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Pesce falso: tonno, branzino, sogliola.. E’ pangasio o perca

La foto di di Riccardo Galli

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ROMA – Pesce falso, falsificato come si fa con le banconote: sembrano quelle buone ma non lo sono. Per molti dei pesci che mangiamo accade qualcosa di analogo, l’industria del falso e i suoi falsari rifornisce ogni giorno punti vendita e tavole imbandite.

Pesce falso, non pesce adulterato. Pesce che imbroglia, non pesce che fa male alla salute. Però fa male, eccome, al portafoglio e anche alla dieta del consumatore. Ed è uno sfregio costante e permanente alle regole del corretto commercio.

Il pesce più falsificato, come la banconota da 20 euro, è il tonno. Soprattutto se sashimi o sushi spesso non è tonno. Ne ha il colore e il prezzo, ma non è tonno. E anche branzini, sogliole, merluzzi spesso non sono quello che dichiarano di essere sui banchi vendita. Spesso quanto? Stime prudenziali e ottimistiche dicono che il pesce falso capita una volta su dieci in media. Ma d’estate e nei luoghi di mare la percentuale cresce perché tutti, troppi per le capacità dei fornitori, chiedono lo stesso tipo di pescato.

E allora, soprattutto d’estate e nei luoghi di mare ma tutto l’anno nei grandi centri urbani, al posto di tonno, branzino, sogliola, merluzzo ci sono filetti di pangasio del Mekong, in non proprio pulitissimo fiume vietnamita. Oppure trance di perca del Nilo o ancora Halibut del Nord Atlantico o, più banalmente, filetti di squali nostrani.

Quelli che impacchettano e vendono come tonni, branzini, sogliole, merluzzi, i pesci falsi non sono di per sé nocivi alla salute. Però il falso resta una truffa economica e commerciale bella e buona perché pangasio, perca, halibut e via andare hanno ovviamente prezzi molto più bassi di quelli per cui vengono spacciati. Paghiamo per tonno quel che tonno non è…

E sembra che finora nessuno possa farci nulla. L’idea di tracciare il pescato si scontra con le burocrazie europee e le coperture nazionali ai singoli mercati ittici. E anche con una diffusa ignoranza e incultura alimentare, almeno qui da noi, del consumatore di pesce. Più inclini a fidarsi dell’ammiccamento della pescheria che “a me mi dà quello buono…” che di un’etichetta. I falsari del pesce ringraziano.