Riccardo Galli

Mose: licenziata per corruzione, giudice le dà 1,3 mln. Stipendio 27mila al mese

Mose: licenziata per corruzione, giudice le dà 1,3 mln. Stipendio 27mila al mese

Mose: licenziata per corruzione, giudice le dà 1,3 mln. Stipendio 27mila al mese

ROMA – Mose, la grande struttura che dovrebbe riparare Venezia dalle maree, le enormi paratie e l’enorme costo dell’opera e infine la relativa inchiesta con sentenze, condanne, patteggiamenti. Tra questi la storia di Maria Brotto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati quando questi guidava il Consorzio Venezia Nuova responsabile del Mose.

L’ultimo capitolo della storia di Maria Brotto lo narra Andrea Pasqualetto sul Corriere della Sera. “Indagata, arrestata, punita con due anni di reclusione per corruzione e 600mila euro di confisca da lei stessa patteggiati e per questo licenziata…”. Ma Maria Brotto sa che in Italia c’è magistrato e magistrato e, se la giustizia penale l’ha trattata da corrotta, c’è sempre una magistratura del lavoro.

Magistratura del lavoro che nel caso della Brotto decide che aver patteggiato una pena per corruzione non significa che corruzione ci sia stata. E, se non c’è stata corruzione (o almeno non c’è stata corruzione provata) anche il licenziamento seguito e motivato dalla corruzione diventa illegittimo e da risarcire. Quindi il magistrato del lavoro ordina sia versato alla Brotto 1,3 milioni di euro, dodici mensilità per il mancato preavviso più altre venti a titolo di indennità supplementare. Esattamente 1,359.000 euro dato che la Brotto percepiva lo stipendio di 27 mila euro mensili, lordi beninteso.

L’articolo del Corriere si sofferma sul “grottesco e paradossale” di una giustizia penale che condanna e toglie e una giustizia civile che premia e dà. E’ il primo effetto che la notizia fa. Ma a guardar bene si vede che “grottesco” forse rimane ma tanto “paradosso” poi non è. E’ assai frequente, tanto frequente da essere diventata tradizione e cultura una giurisprudenza del lavoro che indulge verso la ragione a prescindere a favore del ricorrente lavoratore dipendente.

Nel caso della Brotto si arriva ad un perfezionamento delle prassi, ad un virtuosismo: poiché il patteggiamento evita il processo e poiché la prova dell’eventuale reato (in questo caso la corruzione) si esibisce e testa nel processo, mancando il processo, manca la prova quindi svanisce la corruzione. Il magistrato del lavoro voleva, come fosse giudice penale, la prova della corruzione. Non avendola, si rimette il cappello da giudice civile e risarcisce il licenziato. Un capolavoro.

Che non è unico da quando (ed è da molto, è appunto tradizione) la magistratura del lavoro ha deciso e scelto di applicare nei confronti di ogni tipologia di lavoro dipendente le garanzie e tutele giustamente pensate e fatte legge a tutela e garanzia di vaste categorie di lavoratori deboli e vulnerabili nei confronti del rispettivo datore di lavoro. Insomma la magistratura del lavoro usa nei confronti dei professionisti, manager e ad esempio giornalisti, le stesse categorie di garanzie e tutela per l’operaio, il bracciante, il garzone.

Reintegrare o risarcire un operaio che ha patteggiato di fronte all’accusa di aver sottratto una chiave inglese in officina non è, non dovrebbe essere la stessa cosa che risarcire una manager al vertice dell’azienda che gestiva il Mose. Impedire lo spostamento punitivo da reparto a reparto di un operaio in fabbrica non è, non dovrebbe essere la stessa cosa dell’impedire a ad un telegiornale di spostare un conduttore dalla sedia. Ma così non è: la magistratura del lavoro, quasi tutta, ha in testa un articolo 18 tutto suo e solo con la convinta applicazione di questo articolo si spiega davvero il “grottesco” della licenziata per corruzione risarcita con più di un milione.

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