Blitz quotidiano
powered by aruba

Killer in camice bianco: per delirio, pietà, fastidio, soldi

La foto di di Riccardo Galli

Leggi tutti gli articoli di Riccardo Galli

ROMA – Infermieri e medici che uccidono i degenti in ospedale. L’elenco è lungo e abbraccia molti paesi. Tanto lungo e vasto l’elenco da non consentire di “spiegare” con eccezionali e rarissime esplosioni di follia. No il killer con un camice in ospedale si verifica, si è verificato in un numero tale di circostanze da rendere non superflua e scontata la domanda: perché lo fanno? La semplice follia, l’impazzimento di questo o quello non è la risposta giusta.

Un’ipotesi plausibile può essere quella del delirio, delirio di onnipotenza sulla vita e la morte altrui. Disponendo quotidianamente degli strumenti di vita e di morte, costeggiando ogni giorno la vita e la morte si può avere la tentazione di dominarle, governarle la vita e la morte. Esercitare su di loro il proprio potere per un perché che è il potere di farlo. E’ quanto si può faticosamente interpretare da ciò che a suo tempo diceva Sonya Caleffi, l’infermiera che uccideva a Lecco senza che mai abbia saputo indicare un perché.

Altra forma del delirio di onnipotenza appare nitida nelle foto di Daniela Poggiali riversa sorridente e quasi trionfante sui cadaveri ancora nei lettini dei pazienti eliminati e spenti. Col pollice in su in segno di tutto ok/vittoria.

Ma Angelo Busnelli a Milano ammazzava pazienti per molti più prosaici motivi: le mazzette, la percentuale che prendeva dalle imprese di pompe funebri che avvertiva ovviamente con massima tempestività. Poteva perfino “programmare” il lavoro degli amici/compari fuori dall’ospedale.

Altra tipologia e tutta diversa quella della ragione di uccidere per Alfonso di Martino che nell’ospedale laziale girava con medaglione di Satana al collo e che a suggerimenti o pratiche del Maligno dedicava, almeno così gli piaceva far supporre, i suoi omicidi in corsia.

Ma Angelo Stazzi a Tivoli e le tre donne che uccidevano in corsia a Vienna e Arfinn Nesset in Norvegia e Charles Cullen negli Usa e soprattutto il dottor Harold Shipman sempre in America appartengono a tutt’altra categoria ancora di dispensatori-apportatori di morte.

Pongono infatti fine alla vita di anziani o di pazienti terminali. Si arrogano, pretendono il diritto di decidere loro quando una vita non vale più la pena di essere vissuta. Arroganza somma, spesso vestita davvero con abiti di umana pietà. Talvolta arroganza solo travestita da pietà.

Oppure può essere meccanica routine, impiegatizia fatica che li porta ad eliminare quella “pratica” che ingombra e non si chiude. Uccidere, spegnere, archiviare per il fastidio di dover assistere pazienti molesti, pesanti, ingestibili. Comunque a giudizio del killer non recuperabili o non meritevoli di essere recuperati. Anziani prevalentemente. Ma non solo. Terminali spesso, ma non solo.

Negli ospedali killer in camice: uccidono per delirio, pietà, fastidio, soldi. Metti il potere di vita e di morte di un umano nelle mani di un altro umano e talvolta accade che questo potere lo si voglia esercitare, in ogni forma e ogni modo, dalla più nobile alla più crudele, dalla cura fino all’eliminazione. Ci sono e spesso si agitano più cose nella testa di un umano che file in un computer.