabilità spostando e riorganizzando le sue risorse, cercando di limitare i danni e le perdite, e allo stesso tempo invitando tutti gli aspiranti terroristi e i lupi solitari in giro per il mondo a colpire con ogni mezzo gli infedeli.

Come racconta Giordano Stabile su La Stampa, “negli assedi alle capitali c’è sempre qualcosa che non torna. A Sirte non tornavano i conti. Tutte le stime calcolavano il numero dei jihadisti in Libia attorno ai cinque-seimila. Ma i cadaveri recuperati sono soltanto poche centinaia, i prigionieri nell’ordine decine. Le milizie di Misurata hanno poi cercato di alzare il numero dei combattenti uccisi ma è più probabile che molti, forse la maggior parte, si siano ritirati in un vasto triangolo fra Bani Walid, la provincia di Sirte, e l’oasi di Jufra. Colpiscono i check-point dei misuratini, s’inseriscono nella lotta fra milizie fedeli a Tripoli e quelle del generale Khalifa Haftar, si infiltrano nei traffici di migranti, armi. Una retrovia pronta ad affacciarsi di nuovo sul Mediterraneo, se la guerra civile libica porterà all’esaurimento le maggiori forze in campo, con l’intento di spostare i suoi uomini anche sulla sponda europea. Pure a Mosul qualcosa non torna. Qui la retroguardia lasciata a morire in città è molto più massiccia. I servizi curdi e di Baghdad, però, si chiedono perché non abbia usato le armi chimiche, a base di cloro e iprite, che pure aveva a disposizione”.

Cosa stia facendo lo Stato Islamico, quale sia la sua strategia lo spiegano gli stessi jihadisti in rete: combattere in città contro i missili americani e le armi pesanti degli eserciti regolari è insostenibile, meglio ripiegare e riorganizzarsi e, nel frattempo, colpire gli infedeli con tutti i mezzi nelle loro case, in Europa. La strategia è quindi quella di mettere in salvo, nascondendoli nel deserto, della Libia come quello a cavallo tra Siria e Iraq, armi, combattenti ma soprattutto quei tecnici e quei materiali che servono a confezionare armi, magari chimiche, da usare chissà quando. Da spedire in Europa per organizzare attentanti ancor più devastanti di quelli visti sin qui, o magari per lanciare una controffensiva o, ancora, da usare quando davvero e se si troveranno nella condizione di combattere una battaglia finale. Colpire però lo Stato Islamico nel deserto, nascosto e mescolato tra le tribù locali e i traffici di migranti, è quasi impossibile. O almeno non con una battaglia campale. Ed è proprio questo che ha fatto della polverizzazione del Califfato la strategia di Al-Baghdadi. Una strategia che lo rende meno visibile ma non meno pericoloso. In una battaglia strisciante che rischia di essere molto lunga nel tempo.

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