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Licata, a sindaco querela e incendio. La brava gente mafiosa

La foto di di Riccardo Galli

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AGRIGENTO – Al sindaco di Licata prima la querela, poi l’incendio della casa. Come ringraziamento collettivo del “territorio” alla demolizione, tentata, di case sul mare abusive. A Licata è arrivato il giorno dopo Angelino Alfano ministro degli Interni, a promettere scorta al sindaco e a giurare ai giornalisti: “Le demolizioni continuano, proprio in questo momento è stata abbattuta un’altra casa…”. Il giorno dopo a Licata…

“A Licata è il giorno della solidarietà al sindaco Angelo Cambiano dopo l’attentato incendiario”, raccontano le cronache che arrivano dalla cittadina siciliana. Il giorno della solidarietà perché lunedì notte ignoti hanno appiccato il fuoco alla casa di campagna del suddetto sindaco di Licata. Un rogo che già dai primi accertamenti sembra essere chiaramente di origine dolosa e quindi legato alla politica di legalità portata avanti da Cambiano che, orrore orrore, per la prima volta ha reso esecutivi alcuni ordini di demolizione di costruzioni abusive. Ordini figli di sentenze passate in giudicato e inappellabili vecchie di decenni e tutti riguardanti seconde case al mare. Quegli stessi ordini che prima di scatenare la vendetta incendiaria avevano partorito la querela, da parte dell’associazione ‘Periscopio, Osservatorio permanente sul rispetto della legalità’, contro il prefetto, il sindaco, il dirigente dell’ufficio urbanistica e magari pure la magistratura agrigentina che avrebbero “prevaricato nelle loro funzioni istituzionali nella nota e triste vicenda…”. Una singolare sintonia d’intenti tra il metodo criminal-mafioso e quello di coloro che una volta si sarebbero chiamati i benpensanti.

Angelo Cambiano è stato eletto sindaco lo scorso giugno con l’appoggio di tre liste civiche del centrodestra. Da allora sta portando avanti, insieme alla Procura di Agrigento e dopo aver sottoscritto lo scorso 7 ottobre il protocollo d’intesa, gli interventi di demolizione delle case abusive di contrada Torre di Gaffe. Un paio di settimane fa quando l’impresa aggiudicataria subì delle intimidazioni, Cambiano era stato chiaro: “Questa città non si piega all’illegalità”. Una posizione ribadita nell’ospitata televisiva di Cambiano all”Arena’ di Massimo Giletti che, nel corso della puntata andata in onda su Rai1, ha affrontato l’argomento abusivismo della città dell’agrigentino. Il sindaco, nel suo intervento, ha ribadito l’intenzione di proseguire con le demolizioni degli immobili abusivi sulla costa licatese. E per questo una ritorsione contro l’attività di ripristino della legalità avviata dal sindaco di Licata è la pista privilegiata dagli inquirenti per risalire agli autori del rogo.

Prima di questo però, come raccontato da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, la politica ‘dura’ del sindaco contro gli abusivi aveva generato una reazione che si era tradotta in un “esposto querelatorio”. “Angelo Cambiano – scrive Stella -, che dopo tanti sindaci pavidi o distratti (se non conniventi) ha prima imposto a quegli ‘inquilini-ex proprietari’ di pagare da 60 a 120.000 euro di affitti arretrati e poi ha recuperato i soldi per le demolizioni. Occupazioni del municipio di Licata. Cortei di mamme coi bambini in braccio per bloccare le ruspe. Una lettera anonima con minacce di morte al vincitore dell’appalto per i primi venti abbattimenti: ‘Vattene da Licata o ti ammazziamo’. Appelli alla Regione: ‘Perché proprio adesso, dopo anni? Perché proprio noi se in Sicilia ci sono un milione di case abusive? Perché non aspettare un nuovo disegno di legge sul riordino delle coste?’”. E poi l’esposto dell’associazione Periscopio.

Il tutto, val la pena ricordarlo, per sentenze inappellabili e vecchissime, riguardanti tutte seconde case, quasi tutte attaccate al mare, costruite in violazione del limite insuperabile della distanza dalla battigia. Tanto per capirci: villini abitati solo per farci le vacanze da professionisti, impiegati, artigiani, piccola borghesia non oppressa affatto dalla necessità assoluta di avere un tetto sulla testa. Buttati giù quei villini, non c’è una famiglia che debba dormire all’addiaccio. Difesa di questi quindi non in nome di un supposto diritto alla casa per quanto stiracchiato, ma in nome e pretesa dell’impunità. Una pretesa che, come dimostrano i fatti di Licata, accomuna la protesta di chi passa per gli avvocati e chi invece preferisce l’intimidazione ‘classica’.